30 dicembre 2016

30 dicembre 2015, si compra Bisarno

Un anno fa, il 30 dicembre 2015, un parco ma gustoso pranzo consumato insieme al nostro geometra al Bar Mazzini di Firenze, accanto allo studio del notaio prescelto, sanciva l'acquisto di Bisarno. Arrivare alla firma di quell'atto é stata la storia che precede la storia di questo blog. Ed é molto divertente riviverla, oggi, un anno dopo, che i problemi sono altri...
I primi sopralluoghi a Bisarno furono fatti a fine primavera 2015. Quella casa la conoscevo da tempo: ci correvo vicino, in bicicletta, si andava a rubare le ciliegie (oggi solo due ciliegi sono rimasti). Grazie a una trasferta di lavoro, avevo avuto modo di incontrare i rappresentanti della fattoria della quale Bisarno era una delle proprietà. Quindi, quasi per caso - non avevamo nessuna intenzione di cambiare casa, il nostro gioiellino a San Francesco - alle porte dell'estate, avevo avuto l'occasione di informarmi se fosse in vendita o meno e poi di farci una prima visita. Un sopralluogo che smosse subito qualcosa di epifanico. L'aia lastricata, la stalla, il fienile, le pietre a vista, le scale in pietra, la torre piccionaia. "Torniamo insieme a vederlo, vieni anche te, magari ti piace" - avevo tentato così la mia dolciastra metà. Le era piaciuto. Certo, i conti non tornavano. Ma con qualche spericolata architettura finanziaria, mutui, fideiussioni, pagadebit, ancora oggi e per i secoli in piedi, alla fine fu avanzata una offerta, lontana dalla richiesta iniziale ma senz'altro dignitosa. Da lì - erano ormai i primi di luglio - fu trovato l'accordo economico a seguito di vari incontri, l'ultimo dei quali direttamente nel quartier generale del venditore a fine mese. La proposta di acquisto, però, non venne firmata sul momento perché richiedeva la firma di vari membri del CdA: "una formalità da pochi minuti, non preoccupatevi: ci troviamo tutti insieme e firmiamo" che però a fine settembre non era stata espletata. Ricordo ancora una chiamata a metà agosto al geometra (coinvolto in entrambe le parti e mirabile sensale dell'operazione) che indispettito mi rispose che era in una isola greca e non ne sapeva (né voleva saperne) niente. Noi stavamo concludendo le nostre vacanze a Barcellona, e ogni giorno aspettavamo, a quel punto con un pizzico di ansia e preoccupazione, quella firma congiunta. Da fine agosto la situazione passa dall'inerzia al caos. Arriva un ok di massima, informale, ma non la firma e l'inserimento nel preliminare, da parte di un vegliardo avvocato di dubbie capacità, di clausole e clausolicchie assolutamente insostenibili da parte nostra. Tutte formalità, non si discuteva più di costi o metri quadri di terreno, ma inaccettabili nella loro stesura, come ci rivelava il nostro notaio (donna, e di conseguenza mai troppo considerato dall'avvocato dei venditori..). Fra minacce di far saltare tutto, nervosismi, infinite revisioni al documento che ovviamente in sede di preliminare fu presa una versione vecchia, il gran giorno viene concordato al 25 settembre. Peccato - e qui davvero non vi é colpa di nessuno -  il geometra subisce una colica renale e, avendo lo stesso il potere di firma, purtroppo l'incontro, fra snervamenti e improperi di tutti, salta. Si rinvia a due giorni dopo, 48 ore durante le quali continuano le schermaglie, si hanno numerose e-mail fra le due parti, dei cui contenuti ancora stiamo cercando di capire il significato tanto questi si addentrano nello sterile burocratese. Il 27 si riesce, in 4 ore, col notaio a esclamare occhi al cielo "mai viste cose del genere" (perché fu necessaria una chiamata all'avvocato e una modifica all'atto sul momento) a firmare l'atto. Sorrisi, brindisino. Il rogito viene fissato entro l'anno, entro il 30 dicembre, perché la controparte ha necessità di fare l'incasso entro l'anno. Cosa che a noi va bene e accettiamo quindi di buon grado la data. Ottobre passa indenne, ma a novembre si palesa un altro macigno sulla trattativa. Bisarno era regolarmente affittata e ancora i coinquilini non avevano optato per soluzioni alternative. Del resto a loro era stato detto della vendita solo...da pochi giorni. Una ennesima situazione grottesca non determinata da noi che si é protratta fino a poche ore prima del rogito. In realtà anche dopo, purtroppo uno dei coinquilini era dipartito in quei giorni e la sua stanza non era stata ancora ovviamente liberata. Quei ragazzi si sono rivelati brave persone e coi quali abbiamo fatto squadra: noi stessi non abbiamo forzato per farci liberare l'immobile entro l'anno. Comunque, é passato un anno...da lì a pochi mesi avremmo iniziato i lavori di restauro, nuovo anno nuovo situazioni, aprendo una altra ampia pagina ancora in via di scrittura, ma i giorni che precedettero l'acquisto di Bisarno sono stati un periodo nevralgico e cardinale nella nostra vita che oggi con nostalgia mi ha fatto piacere rivivere.

26 dicembre 2016

Auguri

Stiamo avvicinandoci agli ultimi giorni di uno strano 2016. Oggi é Natale e siamo tutti mezzi accartocciati, fra influenze, vomiti, febbre, stanchezze. Forse é il dazio che io e la mia famiglia stiamo pagando per un anno sempre su di giri, con alti, bassi, novità, corse, pianti, sorrisi. Bah, in fondo meglio viverla questa vita che pensarla, eviscerarla, finire per aggrovigliarsi - attitudine a cui purtroppo tendo - fra le vischiose maglie cupe del mio pensiero. Lo scorso anno di questi tempi stavamo finalizzando, fra numerose complicazioni burocratiche, l'iter di acquisto di Bisarno. Vacanze natalizie scandite dalla necessità di chiudere l'acquisto entro il 30 dicembre, fra avvocati incapaci e arroganti, trattative fra San Sepolcro e Pontassieve, disfide fra clausolette per un metro quadro di terreno. 
Di lì a poche settimane avremmo immediatamente iniziati i lavori di restauro: soddisfazioni, certo, sempre ben documentate in questo blog (un'altra bella novità di quest'anno) ma tante problematiche burocratiche ed economiche che invece ho preferito non raccontare, ma che ci sono state: forse senza raccontarle non le ho espiate, e alla fine sono emerse fisicamente. Al lavoro a maggio abbiamo concluso la pubblicazione del libro "La Toscana di Ruffino". Le trasferte di lavoro fra cui il Canada con la febbre. La febbre poi ripresentatasi a dicembre, prima del convegno a Poggio Casciano, altra grande esperienza di lavoro. La paura. La paura che io spesso coi vestiti buoni dell'ipocondria. Paura per controlli per me e per coloro a cui voglio più bene. La paura che sempre c'é perché, é forse questo il punto del mio equilibrio, davvero ho tanto da perdere. Al 2017 auguro a me e alla mia famiglia di continuare così, perché in questa giostra tutto sommato ci si sente vivi, si cresce, si lascia una impronta di noi. 

