28 maggio 2016

Occhi nuovi

"Il vero viaggio di scoperta non consiste nell'avere terre nuove da scoprire, ma occhi nuovi". Ho sempre adorato questo aforisma. E così, la mattina successiva alla lunga serata della presentazione del libro al Mercato Centrale di Firenze (ci saranno state quasi 100 persone: una emozione davvero grande e una non piccola soddisfazione personale), dopo una travagliata notte in bianco per l'adrenalina post-evento e un po' di tensione pre-operazione, mi sono sottoposto a un intervento di chirurgia laser per ridurre la mia tanta miopia e anche il non lieve astigmatismo. Eh sì, "occhi nuovi", caro Proust. Ora sono in convalescenza attiva: in qualche settimana saranno chiari gli esiti. Intanto, sono senza occhiali. Il giorno stesso dell'intervento l'ho trascorso a letto, e ho pensato, avendo poco da agire, al D'Annunzio ferito e accecato per una scheggia all'occhio che si mise a comporre il suo "Notturno" scrivendo i versi su della carta igienica, colto da un raro momento di autentica ispirazione. Io supino e al buio mi sono sentito all'infinito la canzone di Peppino Gagliardi, "Che vuole questa musica stasera", che avevo scoperto in una scena capolavoro di un film capolavoro, "The Man from Uncle" di Guy Ritchie ma, come era prevedibile, non ho lasciato tracce scritte imperiture del momento, se non scribacchiate riflessioni acidule. Oggi è sabato e ho ripristinato una certa normalità, se non visiva senz'altro comportamentale: nel primo meriggio arrivano degli amici da Genova con cui trascorrere una piacevole giornata di gran caldo (oggi sono previsti oltre 30 gradi) fra le nostre meravigliose colline, a far assaporare vini e cibi nostrani. E domenica, tanto per scongiurare qualsiasi effetto noia, mi aspetta subito una partenza aerea, direzione Parigi, la mia quinta volta nella Ville Lumiere, la prima "a nuova vista restituito", per una degustazione Ruffino al Marais. Rientrerò di mercoledì, preciso per la presentazione del libro a Pontassieve durante il Toscanello d'Oro, a cui tengo particolarmente.




il Vate orbo

24 maggio 2016

La Toscana di Ruffino al Mercato Centrale, ci siamo.

Domani è il gran giorno della presentazione del libro. Dal 26 maggio La Toscana di Ruffino sarà in vendita nelle librerie, in tutte le più importanti (e questa è un'altra grande soddisfazione!) e domani, il 25 maggio alle 18.30, daremo il via alle danze con una presentazione in un luogo simbolico e suggestivo, il meraviglioso primo piano del Mercato Centrale di Firenze.






In queste ore il libro è stato visto da qualche persona, sia l'italiano che l'inglese, e abbiamo gongolato per i tanti complimenti ricevuti. Ci sono video molto gratificanti:





E faccio torto non voluto ad altri contributi che adesso dimentico. E agli altri che verranno. E a chi il libro poi lo comprerà, si prenderà la briga di cercarlo in libreria o di acquistarlo on line. Grazie! Siamo tutti un po' emozionati perché il progetto ha toccato corde personali e non solo professionali. E dopo la presentazione fiorentina di domani sono molto contento di anticiparvi che il primo giugno alle 21 saremo nel mio amatissimo "natio borgo selvaggio", a Pontassieve, ospiti di una manifestazione storica come Toscanello d'Oro.
E a fine luglio valicheremo la Sieve per una serata sulla rive gauche di "Live in Sieve", a San Francesco, qui davvero casa mia, con gli amici di Sulla Sieve. In entrambe le presentazioni saremo supportati dalla libreria di Pontassieve La Fortuna.
Poi ci saranno tante altre serate, a Porto Santo Stefano all'Argentario all'osteria La Pace, a Roma, a Milano, a Padova e Genova, al Salone del Gusto di Torino e a Vipiteno.
Noi incrociamo le dita, per domani e per le sorti del libro, che siano "magnifiche e progressive". 
Io di nuovo - lo farò sempre perché non è vuota retorica - ci tengo a ringraziare Ruffino che ha creduto e finanziato il progetto quando era ancora carta vuota di pensiero, oltre ai colleghi che lo hanno arricchito in mille modi, il Cucchiaio d'Argento che lo ha abbracciato e irrorato di risorse professionali e umane uniche (Stefano, Alessandra, Elisabetta, Paola, Roberto), infine e soprattutto gli altri autori. Sandra: si potrebbe scrivere un libro nel libro su quante ne abbiamo vissute per farlo, sugli inciampi, sulle risate, sulle crescite, sulle quadrature, sui nuovi spunti, sui piatti rifatti all'infinito, e su quanto, da inguaribili cultori del nostalgico, adesso bruci che sia finito, andato quel periodo. Tommaso e Vincenzo: lo avete aggraziato col vostro tratto elegante, lo avete elevato con le vostre opere a introduzione di ogni capitolo e con la foto di copertina pazzesca (e che mi è cara anche per un altro personalissimo motivo), lo avete evoluto assecondando e limando le peculiarità fotografiche e narrative mie e di Sandra, che oscillano fra il lezioso e il baracco ma abbondano di sentimento, raccontando sempre La Toscana di Ruffino attraverso un segno grafico distintivo e che ha legato meravigliosamente il tutto, meglio della besciamella di Caterina de' Medici.
Vabbè, ho debordato di nuovo nella prolissità. Chiudo brevemente con delle parole del libro, che rappresentano una dedica alla persona che più lo ha ispirato, mia nonna, che mi ha lasciato anni fa. Ancora oggi mi commuovo a pensarla, ricordando quanto abbia fatto per me. 

