14 luglio 2017

Quotidianità

Sono passate dieci notti nella nuova casa di Bisarno. Di queste, tre io non ci sono stato poiché fuori per lavoro. Le bambine sono felicissime ed eccitate, pur con approcci molto diversi. La grande ha cercato subito di costruirsi degli appigli stabili. I peluche e i libri ordinati nella sua nuova camera; sta sempre molto vicino a noi mentre organizziamo la cucina; è more suo molto introspettiva, sentimentale e casalinga. La piccola invece, una volta controllato che tutta la "pamiglia" è presente, se ne frega di noi, è iper-dinamica, non ha paura, esplora le zone esterne, si arrampica sui ponteggi, va nella strada, ci cerca poco e solo funzionalmente. È molto gratificante vedere come si rapportano a questo nuovo mondo. Certo, ogni volta che riconoscono qualcosa appartenuto alla precedente magione, esclamano subito fra il nostalgico e l’euristico: “Questo c’era anche nella casa di San Francesco”. E noi? La casa è ancora decisamente in fieri e conviviamo con imbianchini, elettricisti, idraulico, muratori per l’esterno, scatoloni, scarpe a vista, e la sensazione complessiva è ancora un po’ straniante. La notte – notti caldissime peraltro – i rumori esterni sono molto forti: la natura è molto viva, animali selvatici, cicalecci, gatti, ronzii, sono un sottofondo continuo e inedito per noi. Le zanzare poi non lasciano tregua. Però è molto suggestivo: in un paio di notti non sono riuscito a prendere bene sonno, era una serata di luna piena e il riverbero lunare illuminava le fronde del nocio nella nostra camera, riproposta con gli stessi mobili e l’armadio della casa precedente. Anche la cucina è conclusa e pronta. La cucina era meravigliosa a San Francesco ed è meravigliosa anche questa qui: laddove avevamo ricercato toni urbani e molto eleganti, per Bisarno il disegno ha valorizzato linee country chic, con legno biondo e legno bianco, una libreria per i libri di cucina, le mattonelle di Caltagirone, un blocco cottura professionale per dare alla Laura possibilità di cotture disparate e per accogliere un po’ gli ospiti. I bagni sono invece ancora parzialmente operativi ma questione di ore, di giorni al più, e avremo anche i bagni. Quello che è più faticoso è la gestione degli ingressi: ancora non abbiamo percorsi consolidati nella mente. Quindi, ricordarsi dove si è lasciato le chiavi, come organizzare le scarpe, l’archivio dei panni sporchi e l’ambiente dove spogliarsi, cercare le migliori soluzioni abitative con pensili presi dai nonni, mobili di riuso, in attesa dell’arredo finale delle stanze secondarie che chissà quando sarà, salire le scale plurime volte con scatoloni in mano e perché non si trova quello che si sta cercando. In tutto questo la paura paranoica di sporcare e danneggiare i pavimenti in resina o gli elettrodomestici nuovi. Come era accaduto dieci anni fa a San Francesco, quando in due ci eravamo apprestati alla nostra nuova vita. 
Un bel divano in pelle color petrolio, lascito di una zia deceduta.
I nuovi gradoni per scendere all'aia.
Io, Laura e il fienile.

6 luglio 2017

Bisarnesi

Siamo bisarnesi e ci piace! Smarriti ed eccitati, con poco in casa ancora (il wc, il lavabo, tre materassi) ma tanto entusiasmo e di nuovo una "pamiglia", come dice la Mignola. Il pavimento in cocciopesto al piano terra e la resina al piano terra hanno regalato ulteriore luce e movimento a Bisarno. Per adesso ci corriamo liberi, dobbiamo arrampicarci per andare al primo piano, la torretta è ancora inagibile, le stanze disadorne (a parte i colori di libri e peluche della camera delle bambine), le notti con sonni non puliti e orecchie attente ai tanti rumori animaleschi, ma - giorno dopo giorno - un mattoncino di arredo viene aggiunto (a breve avremo la cucina!) e la casa si veste sempre più di noi e noi di casa!

La stanza gioco (e poi studio!) delle Upupole.
Prime (rare) pulizie!
I nostri piedonzoli sulla resina del primo piano.
La nuova cameretta: ci piace! Avanti coi materassi e peluche!
Cocciopesto al piano terra.


3 luglio 2017

Prima cena!

"Felicità è: lasciare insieme la casa in cui tanto si è amato e costruito e ricominciare, con due entusiaste compagne in più, una nuova avventura, dieci anni dopo". Bellissimo post della mia dolciastra su Facebook. Ebbene si: malgrado tutto e tutti, stanotte mangiamo e dormiamo a Bisarno. Sarà una bella esperienza di campeggio!

Entusiastiche Upuole.
Prima cena! Vino neozelandese, pomodorini e apparecchiatura spartana.
Susini maturi, donna che pulisce.

28 giugno 2017

Questa casa é solo nostra vero?