21 dicembre 2016

I giorni del Natale

L’atmosfera fra le strade è silente, intima, raccolta. Spesso leggere nebbie avvolgono la notte. La neve spolvera i colli più alti. Quando è sereno e un nitido cielo stellato illumina la notte, le case brillano di luci colorate. I camini dai tetti di tegole mangiate dal muschio emettono ipnotiche danze di fumo che si perdono fra i bagliori della luna.
Tutto ha inizio l'otto dicembre, festa dell'Immacolata Concezione e giorno di vacanza dedicato all'allestimento degli addobbi natalizi: l’albero che dev'essere “grandissimo, babbo!”, decorazioni create da mani emozionate e incerte, e il presepe: di buon mattino ci mettiamo in macchina, si compra l'abete e si fa una bella passeggiata nel bosco a raccogliere un po' di muschio.
Sono questi i giorni di avvicinamento al Natale, intensi e partecipati quanto il Natale stesso, soprattutto agli occhi dei bambini che brillano estasiati per meraviglie come la famiglia per una volta riunita insieme e senza fretta, il babbo con tutto il tempo per giocare al mattino in pigiama, la lettera da scrivere a babbo Natale, i doni da incartare, le recite di fine anno della scuola, con nonni e mamme coi lucciconi e fazzoletti in mano, le preparazioni per le ricche e festose tavolate natalizie. A casa le donne di famiglia si ritrovano tutte insieme per preparare i tortellini (chi fa la pasta, chi la tira, chi il ripieno, chi li forma, chi li conta, chi parla del più o del meno…): un rito che ha attraversato generazioni e che riunisce almeno tre nuclei familiari per ore e ore che in nessun’altra occasione avrebbero voglia di dedicare tutto questo tempo a un piatto delizioso ma dalla preparazione lunghissima e che richiede una abilità quasi atavica.
Il gran giorno è la vigilia, la sera del ventiquattro dicembre. Appuntamento a casa degli zii. La serata è lunga e festosa: baccalà, un po' di fritto di mare come antipasto: la tradizione vorrebbe che non si mangiasse carne. Poi, poco prima di mezzanotte, l’apice: dalle scale scende un omino vestito di rosso dalla lunga barba grigia e incappucciato dalla voce baritonale. I bambini - che pur tanto avevano atteso questa apparizione – pietrificati e immobili. I più piccoli, puntualmente, scoppiano spaventati in lacrime. “Io…io sono stata brava”, balbetta tutto d’un fiato sforzandosi di non piangere la mia bambina più grande.  “Zia, basta, torna a cambiarti. Non ha funzionato: hanno avuto paura”, sussurro a mia zia, come ogni anno lei ben più divertita di questa sua mascherata dei bambini stessi che, però, hanno subito ripreso energie e colore nei volti nel vedere i doni lasciati da Babbo Natale: adesso non resta che aprire i regali!
L'indomani il pranzo di Natale è un momento quasi solenne. Siamo tutti vestiti bene. La tavola, in rosso, è col servito buono della nonna, quello che si utilizza una volta l’anno. Nei piatti, la migliore tradizione famigliare si interseca con le ricette tipiche del Natale, fra le quali dominano i tortellini in brodo e un barocco cappone ripieno con pistacchi, uova di quaglia e prugne creando dei capolavori di cucina casalinga d’autore. Si aprono le migliori bottiglie conservate gelosamente in cantina. Nel lungo fine pasto dominano il pandoro e il panettone, le due icone dolci del Natale Italiano, il panforte senese, il torrone, la frutta secca con il Vin Santo. Il pomeriggio scivola accasciati sul divano, sgranocchiando noci e nocciole, melograni, fichi e datteri e giocando a tombola (e non di rado l’atmosfera si scalda per la proverbiale fortuna della nonna, la sordità del nonno che non afferra mai i numeri, qualche battuta fuori luogo…). Quasi non ce ne accorgiamo neanche ed è di nuovo tempo per mangiare: la cena è di nuovo pronta. In un attimo le cartelle della tombola coi fagiolini a coprire le caselle lasciano il posto alla pentola fumante del bollito, la ciotola di salsa verde e il vassoio con l’insalata russa.
L’anno nuovo è festeggiato con il “cenone” di San Silvestro, una cena informale fra amici, divertente e chiassosa, in cui domina la tradizione gastronomica di due piatti di carne di maiale, lo zampone e il cotechino, con un contorno di lenticchie, che si dice porti fortuna mangiarle per l’ultimo dell’anno in quanto la loro forma assomiglia a delle piccole monete, come i chicchi di uva in attesa del brindisi della mezzanotte.
Il sei gennaio arriva l’Epifania che, come dice il proverbio, “tutte le feste porta via”: la befana, ritratta come un vecchia rugosa dal naso adunco che vola cavalcando una scopa di saggina, porta con sé, dentro delle calze di lana, dolci e regali ai bambini che hanno fatto i buoni, o carbone se sono stati cattivi. La befana ha questo sapore malinconico, del carbone se non si è stati bravi, dell’ultimo vero momento tutti insieme in famiglia prima di tornare al lavoro, alla scuola, ai doveri quotidiani. Le vacanze di Natale sono davvero finite. Non sono lontani i giorni in  cui le primule spunteranno timide dai prati.
Ed eccoci al giorno del Natale! Foto di Sandra Pilacchi

18 dicembre 2016

"Il prossimo anno".

Vengo da un periodo a dir poco complesso, con situazioni che mi hanno portato a un sovraccarico di responsabilità ed emozioni, molte delle quali gestite con fatica e un senso di stanchezza quasi esistenziale. Una sorta di spleen. Erano gli ultimi giorni di ottobre e mi apprestavo con entusiasmo e spalle larghe al mio viaggio in Canada: in realtà mi imbarcavo per l'inizio di una fase piuttosto complessa. Quasi due mesi di evenienze extra-ordinarie che hanno affievolito i piaceri della mia vita privata, acuito le mie paure, talvolta ipocondrie, spesso paranoie, per la salute mia e di chi mi è vicino, complicato la già complicata routine lavorativa alla Ruffino, esasperato il già esasperante restuaro di Bisarno. Cinquanta giorni intensi e volati. Ormai, siamo a una settimana tonda dal Natale. La mia bambina più grande me lo ricorda ogni secondo e squittisce con gioia in attesa di tutte le feste che si prepara a vivere, fra pacchettini, disegni a tutti, decorazioni e addobbi. Come lei stessa elenca giuliva: "La vigilia, Natale, Natalino, il prossimo anno e la Befana". Il prossimo anno, si, quello che sarebbe il capodanno. Il prossimo anno. Sarà il 2017 l'anno dei miei quaranta e a meno di inopinate e imprevedibili catostrofi l'anno del trasferimento di tutta la famiglia a Bisarno. Si, fra le tante situazioni generate durante "i 50 giorni d'autunno", per trovare un titolo e una sintesi a questo ciclo agrodolce, siamo riusciti a chiarire un po' di più le nostre tempistiche. Intanto, in questi giorni stiamo facendo in fretta perchè voglio prendere la residenza e organizzare il mio buen ritiro. Fra ieri e oggi sono state montate le finestre - che belle! -, riscaldate le stanze, allestito la camera, il cucinotto, il bagno...Pulire i pavimenti, lavare i sanitari, spolverare, incastrare le prime opzioni di arredo in un senso compiuto seppur provvisorio...beh, ha fatto piacere e ha costituito una forte spinta in positivo verso "il prossimo anno"!
Porta aperta e un natalizio benvenuto!