"Non avevo mai troppa fame e questo dannava mia nonna che pretendeva di alimentarmi costantemente e mai e poi mai avrebbe permesso che saltassi la merenda: arrivava a rincorrermi - e lo ha fatto fino all'ultimo inerpicandosi su collinette, declinando col suo bastone verso il fiume fra i ciottoli e i rovi, interrompendo accanite partite di pallone - per portarmi inesorabilmente ogni giorno, alle quattro in punto, la merenda. Insieme alla merenda, una spugna imbevuta d'acqua e sapone con cui mi puliva le ginocchia, annerite e "sbucciate" per le cadute o per le mie arrampicate: del resto caracollavo dinoccolato con le mie gambe spigolose e lunghe e inciampavo dappertutto. La merenda della mia nonna, il rito di quella pausa di gusto che imbrigliava per un attimo le nostre scorribande, ci ha entrambi addomesticati, abituandoci a un gesto d'affetto ogni giorno ripetuto, a una consuetudine d'amore di cui ci si accorge della mancanza solo quando poi non c'è più."


21 maggio 2016

"Non credo nelle ideologie chiuse".


La settimana é corsa veloce, funestata dalla notizia della morte di Giacinto Pannella, per il quale nutrivo una immensa stima (malgrado alcune derive proprie della politica che lo avevano inquinato nella acutezza di pensiero negli ultimi anni), lontana dalla retorica dei tanti coccodrilli che sto leggendo qua e là. 
Di fatto il cantiere é stato fermo: stiamo aspettando il materiale isolante da mettere nel tetto che dovrebbe arrivare lunedì. Oggi abbiamo raccolto un po' di pietre dalla macia, dalla sassicaia di una vigna vicina e perfezionato la rete di recinzione. Il mio lavoro, quello quotidiano, mi ha regalato una settimana intensa, culminata con una cena a casa dell'ambasciatore a Roma nella sua meravigliosa villa. Sono rientrato ieri, di venerdì, in tempo per un paio di riunioni in Ruffino, una rapida uscita tardo-pomeridiana per assistere a una mini recita della bambina più grande, per poi tornare in sede ad accogliere l'assemblea dei soci della banca del territorio, la BCC Pontassieve. La cena si é svolta in un ambiente di lavoro di grande suggestione e valenza simbolica, la parte del magazzino di Ruffino deputata al carico-scarico: le bottiglie qui vengono stoccate e poi smistate attraverso degli autoarticolati che arrivano fino a ridosso della struttura, che si apre all'esterno con delle bocche propedeutiche a facilitare il carico dei mezzi. In quasi 140 anni di storia, che io sappia solo due volte sono state organizzate attività conviviali: archeologia industriale nel ventre dell'azienda. Molto bello. Domani giornata di comunioni da parenti e poi lunedì si avvia una nuova settimana, non solo importante per Bisarno, ma anche per il mio io professionista, con la presentazione ufficiale de "La Toscana di Ruffino" al Mercato Centrale, e per il mio io privato, con un piccolo intervento chirurgico l'indomani. Non ci si annoia mai e questo aspetto, tutto sommato, conoscendomi, lo trovo un bene. Chiudo questo post con una meravigliosa frase del compianto Pannella, che ho trovato spulciando nella sua lunga e contrastata biografia: "Io non credo nelle ideologie, non credo nelle ideologie codificate e affidate ai volumi rilegati e alle biblioteche e agli archivi. Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale. L'ideologia te la fai tu, con quello che ti capita, anche a caso. Io posso essermela fatta anche sul catechismo che mi facevano imparare a scuola, e che per forza di cose poneva dei problemi, per forza di cose io ero portato a contestare". (Playboy, 1975)