Ci siamo quasi: prima "mandata" di resina cocciopesto.
In questo frenetico conto alla rovescia - io e Laura che viviamo da separati ognuno nella casa dei propri genitori, le bambine con lei - i giorni si stanno succedendo anche divertenti. Lo dico pirandellianamente (il 28 giugno 1867, 150 anni fa peraltro nasceva il mio mentore filosofico) con un abilissimo e studiato esercizio mentale che trasforma la lacrima in riso e che prova a relativizzare e ad astrarsi dalle ulcere di cantiere. L'umorismo. Sono certo che ricorderemo questi giorni da senzatetto con piacere: siamo a cena una volta di qua, una volta di lá, una volta dagli amici, altre fuori, mentre scrivo sono in volo verso Bruxelles e ho trascorso dei giorni anche a Parigi, ci abbiamo messo un po' di mare in Maremma... Insomma, non abbiamo ancora una casa nuova ma ci siamo avvolti in una rete ampia, morbida e affettuosa che ci ha permesso di tamponare il colpo dell'abbandono della casa di San Francesco e i disagi e i ritardi delle consegne, ritardi comunque relativi se si pensa alla vastità, anche economica, del piano di recupero. Quasi tre anni fa tutti sorridevano quando garantivo che ci saremmo trasferiti entro maggio 2017. Le bambine sono un po' stranite ma vedo in loro prevalere la gioia e la curiosità di questo strano nuovo periodo trascorso in tante case con tante persone, col dubbio ogni sera di dove mangeranno e dove ceneranno, oltre a chi sederà al desco con loro. "Ma questa casa sarà solo nostra vero?" - ha chiesto dubbiosa l'altro giorno la Mignola nel sopralluogo serale in una Bisarno afosa, con le susine ormai surmature, la resina ancora bagnata e parzialmente posata. Giusto per assicurarsi che questa vita comunitaria, da famiglia allargata, per quanto divertente, solare e diversa, abbia comunque un termine.

24 giugno 2017

La Toscana di Francesco. Meno dieci.


Cielo plumbeo. Bisarno visto da Bisarno 2.

Cielo plumbeo e umido. Un altro sabato a ripulire l'aia e a tappare i buchi fatti per le fosse e le cisterne. Altri sassi portati via. Io, vestito da muratore tedesco (ho i calzini di spugna tenuti su e pantaloncini corti) mi sto dedicando a fare un po' di pulizia - riempiendo sacchi neri su sacchi neri - per dare un senso alla mia presenza in cantiere, senza dimenticare il mio ruolo da cronista animando il gruppo WhatsApp Bisarno Murature con la fotocronaca dei lavori. Attorno altri operai nei campi limitrofi stanno creando suggestive rotoballe mentre i vigneti più in lontananza verdeggiano assetati attorno alla torre della Pievecchia. 
La mattina è cominciata presto, prestissimo e alle 8.30 abbiamo goduto il piacere di una pausa-colazione nell'aia della fattoria leopoldina qui accanto, con pane sciocco, un prosciutto del Casentino saporito e ben tirato, una finocchioncina e del vinello ruspante. "Niente di più bello" - ha asserito il mio vicino, proprietario della casa, persona con cui ho grande intesa e che sta dipingendo, con le sue ruspe, gli spazi esterni di casa mia. Io sono proprio d'accordo con lui: semplicità, convivialità, piacere di godersi un momento di pausa con gusto e in serenità con attenzione al bello delle piccole e grandi cose che ci circondano. Come in un romanzo di Murakami si intersecano tante realtà nella mia vita di corsa di questi ultimi mesi. Mi sembra quasi che le atmosfere che ho descritto nel libro "La Toscana di Ruffino" mi abbiano abbracciato e da carta siano diventate vere. Vivo gli stessi stilemi che poi per lavoro devo raccontare come responsabile comunicazione Ruffino (la semplicità della vita di campagna, il gusto di stare insieme). Ho avuto la fortuna di vivere una casa al mare in Maremma che  ha un pergolato odoroso di sole e luminoso di rosmarino e cicale e che mi ha fatto pensare moltissimo. Questo blog è al contempo autobiografico e corale, fango e poesia, abbecedario della vita di campagna e bestiario di un restauro lungo, teso e complicatissimo.
Sí: Bisarno si è proiettata oltre la sua aia e mi ha magnetizzato la vita. Semplicità, piacevolezza, familiarità e affetti, progettualità, gusto, autodeterminazione. Tutto si è intrecciato in questi quasi ultimi due anni. È come se ci fosse stata una trama predefinita scritta da altri che pian pianino, a dieci giorni dal previsto primo giorno a Bisarno, si sta svelando mentre la vivo in affannosa corsa verso - speriamo! - un agognato e desiderato lieto fine. Una fine che poi altro non sarà che la prima pagina di una nuova storia. 

Grandi lavori a coprire le fosse biologiche.