17 dicembre 2016

Le prime finestre!

Oggi abbiamo montato le prime finestre: in ferro, con verniciatura effetto ruggine. Sono bellissime! Abbiamo optato dopo lunghe riflessioni per il ferro, escludendo l'alluminio e facendolo prevalere sul legno, materiale forse più coerente rispetto al ferro in un recupero storico perché mi permette scelte cromatiche in linea coi miei gusti e per i telai particolarmente sottili che mantengono quasi inalterato lo spazio luce. Abbiamo anche installato una porta d'ingresso in lamiera provvisoria che fa la sua discreta figura. Il mini appartamento sta prendendo identità, già ha una radicata anima contadina e nei prossimi giorni cercheremo di portargli anche un vissuto affettivo.

Riflessi agresti sulla finestra in ombra.
Le due finestrone della stanza del camino e l'ingresso (provvisorio).

Una finestrona baciata dal sole.

10 dicembre 2016

Il bagno ospiti, le cementine e i tubi di rame a vista.

In una delle stanze di Bisarno erano presenti le cementine, mattonelle esagonali a colori scuri in grande voga nelle case negli anni Venti.
Mi è subito preso una gran voglia di provare a recuperarle e a farne l'impiantito per una piccola zona di Bisarno: il bagno ospiti del piano terrra.
Chiaramente, la scelta di un materiale marcatamente primonovecentesco, ha richiesto un pensiero a priori su come impostare il bagnetto, senza dimenticarne le dimensioni ridotte.
Quindi: senz'altro cementine, che nel mio caso sono in predominanza grigio e rosso fegato, con una decina di esagoni neri (i più belli secondo me). Queste sono state preventivamente recuperare, pulite, lucidate. Incollate solo sul pavimento e su una parete della doccia, sulla stessa linea che è come se si alzasse di novanta gradi verso l'alto. Le pareti scoperte le faremo in resina. Altro aspetto novecentesco è l'opzione delle tubature a vista in rame, compresa la rubinetteria per la quale stiamo cercando cose industriali, tipo aperture a ruzzoline rosse. Il lavabo sarà in cemento, anche qui per esaltare la scelta delle cementine. La parete con apertura di ingresso sarà in ferro e vetro opaco. Insomma, un bagno che vuole ricreare un contesto atipico per Bisarno, dal sapore di archeologia industriale, ma che secondo me avrà, una volta realizzato, un grande fascino.
Il lento ma soddisfacente recupero.

6 dicembre 2016

In limine. L'ingresso di Bisarno.


Un disegno della facciata dell'aia con l'ingresso.
Trasformando un ingresso in terrazza e viceversa, ci siamo trovati con l'ingresso - il primo accesso verso la parte esterna della facciata dell'aia - non complanare rispetto all'aia. Di conseguenza, abbiamo dovuto realizzare una struttura di tre gradini accessibili da ogni lato. Il progetto, come ogni decisione, ha vagliato gli exempla storici e si è incarnato in un senso estetico atemporale che rispettasse i materiali costruttivi storici. Di conseguenza, si è optato per una piccola scalinata ampia, larga quasi 270 centimetri e profonda circa 90, che si eleva con tre gradini l'ultimo dei quali coincidente con la soglia. Tre parallelepipedi decrescenti. Alzata in pietra e mattoni, pedata in cotto storico recuperato dai vecchi pavimenti della casa. Avanti tutta!
La base dell'ingresso, che verrà parzialmente incassata.
Si procede!


L'ultimo gradino che coinciderà con la soglia.

5 dicembre 2016

Post inutile.



Siamo a dicembre. Due volte ammalato in meno di un mese: due febbrate progressivamente risoltesi e una prognosi (di cui nutro qualche dubbio) di una infezione, che spiegherebbe questi picchi di febbre senza sintomi. Nel mezzo debolezza e brividi e le mie paranoie. Io resto spaventato e dubitabondo, con la mia mente che deriva verso paure che si fanno ipocondrie che si trasformano in fantasmi. Penso di avere un carattere un po' strano: avrei sempre bisogno di diagnosi certe, prognosi sicure, remissioni totali. Percorsi e progetti delineati. Non solo a livello medico. Ma la vita gioca una partita con regole un po' strane e rapsodiche, che collide con mia ansia di avere tutto chiaro. Comunque io, fra spericolate autoanalisi, vorticosi giri negli inferi di internet, ansiogene parole con altri medici, depositari loro sì del sapere ma tutti così restii a comunicare e consolare (questa mi rendo conto é una lettura figlia delle mie paturnie), mi sono autodiagnosticato come stressato: lo stress mi avrebbe abbattuto le difese immunitarie, esponendomi a virus e batteri e a quell'indefinito mondo prepatologico ma non meno morboso delle ipocondrie, fra cui quello (chissà cosa) che mi sta tormentando in questo mese. In effetti tornerebbe. Pronuncio sempre la parola stress con pudore, come se non la volessi sottrarre a chi davvero ha motivi per soffrirne. Io del resto mi dico, e mi viene detto, sono una persona fortunata: con una famiglia spettacolare, un lavoro splendido che mi fa esprimere nella mia pazza creatività (l'ultima grande soddisfazione il convegno su vino, eros e salute dello scorso 2 dicembre), un percorso di vita avvincente che prevede il restauro di una vecchia casa di campagna e nell'attesa il mio attuale nido, una deliziosa casetta by this river (anzi, mi viene proprio voglia di metterla, quel capolavoro di Brian Eno). 
Sta proprio qui l'inceppamento dell'ingranaggio. Secondo questa oggettiva fortuna le mie debolezze dovrei quasi nasconderle, fuggirle, non condividerle, non farle uscire, non provarle perché dovrei guardarmi attorno. Perché sono fortunato: certo che sono fortunato, ne è chiara coscienza. Ma questo non mi esenta dalle mie fragilità inconsce. Io ho paura che tutto giri, che le cose cambino, che il filo si spezzi. Un rovescio, una malattia, una deviazione imprevista. Della medaglia, appena il mio fisico mi dá dei cenni di non-perfetta-adesione-a-uno-stato-di-benessere-atarassico, tendo a intravedere, e a indugiare, come se ci fosse una voluptas dolendi di cui tanto parevano bearsi gli antichi. 
Con questa mia fragilità avrei anche imparato a convivere, come una relazione con tanti bassi e qualche alto: del resto é la mia fragilità che mi ha spinto nelle braccia delle humanae litterae. "Cosa avrei visto del mondo, senza questa luce che illumina i miei pensieri neri?" canta il maestro Battiato in "Un oceano di silenzio".