Pannella durante una delle sue battaglie di civiltà.

16 maggio 2016

-365

Il primo post di questo blog si intitola "15 maggio 2017" ad auspicare la data del trasferimento a tempo pieno a Bisarno. Quel giorno compirò 40 anni, una cifra tonda che sento molto cardinale nel mio cammino di vita. Ieri era quindi il mio compleanno numero 39, e grazie a Matilde, la bambina più grande che lo ha vezzeggiato, aspettato e dolcemente celebrato, penso sia stato il compleanno più bello che io ricordi. Di solito non amo festeggiare questa ricorrenza, manco raccontare al mondo la mera cronaca di un altro giro trascorso più o meno indenne, ma ieri i festeggiamenti - un semplice pranzo fuori fra crostini di fegato, tortelli di patate, arrosto col mitologico piccione passato fra i quattro nonni, dolciastra metà e le bambine - li ho accolti con serenità, trasformati in energia positiva per trovare la carica per le tante sfide davanti a me, a noi, da qui al prossimo 15 maggio. Sempre "in direzione ostinata e contraria". Intanto abbiamo iniziato le stuccature, partendo dalla torre. La scelta dell'impasto della malta è stato ozioso, lungo, ho studiato tecniche, filologia, percorso storico, come miscelare i colori e, alla fine, ho optato per la prima delle almeno 40 prove fatte. Il gruppo si è un po' indispettito, ma la decisione ha accolto anche molte perplessità di chi poi avrebbe dovuto lavorarla, questa calce, miscelarla, colorarla, garantirne una presa sicura. Alla fine, sia per un risparmio economico, sia per la difficoltà di riproposizione della miscela su larga scala, la scelta di una premiscelata in purezza, senza neanche l'addizione dell'inerte locale, ci è parsa la migliore: se non la più bella, la più efficiente. Qui ci sono le prime foto: il colore da bagnato è splendido, da asciutto forse è un pizzico troppo chiaro rispetto al mio desiderata, ma pur sempre gradevole. Soprattutto, sono anche molto contento di come stiano riproponendosi nel loro splendore le murature storico. Siamo alla parte apicale della torretta, dove è stata restituita alla sua presenza originaria medievale anche una finestra con arco: io trovo il restauro molto aggraziato, se si può mutuare un termine proprio della scultura alla muratura.


Stuccature secche di un giorno della finestra sulla torretta.






14 maggio 2016

Super hanc petram.