Resina

Un bella foto di Bisarno dal campo limitrofo.
Sotto un cielo pallido e rorido d'afa di fine giugno e mentre il campo di grano è stato pettinato con suggestive rotoballe che regalano nuovi sfondi agresti alla casa, a Bisarno si è cominciato a resinare. Blandamente da lunedì, a buoni ritmi da martedì. A pieno regime da venerdì. Intanto io sono tornato dalla Francia dal Vinexpo, il caldo morde e ho spostato il mio cuscino verso casa dei suoceri, in attesa di ripartire per Bruxelles e poi, finalmente, trasferirsi i primissimi di luglio in quel di Bisarno, se tutti faranno i bravi. Anche a lume di candela, se saremo rimasti indietro con la parte elettrica: sarà tutto più romantico.


Il fondo, il primo strato della resina.
Altra immagine del fondo cementizio.





Lavorazioni del primo piano (resina beige).

Lavorazioni sempre al primo piano.

Lavorazioni al piano terra (cocciopesto).
Lavorazioni al piano terra.
Lavorazioni al piano terra.



21 giugno 2017

Il bianco soffitto della cucina.

Il soffitto della cucina lo abbiamo dipinto in bianco. Una anomalia rispetto agli altri soffitti della casa: si è creato un effetto un po' shabby chic un po' country nordic di grande impatto e comunque non atipico (poteva succedere che i contadini dipingessero di bianco i loro soffitti) che credo troverà ancora più definizione con il montaggio della cucina la prossima settimana.


Il bellissimo soffitto virato al bianco della cucina.

Dettagli.

Altro dettaglio.

Ancora il soffitto da un'altra angolazione.


20 giugno 2017

Bisarno aia aperta

Due giorni dedicati all'aia, lo spazio antistante i due ingressi di Bisarno e storicamente dedicato alla battitura del grano, allo scorrazzamento più o meno libero degli animali da cortile e alla vita conviviale dei contadini, soprattutto durante la stagione estiva (col freddo invece il canto del fuoco diventava il luogo privilegiato dove raccontarsi storie prima di coricarsi).
Bisarno ha una antichissima aia lastricata ad opus incertum inerbita nelle fughe, gli spazi irregolari che si creano fra pietra e pietra. Opus incertum significa invece che l'aia era stata creata attraverso la posa di pietroni di grandezze diverse con una faccia liscia e l'altra conficcata e maritata nel suolo: un effetto finale bellissimo. Purtroppo però l'aia, dopo oltre due secoli di vita e due anni di lavori murari, necessitava di una ridefinizione, anche per gestire meglio i livelli fra Bisarno e il fienile, i due lati lunghi dell'aia, e per trasformarne una parte, circa la metà, in un prato dove far scorrazzare le bambine. L'obiettivo era ambizioso: togliere tutto il cantiere ammassato sopra (due betoniere, sacchi di cemento, sabbia, pietre e mattoni dalle murature, tegole e coppi avanzati dai rifacimento del tetto) e, una volta compiuto questo non banale sgombero, eradicare i lastroni conficcati nel suolo, per poter arrivare a un piano finito, in dislivello decrescente da Bisarno al fienile, e poter poi armare e gettare il cemento per dove é previsto il ripristino del lastricato e mettere del terriccio laddove si prevede un bel prato. La squadra prevedeva il mio vicino, con i suoi potenti mezzi meccanici e la sua eccezionale e invidiabile abilità nel manovrarli, oltre quattro valenti uomini di fatica. La giornata é stata anche divertente perché si é creato - cosa rara in cantiere ahimè - un bel clima generato anche dalla soddisfazione di essere riusciti a fare molto più di quanto si pensasse di poter fare in soli due giorni. Cronaca é che, dalle 7.50 di sabato mattina - imbracando le strutture più pesanti e trascinandole via, caricando di sassoni la pala della ruspa, scavando sotto le lastre con una benna dentata di uno scavatore per agevolare la loro rimozione, picconando a mano nelle fughe delle lastre più tignose per farsi un invito, stando sempre ben attenti a non rompere tubi e forassite, muovendo lastre secolari in gruppi di due/tre persone, nutrendoci di susine, acqua e birra - alle 12.20 di domenica pomeriggio l'aia di Bisarno é stata completamente aperta e disossata in attesa della sua nuova definizione: metà lastricata ma con fughe stuccate e non inerbite (e con sopra un fresco pergolato) e metà dedicata a un pratino (adesso e fino alla prossima stagione con un fondo terroso). 
Ieri sera, una delle giornate più lunghe e luminose dell'anno - erano le 21 circa e il cielo era ancora azzurro - abbiamo fatto un sopralluogo familiare, facendo correre le bambine davanti l'aia liberata e abbiamo sentito, forse per la prima volta, davvero vicino il tempo del trasloco: massimo 15 giorni e, finalmente, inizierà questa nuova avventura della quale da quasi due anni mi sto facendo solitario carico. 

Demolizione del lastricato.

Fatica disumana: questo il risultato.

Gruppo di lavoro allegro dopo le fatiche.



16 giugno 2017

Il più è fatto ma il meno non finisce mai.