Mi ha condotto a cercare rifugio nello studio, nel pensiero altrui. Che mi ha forzato ormai da quasi venticinque anni a prendere in mano penne, biro, matite, picchiettare tastiere di ogni tipo e scrivere, scrivere, scrivere... Scrivo, perché "cantando il suol si disacerba", come dice il Petrarca.
Mi ha permesso di emozionarmi, di "sentire". Mi ha fatto eccitare e piangere per certi film speciali, per certe canzoni scritte a modo, per certe poesie che colpiscono duro l'animo e ti fanno essere così vicino, così germano, al loro autore. A Pirandello, Montale e Pavese, se devo proprio citarne tre, almeno in Letteratura. 
In questi dieci mesi di restauro ho ormai esautorato tutte le mie energie. Le pile sono scariche. Non é tanto la questione economica che preme quanto l'essere, il dover essere, il dover indossare la maschera di quello che motiva tutto e tutti. Io non posso permettermi il dubbio, almeno per Bisarno, o meglio dire non posso permettermi di condividere le preoccupazioni perché la ciurma é organizzata così, e io sono quello delle idee, dell'entusiasmo, del motivatore, del saper affrontare come un carroarmaro ogni possibile questione. L'ho fatto, sempre, e oggi, alle porte di un primo significativo traguardo, ne sento la stanchezza e il peso e forse già un primo senso di rilascio.
Il lavoro stesso non molla, né  posso io mollare di una stilla: il mio lavoro vuole la mia pancia, la mia testa e tanto del mio tempo. Mi continua a dare soddisfazioni e a far viaggiare, ma mi strizza da dentro, fortemente, erodendomi, sottraendomi ogni confine fra spazio professionale e spazio privato. E allora entra in gioco un altro sentimento, ad arricchire questo baccanale di sentimenti ambivalenti: il rimorso. Mi sottrae alla famiglia, alle bambine. Cosa che sta facendo anche Bisarno.
Fuori ormai la nebbia avvolge e il freddo entra nelle ossa. Adesso é buio e la mia solita malinconia (finirò per affezionarmici) é esacerbata da questa seconda inquieta convalescenza.
Dicembre, stagione di poca luce, umido e freddo. Si guarda avanti e si stringe i denti, in attesa che queste linee storte si aggiustino e che alle 17 non sia già buio. Buona notte. 

Vino ed eros fra i Babilonesi e gli Egizi. La storia del vino. Parte 3.

Come si è visto il vino pare aver avuto origine in un periodo risalente a circa 6000/7000 anni orsono in una zona situabile fra la Georgia e l'Armenia, nel Caucaso meridionale. Sono state trovate delle giare di terracotta interrate atte a produrre un "vino" dalla fermentazione della vite spontanea.
La leggenda vuole che gli Argonauti di Giasone, in cerca del vello d'oro, solcarono quelle terre, abbeverandosi in una fonte da cui scorgava vino.
In un intersecarsi continuo e vorticoso fra mitologia e realtà, altre popolazioni lontanissime geograficamente l'un l'altra associano la nascita del vino al mito del diluvio e a una nuova alba di civiltà, come abbiamo raccontato nelle due puntate precedenti qui.
Eccoci adesso arrivare a una terza pagina della storia, questa più svelata e conosciuta: le grandi civiltà del mediterraneo e della mezzaluna fertile dove il vino veste un ruolo da protagonista assoluto in quello spazio indefinito fra eros e trascendenza. E'  in queste terre  fra il Mediterraneo e la valle dei due grandi fiumi, il Tigri e l'Eufrate che si attesta la domesticazione delle vite. Non è chiaro come il vino abbia compiuto il lungo viaggio che dalle zone transcaucasiche lo abbia fatto giungere fino al mediterraneo: l'ipotesi più probante è che sia stato grazie ai commercianti che in quegli anni compivano migliaia di chilometri e leggenderie traversate a cavallo. Un'altra ipotesi altrettanto valida è che la vite nascesse spontanea anche in queste terre.
E, nel vasto mondo delle civiltá mesopotamiche che sappiamo con certezza consumare e amare il vino (soprattutto gli Assiri e i Sumeri), gli antichi Babilonesi - che avevano contribuito al mito del diluvio attraverso la figura di Dercos Haelius, il marinaio del vino nuovo, su cui poi verrá modellato il ben più noto mito greco di Deucalione - sono i primi che ci offrono una testimonianza artistica di persone che bevono vino: si tratta dello Stendardo di Ur (2500 aC, visibile al British Museum). I Babilonesi veneravano anche una deità specifica, tale Geshtin, la madre della vite.


Lo Stendardo di Ur

Ma i primi veri coltivatori esporti della vite, quelli che per primi ne hanno tentato un approccio agronomico propedeutico alla vinificazione sono gli antichi Egizi. 
Anche loro avevano un pantheon associato al mondo del vino: Osiride, divinità della agricoltura e della vita oltre la morte, è il signore del vino al tempo della piena e signore dei bagordi della festa. Altrove il vino è il sudore di Ra o le lacrime di Horus.
Uno dei momenti più curiosi che caratterizzano la civiltà egizia sono le cosiddette "feste dell'ubriacatezza", dove il vino ancora una volta è unito alla sfera sessuale: vino e il piacere della carne, tutto in condivisione, inducono a uno stato teofanico, cioè permettono di percepire un'estasi associabile a un qualcosa di extra - corporeo, una divinità o una trascendenza. 
Il vino ancora non é bevanda popolare - il popolo in Egitto beveva birra - ma viene bevuto da ceti più ricchi e i religiosi come elemento in grado di portare a un livello superiore la percezione: del vino si é ammaliati dalla sua ambivalenza fra il tremendum e il fascinans, questo disequilibrio funzionale fra l'io e il super io, uno stato altro della coscienza. In questo la sessualità, il piacere riveste un ruolo altrettanto determinante nella cultura egizia. 

Il Papiro Erotico.






3 dicembre 2016

Un'astronave.



Sembra una astronave!
Ancora non é chiaro come sarà energizzata Bisarno, se con caldaia a legna, a pellet o a metano (anche se quest'ultima opzione, che sarebbe la mia preferita, non dipende da noi) ma intanto in questi mesi di primo restauro abbiamo preso una decisione sul tipo di irradiazione del calore: attraverso dei pannelli radianti da pavimento. Economicamente, rispetto ai radiatori da comprare perchè assenti e agli inevitabili scassi nelle pareti di pietra che avrei dovuto fare non hanno rappresentato una spesa molto più alta. Avevo saggiato una casa con questa tecnologia durante una vacanza in Norvegia, in una villetta nella campagna di Trondheim e la sensazione di uniformità del calore (serviva il riscaldamento anche ad agosto) era spettacolare. Certo, la casa era tarata per avere una temperatura costante tutto l'anno, con un piccolo dislivello a favore della zona notte. E i costi di riscaldamento lassù sono ben inferiori perché le case hanno un livello di coibentazione eccezionale (con Bisarno non ci sarà mai possibile raggiungerlo) e l'energia elettrica necessaria per far lavorare l'impianto ben minore. La loro centrale era rappresentata da una pompa di calore. 
Esperienze di clima in casa ben diverse dalle nostre ma che rendevano la casa enormemente confortevole. Vediamo se almeno in parte i pannelli radianti riusciranno a restituire quel clima ovattato e accogliente. Adesso, installati prima del massetto finale, hanno trasformato Bisarno in una specie di astronave!
Un altro dettaglio!