Siamo ripartiti: dopo una settimana di stagnazione burocratica e una empasse sulla organizzazione del lavoro, abbiamo ripreso con maggiore forza e ancora più braccia per accelerare i lavori sul tetto.  
In questi giorni però non sono stato fermo (ci mancherebbe!) e mi sono dedicato a uno degli aspetti che parrebbe marginale o perlomeno non prioritario ma che mi regala grandi energie ed entusiasmo fondamentali, ovvero il tentare di dare una logica di movimento e destinazione alla zona esterna, quella che scivola verso fiume sotto il fienile e la porcilaia. Ci sono dei metri di terreno, pochissimi, in pendenza talvolta brusca, che erano precedentemente lasciati all'abbandono.
Noi avevamo già fatto una prima opera di pulizia delle erbe e arbusti infestanti, poi avevamo tagliato le erbacce con un tagliaerba, dopodiché ci siamo messi a ripulire dai rifiuti abbandonati. Infine, aiutati da una ruspa, abbiamo spianato di qualche centimetro le gibbosità: un lavoraccio.
E questa mattina di sabato, ancora una volta perturbata e fangosa, mi sono messo a "disossare" dal terreno lavorato le tante formazioni lapidee, sassi e rocce, che sono affiorate dal terreno smosso: serviranno per nuove murature, muriccioli, il lastricato dell'aia che é ormai incompleto e dei recuperi di parti danneggiate. Fa uno strano effetto osservare da vicino le pietre, mentre tento di riprendermi un minimo dal sudore umido che mi bagna: è un piacere riconoscere il galestro, che ogni volta che lo lancio si sgretola in scaglie di un grigio acceso. Poi c'è il colombino, col suo marrone caldo, cupo, poroso. Il sasso di fiume, piccolo e stondato dai flussi delle acque. La pietra serena grigia. L'alberese, peraltro dominante anche come materiale costruttivo nella casa. Poi la mia preferita, "innominata" perché nessuno mi sa dire con certezza cosa sia e che dovrebbe essere un alberese ma è ricco di striature dal giallo canarino al giallo ocra molto atipiche: bellissima, sembra raccontare coi suoi scarabocchi cromatici la sua formazione millenaria. La terra che le custodiva è  cupa, carica, grassa: dovrebbe essere molto argillosa. Nel mentre delle mie fatiche - sono sporco di fango fino agli occhiali - due gatti si danno da fare (temo una prolificazione a breve di micetti, a meno che stiano solo giocando, ma i miagolii di lei me lo farebbero escludere, oltre alle convulse e sgangherate ancate dell'agitato maschietto), il ciliegio sta dando le prime ciliegie - sane, profumate, buone: è la prima volta che mangio un frutto della mia proprietà, una bella sensazione), un fagiano maschio è sempre qui con me a farmi compagni, con merli, storni, gazze e colombe ad allietarmi col loro cinguettio. Avverto una gradevole sensazione di panismo che pensavo esistesse solo come atteggiamento forzato e letterariamente costruito nei libri di poesia, fra Virgilio e D'Annunzio. Invece no!



Ecco qua la mia pietra preferita!

5 maggio 2016

Ferdinando, il Vate e il Bonaparte manzoniano.

In giorni in cui a Bisarno ci siamo ingaglioffati in garbugli e noie di ogni tipo, che hanno rallentato fino alla paludosa stasi il già lento incedere dei lavori, mi piace pensare a una persona di qualche secolo fa che, a pochi chilometri da qui, costruì il suo sogno abitativo, un castello in stile eclettico immaginifico e fiabesco: Ferdinando Panciatichi Ximenes e il suo Castello di Sammezzano. Il mio daemon (leggetevi "II  codice dell'anima" di Hillman: il daemon é una delle poche teorie che hanno fatto presa sul mio pensiero scettico e miscredente) mi pone ogni tanto davanti questi modelli, questi exampla, come volermi spronare ad andare avanti senza tentennamenti. Spesso mi trovo "solo" nel pensiero e nell'azione, ed è una sensazione bivalente, che mi esalta e mi inquieta al contempo. Certe cose so di volerle fare, sento di doverle realizzare, e in certi momenti questa coazione inconscia è tracimante. E così, in treno verso Milano, sono casualmente (o forse non casualmente) incappato in un numero abbandonato dal passeggero precedente di Vogue Casa: sfogliandolo per curiosità, mi sono imbattuto in un articolo scritto peraltro molto bene - e mi dispiace non ricordare il nome dell'autore - sul Castello di Sammezzano e sulla visione del mondo del suo artiere, il buon Ferdinando. Mutatis mutandis, qualche secolo dopo Gabriele D'Annunzio avrebbe creato il suo complesso, il Vittoriale, come proiezione brillante del suo ego, della sua "vita inimitabile". Bisarno é una semplice struttura contadina, non é né un castello di stile moresco né il correlativo maestoso e scintillante dell'animo gonfio e tonitruante del vate pescarese. Ma non è questo il punto, la sinestesia è un'altra: io condivido col Panciatichi non le risorse e la maestria architettonica, ma le inquietudini anarchiche, la voglia di affermarsi con una colonna policroma e una sequoia secolare; col Vate non il fascismo in nuce o certi eccessi di maniera, ma l'ego un po' tronfio e le ambizioni di proiettare in una dimora le sue gesta (anche se nessuna deriva museale o egotica vorrei fosse mai percepita a casa mia). E mi va di pensare in queste ore pastose e faticose a una casa che un giorno possa davvero raccontarmi ed esprimermi, e raccontare ed esprimere quello spirito che la ha generata e plasmata negli anni, anche quando non ci sarò più e "pulvis fuimus". E infine, ennesima casualità forse non casuale, mi accorgo - giusto ora alla fine di questo sproloquiare - che é il 5 Maggio: nel 1821 moriva Napoleone, altro tizio che visse la sua vita "a rebour", contro corrente, come Ferdinando e come D'Annunzio: il buon Manzoni ne compose una ode bellissima che al liceo facevo fatica a capire ma che oggi mi pare splendida, sofferta, terrestre e divina, di grande ispirazione, soprattutto nella chiusa, lenta, dolce che ritrae Bonaparte sul letto di morte a confronto con sè, il suo passato e le paure di un domani non necessariamente carezzato dalle sicurezze cristiane dell'aldilà, dopo una vita trascorsa a scrivere la storia con le sue azioni: "Tu dalle stanche ceneri / sperdi ogni ria parola: / il Dio che atterra e suscita / che affanna e che consola / sulla deserta coltrice / accanto a lui posò". Oggi il mio daemon mi ha aiutato così.