Quasi le 23. Sono nel mio lettino a casa dei miei. Le bambine dormono rumorosamente accanto a me. Due materassini di grandezza decrescente. Sono i giorni senza più la casa di San Francesco (che nostalgia!) e Bisarno non ancora pronto. Stiamo accelerando, anche se tutto sembra non finire mai e spuntano continuamente piccole finiture da completare, per non parlare delle spese e di qualche preoccupazione crescente. Il cantiere è un coacervo di nazionalità, religioni, stili, approcci. Predomina al solito un pessimismo fescennino. Provo a mantenere la rotta e un entusiasta ottimismo con me stesso, la famiglia e tutto il gruppo di lavoro. Ce la sto mettendo tutto e la sognante visione di qualche anno fa si è quasi incarnata in un progetto compiuto, malgrado tutto e tutti, concatenandosi in un libro concepito e pensato a Bisarno, in questo blog che mi racconta ormai da quasi due anni e una casa molto particolare che ci accoglierà. E questa per me è una gratificazione mentale molto forte. Manca solo questo ultimo maledetto miglio, che pare mai finire. Comunque: le finestre sono state installate, compreso lo splendido l'arcone a tre ante della cucina che guarda l'aia. Le imbiancature pressoché completate (un bianco burro con effetto bruscoloso), così come alcune pareti e dettagli in cartongesso, alcuni dei quali di grande suggestione, come la veletta a coprire l'armadio nel corridoio di camera e il timpano a contenere la futura libreria nella torre. Il soffitto della cucina, in travi e pianelle, è stato imbiancato in total white, ottenendo un certo effetto shabby chic. Le pareti della scala del piano terra sono state tutte tenute, dopo accurate stuccature, a facciavista. 
E domani si prevede una grande giornata per iniziare a definire il primo degli spazi esterni di Bisarno, l'aia. Intanto le susine sono buonissime, il ciliegio purtroppo l'abbiamo dovuto abbattere, le noci dei tre alberoni frondosi sono quasi mature mentre le giuggiole dei tanti giuggioli presenti diverranno frutti dopo agosto. Speriamo si possano gustare sotto un pergolato di uva matura e profumata.


4 giugno 2017

Roccamare anno terzo e cielo terso.


Prova costume insuperata.
Dopo un anno, Roccamare: se esistesse un luogo in terra capace di pacificarmi, questo sarebbe la pineta di Roccamare col suo mare turchese e la sua spiaggia carezzata da una continua brezza che odora di mirto, ginepro e rosmarino. Oggi ho esercitato la mia sessione di panismo con una lunga corsa verso l'azzurro del mare, a pieni polmoni e occhi aperti (che bella sensazione dopo l'operazione lasik dello scorso anno) per finire lo scatto con un tuffo scomposto, adolescenziale e liberatorio nelle acque ancora fredde del giugno maremmano. La mia falcata ancora non è finita: la casa di San Francesco ci manca e non è facile gestire l'abbandono, Bisarno non è ancora completato, le spese incombono ma ogni tanto basta sapersi fermare per riprogrammare con maggiore lucidità una ripartenza ancora più fluida. 