26 novembre 2016

Via i ponteggi! Il Bisarno restituito (a metà!).

Oggi a Bisarno abbiamo pulito un po' il cantiere e soprattutto valorizzato, con delle pulizie e piccoli scavi attorno grazie al mitico vicino di dimora, la grande novità di questa settimana: la rimozione di metà dei ponteggi perimetrali. Una sorta di epifania, di restituzione, dopo otto mesi in cui Bisarno (metà lo é ancora) è stato abbracciato dai ponteggi per il ripristino delle murature e del tetto. Una bella ventata di entusiasmo in un periodo in cui si fa un po' fatica a gestire le tante incombenze economiche. Avanti così: stanchi ma ancora in piedi e determinati. Flector non frangor anche se ho diverse rughe e pensieri in più che mi hanno piagato, non spezzato, il fisico.

Uno sguardo d'insieme.

Altro sguardo d'insieme.

Il recupero dello scannafosso.


20 novembre 2016

Il velo.

Un fine settimana divertente, senza soste, su mille fronti come piace a me, anche se non sono riuscito a togliermi queste occhiaie di stanchezza e stress che mi sono venute nell'ultimo mese. Venerdì sera a festeggiare una edizione del fiasco di Ruffino a firma di Andy dei Bluvertigo: il fiasco d'Andy ci ha fatto ballare nel ventre produttivo di Ruffino. Ma quanta fatica per arrivare a questo evento. Sabato ennesima - ho quasi pudore ormai a raccontarle -, soddisfazione per "La Toscana di Ruffino", in concorso al premio letterario più folle che io conosca, "Quarta di copertina" (c'é lo zampino dei goliardi) e premiato nella sezione libri di cucina. La domenica a casa dei miei, a partecipare a un gorgogliante e partecipato pranzo della domenica, arrosto girato il tema, per il compleanno di mio babbo - e anche per la gioia incontenibile delle bambine, che davvero adorano i compleanni e, per non farcelo dimenticare, hanno già cominciato un serrato conto alla rovescia per i giorni del Natale. Chissà se Natale 2017 verrà celebrato a Bisarno. Il 2016 no di sicuro ma manco era in programma. Spazi non mancherebbero ma dubito di averli già ristrutturati tutti. Intanto mi godo la politica dei piccoli passi per la quale nelle tre stanze che sono in "ristrutturazione accelerata" abbiamo dato il velo. E il velo rende una casa...una casa. Non l'avrei detto ma c'é davvero una sensazione di casa grazie al velo, che é la rifinitura, l'ultimo strato dell'intonaco. Dopo di che le pareti dovranno soltanto essere verniciate. 
Dettagli delle pareti col velo.

Altro dettaglio.

Altro dettaglio ancora.

Sto diventando un po' troppo dettagliato!

13 novembre 2016

Arsenal - Fiorentina, 27 ottobre 1999

La vita in 10 righe.


Era la fine di ottobre del 1999, avevo 22 anni, mi ero appena lasciato da quello che consideravo con certezza l'amore della mia vita. Mi rifugiavo al cinema, fra le canzoni e i libri e pochissimi importantissimi amici. Lettere sembrava quasi lenire le mie riflessioni sentimentali, offrendomi un campionario di eroine, casi umani, romantici, decadenti, disperati, filosofi nichilisti dalla penna finissima e dalla sensibilitá esagerata dei quali mi abbeveravo con un dolorosissimo piacere. I miei capelli non erano ormai più lunghi e lisci ma tenuti forzatamente corti poichè palesavano già una prima sofferta stempiatura. Non portavo più neanche l'orecchino d'oro a cerchietto, espressione - come i capelli lunghi che mi venivano piastrati adagiato a seni ubertosi di amiche compassionevoli - di una stagione post liceale hippie e sconclusionata. "Stavo bene, stavo male, non sapevo come stare", come mi cantava a squarciagola Giovanni Lindo ai tempi dei CCCP che ascoltavo al chiuso della mia camera a volume altissimo. 



Non credevo a niente, nessuna consolazione alle ulcere della vita (ulcere...col senno di poi tali le sentivo ma di fatto non lo erano). Stavo sviluppando quel mio pensiero cinico e disincantato che oggi mi caratterizza. Ma c'era Batistuta che giocava per la Fiorentina. La Fiorentina del Trap. Di Cecchi Gori. Di Rui Costa e Toldo. Batistuta. i'Bati. L'unico sportivo di cui comprai appena uscita l'autobiografia prostituendo la mia tracotanza da letterato di quei giorni (erano ancora lontani i tempi di "Open" che racconta la storia di Agassi, più che una autobiografia un capolavoro). Quel giorno, il 27 ottobre, ci giocavamo, in una situazione al solito disperata per noi, l'accesso al turno successivo di Champions League. Dovevamo vincere a Londra, a Wembley, contro l'Arsenal di Seaman, di Petit, di Kanu e di Bergkamp. Eravamo da Giovanni, in uno schieramento di tifosi-amici classico. La partita é giocata alla Trapattoni. Corti coi reparti ed esasperata cura della fase difensiva. Scelta che mi parse francamente opinabile. In campionato avevamo perso col Piacenza. L'Arsenal giocava in casa e aveva due risultati su tre. E cercò fin dal primo minuto il gol della sicurezza. Un grande Toldo, culo e tanta sofferenza. Eravamo ancora miracolosamente sullo 0 a 0, come avremmo potuta vincerla senza neanche provare a superare la meta campo? Succede che al minuto 74 la storia ha voglia di incarnarsi in quel tempio del calcio che da lì a pochi mesi sarebbe stato abbattuto, tirato giù, per sempre. La Fiorentina recupera un bel pallone con uno degli operai del calcio che ogni tanto hanno transitato a Firenze e sono stati molto amati per la loro abnegazione sudata, Rossitto. Con una fitta rete di passaggi e una sacchiana aggressione degli spazi (totalmente atipica per noi e per il gioco del Trap), la palla arriva a Heinrich che ha campo davanti a sè e se lo prende portando palla con lento e insicuro caracollare. Heinrich. Heinrich, "lo stupido" come lo chiamavamo per la sua capacità di fare sempre la cosa sbagliata, un tedescono slavato con la faccia da bambino, comprato e impiegato - anche in quella gara - da terzino destro. E invece in quel momento, palla al piede appena passato il centrocampo, Heinrich non sarebbe neanche nella sua posizione. Heinrich che avanza. Che rompe il suo metodico compitino di basso presidio della fascia. Si intravede una possibilità dopo 75 minuti di assedio subito. Le mie mani si irrigidiscono, i muscoli si contraggono e mi avvicino al televisore, buttandomi di schianto sulle ginocchia, come se preconizzassi qualcosa in fieri. "Passala stupido, quanto cazzo la porti...", il più generoso degli incoraggiamenti. Heinrich arriva fino alla tre quarti e impostandosi in un goffo movimento per favorire uno scolastico passaggio di piatto destro aperto la passa al Bati. Il passaggio non é preciso ovviamente e una feroce bestemmia squarcia la cappa tesa del clima dell'azione. Bati la stoppa - é troppo defilato. Con un primo controllo rapido, tecnico e potente, salta l'uomo. Adesso è in area, ma purtroppo in quell'area non pericolosa, dove spesso il difensore saggio ti accompagna per non permetterti di fare male, di puntare la porta. Bati quindi messo malissimo. Io sono già sdraiato per terra deluso, affranto dal disincanto e dalla pallaccia di Heinrich "lo stupido". Ma il tempo e l'azione prosegue. Batistuta é adesso a pochi metri dalla linea di fondo, dalla fine del campo e di ogni sogno. La porta da quell'angolo appare piccola e impenetrabile. L'unica mezza occasione vanificata da un errore del tedesco, "stupido", costato anche un sacco, mastico amaro. Si, perché Cecchi Gori spendeva. Eppure, accade quel qualcosa che rende la solita deprimente storia dei vinti una imperitura imprevedibile rivincita. Bati tenta infatti comunque il tiro. Gelo. Occhi sgranati alla TV. Il colpo parte a una velocità talmente ineffabile da rendere la comprensione razionale del gesto dello spettatore - già stordito e attonito di quel su e giù emotivo - impossibile. Goal. Il replay mostra e mostrerà milioni di volta la balistica del tiro, scagliato a più di 100 chilometri orari e conclusosi al sette, esattamente all'incrocio opposto al palo presidiato da Seaman. 