Una sala di Sammezzano.

Una stanza del Vittoriale, piena di oggetti che ricordano le gesta del vate.

28 aprile 2016

Crolli murari e sbalzi d'umore.

Oggi è una giornata uggiosa. Piovizzola, fa freddo e soffia un ventaccio grigio. Si è riaffacciata anche una questioncina di salute che come sempre riesce a spaventarmi e a tirarmi giù, riprecipitandomi fra i recessi malinconici e ipocondriaci del mio io. Non il miglior approccio per le tante, tantissime questioni che mi circondano: le mie bambine e la loro crescita, il lavoro che chiede continuamente nuove idee e immediati risultati e, ovviamente, il restauro di Bisarno che mi avvolge fra le sue mille spire, molte dolci, dolcissime, altre amare, amarognole. Questa settimana, una settimana atipica di ritorno al freddo quasi invernale, é stata scossa da un piccolo cedimento strutturale fra il primo e il secondo piano della torre. Racconto l'accaduto al passato, come a scacciare, esorcizzare, rimuovere l'episodio, anche se la questione è ancora urticante e la messa in sicurezza in emergenza del crollo attraverso una grande longarina di ferro, un paio conficcato fra i due lati dell'apertura, ancora da rifinire, murare e nascondere. Ma come si è arrivati a questo? La casa aveva all'altezza del crollo una spanciatura, un "bozzolo", una pancia, e nel cercare di attenuarla, parte della zona interessata é collassata dopo la rimozione di un paio di pietre, trovando una naturale conclusione nell'architrave a testa di un sottostante finestrone che ha limitato il danno. Il materiale murario a collante della torre, del resto, é vecchio di ottocento anni, eroso dal tempo e nelle fessure fra pietra e pietra si sono insinuati nidi di uccelli, storni, merli e piccioni, che hanno riempito di calde pagliuzze le strutture, beccando via quel già poco di calce, di muratura, rimasta a legare le pietre e i mattoni. Imprevisti che possono capitare, che mi sono stati riferiti solo a giornata conclusa, tanto che se ne fossi stato edotto non sarebbe cambiato il corso delle cose e il mio supporto non avrebbe portato altro che ansie e nervosismo.



Qui il crollo è stato già tamponato, come si può vedere dalle pietra stuccate sopra la longarina.
 

23 aprile 2016

Stuccare a vista: un bel dilemma sui colori e consistenze.