29 maggio 2017

Homeless - 29 maggio 2017

La nostra ex cucina a isola. Un piccolo cadeau per i nuovi proprietari.
Ed eccoci qua. Senza più la nostra amatissima casetta di San Francesco. Bisarno non è ancora pronta ad accoglierci e in questa transizione vivremo dai miei genitori. Per le bambine un bellissimo gioco, per noi un necessario e tutto sommato piacevole interludio da homeless a camere e letti separati (io nel mio di quando ero ragazzino!).
Negli ultimi due mesi ho preparato questo trasloco come se fosse un esame all'università: con la voglia e la convinzione di farlo al massimo e di puntare alla lode, con circa 60 giorni di studio (in questo caso di organizzazione di scatole e scatoloni, buste e bustoni) matto e disperatissimo e con la mia classica lucida e funzionale freddezza che mi ha accompagnato fino al conseguimento dell'obiettivo. Approccio energizzato e adrenalinico che poi di solito "sconto" l'indomani, con una lunga fase di down che arriverà, temo, a Bisarno completato. 
Il rogito è stato questa mattina alle 11. Ho abbandonato per l'ultima volta la casa alle 10.45, con un colpo violento al battente in ferro della porta che ha risuonato come ferito. Prima avevo fatto un giro da solo fra le stanze dove si sentiva l'eco. Come quando portavo gli amici a fare il giro turistico di tutte le stanze. Negli ultimi giorni abbiamo vissuto, io e la mia compagna, come se fossimo monadi autonome, pensando entrambi all'imminente e definitivo congedo dalla casa che ci ha visto crescere come coppia e diventare una famiglia. Come affrontare il distacco dal nido dove abbiamo trascorso dieci anni felici, felicissimi. Io ho scattato delle foto. Tante. Il display dell'iphone mi restituiva ogni volte immagini definite, geometriche, con la luce bianca del mattino a cristallizzare le belle forme e a caricarle di una nitorea tristezza. La sera prima avevamo svolto la nostra ultima cena nell'ampio open space, aggrappati a un tavolo in formica recuperato da Bisarno: pesto della mamma, birra da 66, taralli della Coop con scaglie di parmigiano prima e dopo la pasta e tante albicocche e noci per finire la frutta nella fruttiera. Le bambine erano, sono state, e sono allegre. Noi un po' scossi. Dopo cena, stanchi di una giornata di continuo andirivieni e incalzanti riflessioni, mentre la Laura faceva addormentare le bambine nella loro camera priva delle armi classiche (librino, copertina, poltroncina) - bambine nei loro materassi a terra -, è venuto il Micio, amico storico, a darmi una mano con gli ultimi faticosi traslochi. E già era venuto la domenica mattina. Via il divano, via la struttura contenitiva della cantina. La radiolina sulla serie A - tristissima partita della Fiorentina in diretta dopo il malinconico addio al calcio di Totti di qualche ora prima, che aveva contribuito a sottolineare la giornata di addii e saluti -, luci soffuse dai bulbi delle lampadine e quel clima, strano, vero, partecipato, riflessivo, complice, che ti porta a parlare e affrontare mille argomenti, come se la casa ormai vuota, con poche ore da trascorrerci davanti, con il suo vuoto silenzio avesse aiutato a elevare il livello delle riflessioni e i contenuti delle parole. Al risveglio questa mattina la casa non mi appariva più così vuota come ieri sera: spuntavano residui, dimenticanze, stoviglie dimenticate che hanno costretto ad altri viaggi in macchina: verso casa mia, verso casa dei suoceri, verso il fienile, i tre contenitori di quanto ci siamo portati via da San Francesco, nel tentativo di portarci via con noi un po' della sua anima. Ricordo ancora l'emozione che ho provato io - e ci ho pensato tanto dopo aver abbracciato con trasporto i nostri compratori davanti la banca un attimo prima del rogito, persone splendide a un passo da momenti cruciali anche per le loro vite e che sono sicuro ameranno la casa e sapranno valorizzarla e farsi coccolare quanto lo abbiamo fatto noi. Ho ben scolpito fra i ricordi più preziosi la prima volta che ci siamo andati, nella casetta di San Francesco, immediatamente dopo il rogito, un buio e piovoso novembre del 2007, quando era diventata finalmente nostra (durante i sopralluoghi - nel nostro caso anche rari e mai troppo ben accetti dai venditori di allora - ancora non la senti tua, non sei mai solo). Scendendo in cantina la Laura aveva battuto una testata clamorosa nell'arco di ingresso in mattoni, che avremmo rifatto perchè completamente mangiato dal tempo. Sempre della Laura ricordo l'espressione dubbiosa, appollaiata sopra le scale in pietra non ancora protette dal parapetto in montanti di corten e fili di acciaio, a osservare dall'alto gli operai a montare la cucina, vero cuore affettivo ed estetizzante della casa: vi erano dubbi sui pagamenti, sul futuro, sui debiti da affrontare, sul mio contratto ai tempi del Chianti Classico e del suo futuro da avvocato. Appassionato e punto da mille vaghezze, mi ero messo a studiare architettura, appassionato al design, incuriosito dai grandi marchi di mobili milanesi, ispirato dai musei del design, stregato dalle moderne architetture di NYC e San Francisco, e San Francesco é stata la casa dove ho affinato e cercato di riprodurre un mio gusto. Passano i primi anni. A luglio 2011 ero spaventato dalla nuova intrusa, la Matilde appena nata. Quel giorno, appena dimessi dall'ospedale, ci siamo fatti una pasta al pomodoro nella splendida cucina a isola, quasi ad affermare che niente sarebbe cambiato. Con Matilde la casa é diventata ancora più bella: una cameretta colorata, le sue risate, il colore verde e arancio che dominava. Poi Costanza. La Mignola, il suo pseudonimo, ha subito capito la mia paranoide cura e attenzione per ogni dettaglio disegnando sul divano, vomitando nel letto, martoriando le tende: grazie a lei la casa si é fatta più funzionale, meno museale, ancora più calda. Ricordi. Mi fanno tenerezza. Oggi ho quarantanni mentre San Francesco ha accompagnato tutto il mio decennio da trentenne. La speranza è di continuare il nostro percorso a Bisarno e anche Bisarno sappia restituirci il nostro affetto e le nostre premure come ha fatto il nostro nido di via del Molino, dal quale il 29 maggio 2017 siamo volati via.
La scala con il parapetto in montanti di corten e fili di acciaio.
Il bagno grande.
La camerina delle Upupole senza lettini, pupazzi e giochi.













21 maggio 2017

Festina lente


La casa lato aia.
La casa lato nord.


Stasera, di rientro da una gita scolastica a Cento, nel ferrarese, erano circa le 19, me lo sono proprio goduto, il Bisarno. Tutte energie accumulate per la settimana davanti a noi. 
Settimana di traslochi, lavoro, altri lavori. Avanti tutta!

20 maggio 2017

La guerra degli es.