Il momento in cui ho percepito, intuito che fosse goal é complicato da raccontare. Ho goduto precocemente. Poi ricordo pugni presi in faccia, urla, una maglia strappata, olezzo di sudore, urla ora fioche ora ferine. Situazioni di non dignità che il Bati ci ha regalo al Camp Nou, zittendo peraltro lo stadio (quanta fiorentinitá in quel gesto), o al quarto gol in due gare, con un mirabile pallonetto a Pagliuca nella semifinale di Coppa Italia contro l'Inter, poi vinta in finale con l'Atalanta grazie a due gol del Bati, ça va sans dire, o al Manchester, o al Da Luz in Coppa Coppe. Quanti altri ne ricordo, sempre decisivi sempre bellissimi. Ma questo, al 74eimo minuto di Arsenal-Fiorentina, al canto del cigno di Wembley, li supera tutti. Mancano però ancora 15 minuti. E in questi quindici minuti si elevano altri 3 protagonisti a presidiare la creazione del divino centravanti fiorentino: due con la casacca viola e un ragazzotto di colore, fuoriclasse sgangherato, sfortunato e atipico, nelle fila dei Gunners. Sto parlando di Rossitto, del portiere Toldo e del centravanti avversario Kanu. Il primo mi avrebbe ricordato Cannavaro gli ultimi 10 minuti della semifinale con la Germania ai Mondiali del 2006. Toldo e Kanu fanno 410 centimetri in due e sono loro a recitare l'ultimo soggetto di questo epico dramma che pare scritto da Ionescu. Tocca a Kanu l'ultima grande occasione per l'1-1, la palla, facile a dirla tutta, che avrebbe consegnato il pareggio alla gara, la qualificazione all'Arsenal e a noi viola un mesto ritorno alla normalità. Kanu calcia a colpo sicuro. Toldo d'istinto, a un metro dal calciante, riesce a pararla. Una esultanza come se fosse stato un gol, una delle parate più eccezionali della storia del calcio, quindici minuti dopo che Batigol, ragazzo di Santa Fe, argentino, novello Dertycia commentava un idiota juventino, 30 anni compiuti e da 10 a deliziare Firenze, aveva appena segnato un gol storico.



Storie nella storia. Quante emozioni in quella partita, come una poesia di Montale: la "Felicità raggiunta". Come Le Invasioni Barbariche, Tutto su mia madre e Barry Lindon. Come By this river di Brian Eno, Fade Out dei Radiohead, Nomadi di Battiato e Bad degli U2. L'arbitro fischia tre volte. Una santa melodica trinità! É finita. Siamo passati al turno successivo (che ci avrebbe visto ovviamente eliminati repente dal Valencia, peraltro con un gol bono annullato a Rui Costa). Ma non é quello il punto: se avessi goduto della Fiorentina per i successi da albo d'oro sarei malinconicamente vergine. Ma le gioie che la Fiorentina sa regalare nelle singole tappe, nelle battaglie, sono strasicuro che nessun altro tifoso le può capire e provare. Erano giornataccie per me, quelle della fine del '99. La prima cosa che ho fatto é prendere la macchina e andare a fare un carosello solitario per Pontassieve. In auto a squarciagola "A Tratti" dei CSI ("sono un povero stupido so solo che, chi é stato é stato e chi é stato non é / non fare di me un idolo lo brucerò") e clacson clacson clacson con qualche spontanea, insignificante, sentita lacrima. Per il calcio si. Senza vergogna e conscio della levità della materia. Perché il calcio mi tira fuori tanto. Perché la vita é fatta di pochissime Arsenal-Fiorentina e di molte partite perse e pareggiate con poche vittorie. Il segreto é sapersi tenere strette nel cuore quelle poche partite uniche, come quella giocata 17 anni fa e vinta grazie alll'ottimismo della volontà e al mio grande eroe col 9 che si oppose, per una volta, al pessimismo della realtà.


11 novembre 2016

Bisarno dove sei?

"Fratello dove sei" è il titolo di un film parzialmente riuscito - fra i tanti capolavori - dei fratelli Coen, interpretato dal Giorgione di'Clooney. È un film che rimanda alla recherche, alla ricerca, e all'attesa. L'attesa che può essere umoristica, atrabiliare perché vana, di un senso delle cose rivelato, come in un monologo di Moni Ovadia sull'ebraismo. O l'attesa di un nemico che giustifica, assegna un significato a una esistenza altrimenti vacua, come si legge ne "Il deserto dei tartari". O la ricerca di una memoria familiare che ci faccia sentire parte di un tutto, appartenenti e non sradicati, esperita anche semplicemente degustando una madeleine all'ora del tè, come nella proustiana "Ricerca del tempo perduto". Ricerca e attesa, i motori della classica "Odissea", di cui "Fratello dove sei" ne è una strana rilettura. L'"Odissea" è un classico e racconta la spinta contrastante che ognuno di noi coltiva nel proprio animo: l'anelito a un affettuoso ritorno a casa contro il demone dell'ulissismo che spinge a fare giri immensi, cercare la "canoscenza" per non "vivere come bruti". Cesare Pavese esprime questa bivalenza in una frase emblematica del suo odi et amo interiore: "un paese serve, se non altro per il piacere di andarsene". Nell'incommensurabilmente struggente "Nomadi", così canta Franco Battiato: "Camminatore che vai, cercando la pace al crepuscolo, la troverai".