Un sabato diviso fra gli inscatolamenti a San Francesco (mancano poco meno di 10 giorni all'abbandono della casa) e gli ansiosi e affrettati lavori a Bisarno (mancano poco più di 20 giorni al previsto primo giorno nella nuova casa), di cui sono osservatore zelante con l'umile ruolo dello spazzino (che però decide!). Oggi sono arrivate gran parte delle finestre, splendide! Mancano adesso solo le centinate, quelle cioè con l'arco, il portone d'ingresso e la grande finestra ad arco della cucina. I lavori fognari hanno preso un la, anche se ancora mancano molti allacci, un paio di cisterne e altri marchingegni: prima gli scavi, poi posatura dei (tanti) tubi con pozzetti, infine copertura degli scavi. È stata anche installata, in un mosaico di impegni e maestranze fatte incastrare con  sommo dispendio di energie la pompa di calore e la centrale termica, seppur ancora non sia stato possibile accenderla per far fare ai massetti lo shock termico propedeutico alla resina. Restiamo in attesa di Hitachi che deve essere presente con un suo uomo al turn on: confido nella puntualità nipponica. Abbiamo anche iniziato la posa delle mattonelle azzurre del bagno grande. Ho compiuto durante tutta la giornata, che da cinguettante e bella si è mutata in brontolona e temporalesca con l'incidere del meriggio, un su e giù continuo fra le due case e i bidoni della raccolta differenziata: tanta immondizia creata, sia nel restauro che per il trasloco. Nel mezzo, continue riflessioni sul da farsi in questo countodown e le solite bordate di pessimismo e negatività bubate dall'ecosistema del cantiere. Comunque, mentalmente mi sento meglio dei mesi scorsi e anche i miei fastidi di salute, pur presenti, sono accolti con un approccio meno nichilista e cupo. Mi sa che sta emergendo il mio "es" specializzato nell'ultimo miglio, un napoleonico, pugnace e pertinace frammento di "me" che spesso affiora fra le tante sfaccettature del mio animo e mi permette di affrontare al meglio le prestazioni e di togliermi non poche soddisfazioni. Ha un solo difetto, quest'io determinato e adrenalinico: compiuta la sua missione, cintosi d'alloro e beatosi del successo, si rintana repente nei meandri della psiche lasciando il posto agli altri "es" noiosi e queruli, recanti accidia e smania e storico terreno fertile per farsi poi fagocitare da una nuova colonia di stati psichici, di "ego", liberi pensatori, volti a farmi indirizzare verso nuovi progetti e nuove sfide. If you rest, you rust. 



19 maggio 2017

Chris Cornell


Mi prendevano in giro quando ascoltavo i Soundgarden. Nel mio ecke ecken erano il vertice basso dopo il binomio Pear Jam e Nirvana, ma tutti e tre i gruppi costituivano manna per le mie prime inquietudini postadolescenziali che avrebbero trovato poi fioritura fra i libri e le poesie degli ultimi anni del liceo e durante gli anni estatici e decadenti, introspettivi e cupi di Lettere. Chris Cornell da Seattle si è suicidato due giorni dopo il mio ingresso nei quaranta. In qualche modo un congedo cerimonioso a una epoca, i miei primi quarant'anni. 
Sono entrato negli anta lavorando. Una soleggiata giornata trevigiana a festeggiare non me ma la nuova sede di Ruffino, approdati io in Veneto dopo la settimana nel nord della Germania, l'azienda dopo centoquarantanni solo in Toscana.
Va bene così. Testa china sul lavoro, sul trasloco e sul Bisarno. tempo e luogo per godersi un po' di conseguimenti, non solo anagrafici, non mancheranno. 

14 maggio 2017

Il bradipo Flash e l'ultimo giro degli "enta".

Ultimo giro di un decennio favoloso. Sto entrando però negli anta con la smania, l'irrequietudine e la stanchezza di un semestre complicato, aggrovigliato e fin troppo incasinato. Oggi non faccio bilanci ma pulizie a Bisarno (pala in mano per muovere terra e ordine dei vari ballini di materiale) prima di un'altra settimana di cantiere che si preannuncia piena di lavori e, consequenzialmente, problemi, ansie, dubbi e questioni che mi verranno poste, un altro po' di trasloco qui dalla casa di San Francesco (come Pollicino, scatolina dopo scatolina, sedia a dondolo di design dopo console trasformabile in tavolo, bottiglia di vino dopo bottiglia di vino) e, al tocco, un pranzo coi parenti inglesi, o meglio, italiani trasferitisi nelle terre di mezzo della perfida Albione e per la giornata nella nostra splendida Valdisieve. Ci saranno la mia nipotina, il fratello della mia compagna e sua moglie, oltre ai nonni. Pranzeremo alla bottega di Rosano. Alé! Le bambine smaniano per vedere la cuginetta, temo proprio la fagociteranno fra giochi, urla, strepiti, interrompendone con la loro starnazzante mediterraneitá l'aplomb british nel quale sta crescendo. Nel frattempo, cerco lo zen, la pace, l'occidentali's karma traendo spunto dal mondo dell'arte e della cultura pop, rivedendomi una parte di quel capolavoro per bambini e adulti che é Zootropolis, nello specifico la scena incentrata sul bradipo Flash. Il suo sorriso ampio e rilassato, le sue maniere compassate, il suo "festina lente" mi siano di augurio in questo ultimo giro degli enta.

13 maggio 2017

Il mattino leone la sera coglione



Sono partito a mille stamani mattina. Sveglia naturale alle 6.30, la musica in filodiffusione, le mie biostimolanti "5 nocciole di Giffoni su cucchiaio di melata di miele" e il caffellatte caldo mentre tutti dormono: una gran voglia di aggredire la giornata con l'ottimismo dell'azione. Davanti a me elettrizzanti ore da trascorrere a Bisarno e tanti lavori in programma. Arrivo in cantiere presto e con le giuste motivazioni. Bisarno è da qualche giorno anche senza gli ultimi ponteggi e ieri sera, al rientro dagli stancanti ma riusciti giorni lavorativi in Germania, mi si è rivelata splendida e imperiosa, accogliendomi quanto i festosi sorrisi e gli ampi abbracci delle bambine liete del mio ritorno. Tuttavia, ora dopo ora, mi sono ammosciato. Il clima del cantiere è persino più uterino di questo maggio instabile. Portare avanti il mio progetto in questo pastoso pessimismo che accompagna le obiettive complicazioni che accadono è davvero difficile. Degli scavi delle fosse previste in giornata si è fatto meno di metà. Il massetto del porcile lo abbiamo dovuto disfare e rifare perché non in bolla. Ritardi per altri impegni già presi dai professionisti che rischiano di farmi rinviare l'accensione della pompa di calore, vero ago della bilancia cronologia del giorno del trasloco perché l'accensione comporta il test di resistenza dei massetti o shock termico successivo al quale ci sarà la posa della resina. Incastri. Fatto è che l'ottimismo del mattino si è spento nel pessimismo della serata. 
Però...questa sera sono a casa e non in qualche ristorante tedesco. L'odore della cena incombe: mazzancolle sui paccheri! Che donna la mia. Le bambine squittano e giocano fra di loro. Ci berrò su insomma, sperando di ritrovare un po' di entusiasmo domani, "domani è un altro giorno", domenica, dove mi aspetta un po' di lavoro di pala (devo ricoprire i tubi con un po' di terra smossa per evitare che poi la ruspa che andrà a richiudere le tracce accidentalmente ci faccia cadere sopra i sassoni, danneggiandoli...) aiutato dal mio amico Micio. Cena pronta. Si mangia. Si beve. E si ricercano energie per programmare lucidamente questo folle mese che ho davanti, a meno due giorni dai mie primi quarant'anni. 

11 maggio 2017

Berlino e la Ruhr


Berlino mi ha accolto nella magnifica e nuova Hauptbamhof, la stazione centrale. Una giornata fredda e ventosa che progressivamente si è fatta tiepida e soleggiata. Sono stato trottolato dal locale agente, un berlinese dinoccolato e molto alternativo, per tutto il giorno lungo ristoranti ed enoteche, locali berlinesi e soste gastronomiche di varia ispirazione a raccontare i vini Ruffino e a conoscere i titolari, spesso persone giovani e molto motivate nel loro lavoro. Percorrere così di fretta e senza un attimo per me stesso la città, una città che conosco davvero bene e a cui ho legato tanti ricordi da fidanzato, da babbo (memorabile una vacanza a ottobre 2013 con una strepitosa e divertentissima Matilde dueenne) e da professionista (Berlino è una città molto importante per il mercato tedesco di Ruffino) è stato come un riaprire una porta nel passato costituita da tanti episodi forti e intensi. Penso anche che la mia passione per l'architettura e il design sia sbocciata qui e qui abbia trovato negli anni spunti fertili per affinarsi e consolidarsi. La giornata si è conclusa con una cena a Potzsdammer Platz, non il mio quartiere preferito della città. A parte la cena ottima, di afflato siciliano, mi ha fatto enormemente piacere ricevere i complimenti per il libro "La Toscana di Ruffino" da parte del proprietario,  che lo tiene in bella vista in uno dei ristoranti bene della Berlino borghese. Due passi nel vento di nuovo gelido prima di andare a letto. L'indomani, dopo un discreto risveglio all'alba ho preso di nuovo l'aereo per Dusseldorf. Una ora e mezzo di ritardo bloccato in aereo. Arrivo a Oberhausen e passo uno delle giornate più lunghe a visitare, città mineraria dopo città mineraria, gli Edeka attorno a Bochum in compagnia del rappresentante di zona. Non ero mai stato nelle città di cui conoscevo solo le celebri squadre, lo Shalke04, il Borussia Dortmund, il Bayern Leverkusen, il Fortuna Düsseldorf, il Bochum, ma effettivamente mi ero perso poco. Davvero stanco, la sera ho avuto la fortuna di imbattermi nel quartiere giapponese di Düsseldorf, il terzo per numero di giapponesi presenti in Europa, e di gustarmi un terapeutico sushi con birra Asaki. Cuffie nelle orecchie, passeggiata post cena per favorire la digestione, e ora a letto: domani si torna a casa!