Ricerca e attesa, culto della stasi, ferinità d'azione  sono anche le mie sensazioni. E Bisarno è al contempo l'amata Itaca e la voluttuosa Circe, la casa e la pulsione ad abbandonarla. Siamo nell'ennesima fase "matta e disperatissima" che dovrebbe concludersi in un mese circa con la realizzazione dei primi due moduli al piano terra: una stanza letto, un cucinotto e un bagnetto. Metà della facciata è pressoché completata ed è venuta davvero bene. Anche un po' di intonaci e i davanzali delle finestre nelle stanze ristrutturate, rifiniti con il cotto storico che avevamo nei pavimenti. 


Davanzale con cotto storico della casa.

Intonaco prima del velo.



Un dettaglio del tetto.

Tegole antiche mangiate dalla muffa. Splendide! 

4 novembre 2016

Montreal

Sono arrivato a Montreal con la febbre e la lascio con la febbre. Lavorare sul proprio carattere. Imparare a conoscersi e tentare di portare alla luce, se non redimere, alcuni aspetti della propria personalità che possono frenare la propria serenità, le relazioni, la vita in generale. Un esercizio complicato e molto faticoso, che si è reso necessario applicare in questi ultimi giorni sotto l'influenza. Tachipirina prima di addormentarmi per lenire la febbre alta, tachipirina al mattino dopo nottata da tregenda con febbre ancora più alta, doccia catarchica e poi sul marciapiedi di questa accogliente città. Montreal emana un afflato parigino, uno stile europeo e un brio da porto mediterraneo. Mi aspettava (e che calorosi benvenuti!) per eseguire una agenda ricca di iniziative, lezioni, degustazioni, cene, eventi. Scrivo mentre mi trovo all'aeroporto in attesa del volo di rientro, sto risentendo un po' di appetito dopo tre giorni di dieta liquida (speriamo sia un primo segno di guarigione!), che incoraggio con dei tacos e una insalata di gamberetti. E un robusto Cabernet della Central Coast in California. Avrò la boccaccia io ma il vino non aiuta. 
Ieri sera per festeggiare la fine delle mie due settimane di lavoro uno dei miei colleghi mi ha portato a vedere la partita di hockey, una epitome di canedesità, i Canadiens di Montreal contro Vancouver. L'altro grande orgoglio è un cocktail, il Caesar, un Bloody Mary con l'aggiunta di acqua della bollitura delle arselle. Buono malgrado l'ultimo ingrediente insospettisca, ma ne dà un tocco di esotismo e sapidità in più che non ci sta per niente male.
Anche in questo caso le mie condizioni di salute mi avrebbero portato a declinare l'invito ma non sarei stato in pace né con la mia coscienza (quando mi ricapita?) né per il gesto tanto generoso che mi era stato fatto. Non é così banale infatti assistere a una partita di hockey, malgrado le infinite partite della season che dovrebbero annoiare anche il più accanito tifoso. Eppure i palazzetti, da circa 25000 posti, sono sempre esauriti. I biglietti sono molto costosi. Non si va a vedere una partita, si va ad assistere a uno spettacolo in cui incidentalmente si svolge uno sport, sebbene i giocatori di hockey siano strapagati, ben più dei calciatori per fare un esempio nostrano. Sugli spalti, non ci sono improperi o cori contro ma sguardi felici e rilassati come quando io vidi Jurassic Park al cinema, il primo film di grande impatto scenografico grazie agli effetti speciali: divertiti più che tesi per il risultato. Del resto non vi sono nemmeno i tifosi avversari - sarebbe in questo caso una gita fuori porta da 7 ore di aereo e 3 di fuso (Vancouver - Montreal) ma il punto è che nessun tifoso di una squadra di hockey ha il concetto di seguire la squadra in trasferta. Peraltro il risultato conta e non conta, poi ci saranno i playoff. Ma é lo show dell'evento che é davvero esaltante per i grandi e per i tantissimi bambini presenti: le migliori musiche amplificate in un ampianto acustico da teatro greco, continui intervalli al gioco per interagire  con gli spettatori (e nel mentre chi assiste in TV subisce, anzi si diverte con la pubblicità), giochi nei giochi, concorsi a premi, sponsorizzazioni a un livello di entertaiment e di grafica animata mai vista. Per non parlare delle opportunità gastronomiche, altro che il pop corn e la Coca Cola, seppur presentissimi: io indisposto ho optato per una bottiglia di acqua vitaminizzata a gusto di limone. Ovviamente poi si possono fare compere: i dischi utilizzati nel pregara sono stati subito impacchettati, garantiti da un certificato di autenticità e messi subito in vendita negli interminabili intervalli.
La partita non sarebbe lunga, 3 tempi da 20 minuti, ma in sé l'esperienza prende almeno 4 ore. Ho fatto bene ad andarci, é stata una esperienza unica e diversa. Sarebbe stato esaltante portarci le bambine. Hanno vinto 3 a 0 i Canadiens, il terzo gol é stato dato per una certa infrazione che non ho colto, non é servito nemmeno buttare il disco dentro la porta. Mi chiamano al gate. Iniziano le lunghe operazioni di rientro in patria.  

Un caloroso benvenuto alla Scuola di Sommelierie

Questi ci copiano le installazioni da Pontassieve....



Afflati europei nelle architetture di Montreal.


Lo spettacolo della partita di hockey.


Un momento di gioco.

Rara fase di gioco.

3 novembre 2016

Inniskillin e Niagara


Le cascate del Niagara, il vapore acqueo e un gabbiano.


Niagara Falls, le celebri cascate del Niagara: le ho viste, e anche dal loro versante migliore, quello canadese, dopo la visita a una delle nostre aziende sorelle, Inniskillin, dove abbiamo assaggiato i deliziosi vini del ghiaccio, gli ice wine. In questi giorni ho avuto anche modo di assaggiare altri vini della classificazione Niagara Falls, la seconda e ultima doc di qualità dopo Okanagan, che crea una sorta di sentita disfida canadese vinicola fra west contro east. Nella doc Niagara Falls predominano i vini da vitigni nordici: il Riesling e alcune bolle le ho trovate varietali, piacevoli e sapidi, meno i Pinot Nero. Tutti però troppo cari per avere un loro mercato fuori dal Canada, fuori dall'Ontario direi, a parte appunto gli ice wine. A Inniskillin ho visto in vigna le pale elettriche per smuovere l'aria ed evitare ghiacciate (le avevo studiate al corso WSET ma non mi ci ero mai imbattuto) e le uve deputate a ghiacciare sono involucrate - la vendemmia avviene fra dicembre e gennaio - da delle reti per proteggere i dolcissimi chicchi dagli uccelli, raven sopratutto, cornacchie. Altra peculiarità: la pressatura viene fatta immediatamente in vigna, spesso sotto la neve fioccante, perché l'uva gelata non può permettersi di sciogliersi neanche un po' poiché diluirebbe il concentrato zuccherino che è l'anima del chicco congelato.  Di rientro, rapida (e, per la febbre di poi, deleteria) sosta alle cascate. Mi sono piaciute? Senz'altro con un "pero"! Sono indiscutibilmente uno spettacolo della natura unico e la passeggiata sul lato canadese arriva fino a lambire, risalendo contro flusso, davvero a un metro non di più, il precipizio della cascata più ampia. Il rumore è tonitruante e viscerale. Il clima gelido, di mille sfumature grigie e ventoso. La pioggia sferzante che punzecchia di bagnato insieme all'imperioso riverbero del vapore acqueo. Immagino cosa non abbia patito chi ha tentato di andare lì sotto col battello. Però tutta questa antropizzazione (ci sono un casinò, un hotel, innumerevoli negozi di souvenir) in un luogo cosi paesaggisticamente suggestivo guastano un po' il rapporto uomo - natura, e l'ho trovato evitabile ecco. Molto bello e caratteristico invece il villaggio Niagara on the Lakes. 