9 maggio 2017

Gli asparagi, Amburgo e il sogno Champions


Asparagi bianchi. Oggi ne ho incrociati di ogni fattezza e dimensione. È stagione qui ad Amburgo e stasera, a cena da solo come mi capita spesso e mi piace sempre di più, ho trovato un bistrot minimale e un po' chic, come mi capitano sempre più spesso e mi piacciono sempre di più, che ha ben pensato di impostarci il menù odierno: in zuppa e poi bolliti e serviti con la salsa olandese. Ci bevo Riesling, di queste terre un po' più a sud, la mitica Mosel. Sono stanco. La giornata è stata lunga, non quanto l'interminabile viaggio di ieri concluso in un grottesco ristorante italiano gestito da un indiano col prepotente senso degli affari, diciamo così, e una successiva notte poco riposante causa nausea che si è protratta anche durante la giornata di oggi, trascorsa a fare i cosiddetti store-check con l'agente locale, gradevolissima persona che mi ha scorrazzato di Edeka in Edeka (una sorta di Esselunga) mostrandomi con orgoglio suo (e mio!) la presenza di Ruffino in questa splendida città del nord Europa. Splendida e inspiegabilmente ignorata nei grand tour più a la page. Io ci sono già venuto quattro volte, ad Amburgo. La prima e più significativa in una meravigliosa vacanza a quattro con Neri e Silvia, ai tempi in cui giovincelli e sine prole si scorrazzava curiosi ed entusiasti per il Medio Oriente e l'Europa. Erano i primi giorni di un anno miliare per me, il 2007: avevo appena accettato l'incarico alla Ruffino che sarebbe iniziato il prossimo venturo 22 gennaio. Vivevo sospeso, come mi capita spesso, fra il dispiacere di essere volato via dal mio nido lavorativo, il Consorzio del Chianti Classico, e l'eccitazione per il mio ingresso nella grande Ruffino. Di lì a pochi mesi avrei compiuto 30 anni e avrei acquistato la casa di San Francesco. Due passi enormi per me e per il mio piccolo ego d'allora. Oggi, 10 anni dopo, ho avuto il piacere di rivisitarla, seppur di fretta e di lavoro. Di qui a pochi giorni compirò 40 anni (ahimè...) e a breve abbandoneremo la casa di San Francesco per trasferirci a Bisarno. Due passi giganteschi per il mio complicato ego di oggi. C'aveva proprio regione Vico. Corsi e ricorsi. Dieci anni fa, appena arrivati da Lubecca nella Stazione Centrale ci orientavamo a fatica (e cercavamo l'est in cielo), la casa - ci avevano scritto in un foglio di carta - aveva le chiavi accanto all'estintore fuori dall'edificio ma la parola estintore non era stata tradotta e, nel panico e con reazioni poco lucide, pensavamo di aver preso una fregatura e di non avere alloggio: oggi appena arrivo a destinazione mi connetto su google maps, ho anche la fortuna di aver imparato un pizzico di tedesco e soprattutto a muovermi con una certa disinvoltura (dopo le figure meschine e ingenue come quella di 10 anni fa) fra i grovigli organizzativi e le complicazioni logistiche delle varie città del mondo. Si, in questo sono proprio bravo, quasi una macchina. Eppure mi piaceva molto di più, rispetto all'attuale metodica funzionale abilità comportamentale, l'entusiasta spaventata spontaneità con cui mi approcciavo al viaggio. 
Sono arrivati gli asparagi, i weiss spargel. Buoni cazzo. Forse dovrei smettere di scrivere a tavola curvo sul telefono. Quanto mi piaceranno? Anche loro sono un ortaggio sospeso, a metà. Un po' mi somigliano. C'è pure uno schermo gigante qui al ristorante. Già: è appena iniziata la semifinale di ritorno di Champions. La Juve, che ohibò andrà a vincerla la coppa con le orecchie. Mi perdo. Per un attimo penso che la gioia che proverei - assoluta, pazza, dionisiaca, infantile, fertile, orgiastica, panistica - in caso di una vittoria della Fiorentina - uno scudetto o lo champions vanno bene entrambi - non la esperirò mai. Non mi toccherà. Immagino me e i miei compagni di tifo (ben più che amici) a piangere di felicità sudati fradici. A picchiarci increduli come primati. Come è capitato in eccitanti ma effimere vittorie di tappa. Una imago estatica dal profumo ambrato del sogno e del piacere più intenso che la voce crucca e gutturale della coppia di tedeschi qui accanto a me fa svanire e spezzare immediatamente, riancorandomi ai loro fastidiosi pedestri dankische al cameriere indiano. Chiedo anche io il conto. È l'ora. E domani Berlino, la mia Berlino.