Dentro Inniskillin.


La carta delle birre in un pub a Niagara on the Lake


Prima delle cascate...






Le cascate del Niagara, sguardo d'insieme.




Io, le cascate e un gabbiano.

31 ottobre 2016

Toronto

Mentre le scosse di terremoto continuano a funestare il centro Italia, per lo meno senza mietere vittime - ma se crolla la propria casa si muore un po' comunque - io vivo egoistiche inquietudini e paure, come la scocciante febbrata di freddo e stanchezza che maledetta è affiorata in queste ore e che sto cercando di tamponare con la mia farmacia da viaggio. Al solito mi ci vorrebbe medicine per la psiche, visto che la gestione più complessa è riuscire a viverla bene: non semplice in viaggio lontano, coi giorni di Montreal davanti a me carichi di impegni e le nostalgie per le bambine che si stanno facendo forti. La piccola sala di attesa, quasi spettrale, dell'aeroporto cittadino Billy Bishop non mi aiuta: a breve volerò per Montreal, sperando di lasciare a terra gli umori neri di questa giornata. Toronto ho avuto la fortuna di vederla senza la pioggia di Vancouver, senza la gelida assolata fretta di Calgary, e con il piacere chiaroscurale, malinconico e profondo del muovermi da solo. Sono arrivato qui a Toronto nella east coast giovedì sera e sono stato accolto da una italocanadede dal rassicurante nome Laura, deputata alla concierge in uno degli alberghi più sontuosi, classici ed eleganti in cui abbia mai sostato, il Fairmont Royal King. La mia prima cena è stata in un pub a guardare coi locals la partita di hockey. Poi ho trascorso un giorno, il venerdì, "sul marciapiede", a rappresentare al massimo del mio impegno Ruffino, fra Waterloo e Cambridge, due cittadine non distanti da Toronto. "Italians do it better": qui tutti sembrano stravedere per noi. Non è così frequente essere benvoluti viaggiando per il mondo. In Nord America lo siamo e ogni volta che ci troviamo di fronte a persone che ascoltano le nostre storie abbiamo la gratificante sensazione di piacere, di rappresentare un paese straordinario (frase retorica, vero) e che qualcosa, non solo in un passato ancestrale di banchetti etruschi, simposi romani e galatei rinascimentali, ma anche nel presente della crisi e delle difficoltà siamo noi a insegnare il gusto del buono e del bello, quell'italian lifestyle che ormai sta sostituendo l'abusato made in Italy. E io ne sono proprio orgoglioso, della mia fiorentinità e della mia nazione. Eppure da certi posti noi italiani avremmo tanto da imparare: ho avuto modo di passeggiare, quasi venti chilometri, per le ampie vie di Toronto, in un sabato di mal di pancia che mi accompagna ormai fisso, e una strana tensione che di solito non mi appartiene. Toronto accanto ai maestosi grattacieli in vetro, all'elegante waterfront, alla storia del treni a vapore, ha anche molto di uno stile particolare, il vittoriano industriale. La zona che più lo incarna è il Distillery District, un po' i meatpacking della grande mela un po' i dock di Amburgo: due distillerie del primo novecento ora convertite in botteghe di artigiani, artisti e stilisti. Bello anche il mercato di St Andrews, dove ho assaggiato le mele del Niagara e le polpette di granchio.


Grattacieli da cui svetta la CN Tower.

Un negozio di prodotti fetish.

Verso il Distillery District. 

Il Distillery District.

Dettagli del Distillery District, con mezzi d'epoca ormai solo ornamentali.

Me.

Passeggiata in centro.

Piazza del Town Hall vecchio e nuovo.

Geometrie al tramonto.


27 ottobre 2016

Calgary

Sono atterrato a Calgary dopo l'ennesima notte funestata da continui risvegli e l'ansia di non sentire la sveglia: succede sempre nei voli mattutini. La città mi ha accolto con tre gradi sottozero e una sferzata di luce fresca a darmi il benvenuto. La giornata si è svolta bene, sebbene la stanchezza abbia strisciato anche in questa strana, non bella ma profondamente affascinante città, dal sapore di cercatori d'oro, cacciatori di alci e bisonti, petrolieri, freak con barbe lunghe e fare bighellonante. La downtown é un concentrato di dolci e armoniose contraddizioni: grattacieli di vetro in una atmosfera di paesotto di periferia, installazioni artistiche con ricordi olimpici, una vastissima piatta periferia di cottage in un altipiano ricco di fiumi e laghi. Sullo sfondo, imperiose, montagne innevate. Si ha la sensazione di essere in provincia rispetto alla grandeur di un certo Canada, quello delle grandi metropoli sia western che eastern, eppure anche questa città che sembra piccola ma è grande più di Vancouver mi ha stregato. Avevo voglia di freddo che ti entra addosso e bagni di luce. Le persone qui hanno un loro orgoglio e il solito entusiasmo semplice e accogliente. La degustazione in cui rappresentavo Ruffino si è svolta in un teatro di fine Ottocento. La sera si è svolta una cena in un private club con piscina, per persone facoltose che si sono trovate per una (ottima) cena italiana, che mi ha anche rimesso a posto il pancino: a fine serata ho conosciuto il cuoco napoletano. Dopo, finalmente, la prima vera notte di buon sonno - mi sono svegliato solo per alzarmi alle 6! -, un breve meeting allo Hyatt, ho passeggiato nel freddo della laboriosa Calgary downtown: la piazza olimpica, i grattacieli sobri, la familiarità da villaggio, le numerose installazioni artistiche che dialogano con la città, i baci di luce che mi entravano addosso malgrado sciarpa, cappello e guanti mi hanno dolcemente accompagnato poi all'aeroporto per la terza tappa di questo tour, Toronto. 

Le montagne rocciose: in arrivo a Calgary dall'aereo. 


Calgary dall'aereo.


Serata svolta. Passeggio fra le tante installazioni presenti a Calgary.


Prima di ripartire, monumento alle donne in Olympic Places.


Sempre Olympic Place.


Altra installazione equina.


Prospettive un po' attorcigliate ma che guardano verso l'alto. Mi ci rivedo.