La lenta ma progressiva attività di restauro di Bisarno si é incagliata su un punto delicato e che pensavo di dipanare con maggiore facilità: la corretta stuccatura della muratura a vista. Eh sì, qui si palesa la mia indole iper-puntigliosa e un filino maniacale. La stuccatura é quella pasta che seccandosi andrà a legare pietra con pietra, pietra con mattoni, riempiendo le zone di mancata contiguità, chiamate fughe. Per mio gusto, non dovrà fare il filo con la pietra, ma rimanere un po' più incavata, per fare emergere l'elegante essenzialitá della muratura a vista. Il materiale lapideo di Bisarno é molto vario e prevede in dominanza alberese e colombino, ma si trova anche del galestro, della pietraforte, un po' di arenaria compatta e, ovviamente, del mattone. Lo stucco dovrà quindi unire, fungere da pass partout per tutte queste differenze cromatiche, ma senza mai ergersi troppo. Tuttavia, la sua presenza determinerà la cromia con la quale verrà percepita la casa: decisione quindi importante e che mi sta arrovellando.
La casa é stata, in queste due ultime settimane, tappezzata di prove, tutte fallaci per cromia ottenuta (spesso tendenti al rosa cipria), consistenza meccanica poco adeguata (sfarinavano) e lontananza della tradizione muraria (colori fuori dalla storia e di origine sintetica). Insomma, un disastro di tentativi. Come mai siamo arrivati a questa difficoltà che ha indispettito il gruppo di lavoro? Il punto di partenza é, avendo optato per un restauro che preservasse la muratura a pietra e mattoni a vista, l'evitare il grigio industriale, color cemento, di molti restauri secondo me poco attenti sia del passato storico che della bellezza stessa, concetto per me fondante. Il mio ideale é ottenere una calce fra il giallo ocra e il marrone chiaro, con granelli visibili nell'impasto, e traspirante. Lo stesso colore che si vede nei vigneti qui accanto, una terra secca, marroncina, che al sole vira all'oro e la sera al grigio. La calce che meccanicamente pare più adeguata é la biocalce, che di suo dá un colore bianco, appena appena giallino-avorio. Su questa base, abbiamo provato ad addizionare degli ossidi (polvere di colore), della calce colore e, infin. riproponendo una tecnica filologica, del materiale inerte, della rena, proveniente da cave locali. In particolare, la miscela ottenuta unendo biocalce e il 20% di rena mi é piaciuta molto, ma con due problemi ancora palesi: troppo chiara e troppo fragile (l'edificio una volta stuccato dovrà poi essere sabbiato). Ora, spulciando nel vasta ragnatela di internet ho trovato una ditta di Lucca che propone delle biocalci con cromie naturali, chiamate giallo tenue, giallo ocra, nocciola e terra di Siena. Siccome non voglio perdere né l'effetto granuloso di scaglie mineralizzate né la bella storia della rena presa dai greti dei fiumi, a questa base di calce premiscelata andrò comunque ad aggiungere un po' di rena (fino al 10, 15%). Non mi resta che aspettare la prossima settimana e sperare, finalmente, di aver trovato la finitura giusta per la stuccatura della casa che, converrete, non é dettaglio insignificante ma la crifra cromatica di tutta la struttura.


Uno dei tentativi.

Un altro tentativo...

Il mio desiderata: il colore della terra smossa e asciutta dal sole! Bellissimo!


Ecco, questa non è casa mia, ma un bell'esempio da seguire...


9 aprile 2016

La Toscana di Ruffino, il libro.

Lunedì al Vinitaly un giorno davvero particolare per me: verrà presentato La Toscana di Ruffino, un libro che ho curato e scritto insieme ai miei amici Sandra Pilacchi, che ha scattato le fotografie e realizzato tutti i piatti (Sandra: ma quanto sei brava, diventata bravissima, cresciuta nel professionalizzare, nel saper comunicare la tua sensibilità fotografica?), Tommaso Pecchioli e Vincenzo Maccarrone, che hanno sviluppato l'architettura grafica e introdotto i capitoli con delle loro opere. Con Tommaso e Vincenzo sapevo di poter andare sul sicuro, così come quando nel 2007 - agli albori di Officina Grafica, io da poco arrivato in Ruffino (e non volevo sbagliare nulla) alzai il telefono deciso per proporre loro un primo lavoro perché, secondo me, dei talenti con la rara dote di complementarsi l'un l'altro, elevando il risultato finale. Non mi ero sbagliato.


La copertina: una porta dischiusa di un vecchio fienile.


Ci sono voluti quasi 18 mesi. Forse di più. Mi piaceva raccontare, per immagini e parole, i perché le nostre case in campagna hanno queste splendide architetture in galestro e mattoni, il desinare dalla nonna (il mercoledì se facevo il bravo era il giorno del cervello fritto!), le spensieratezze di una rara giornata di neve con una busta nera dell'immondizia a fare da slittino. Di Pontassieve, di Firenze e del Casentino, le mie terre. La merenda, il pane sciocco con burro acciughe, che mia nonna - sempre lei - si ammazzava a portarmi e che poi, finiva sempre così, la mangiava il mio amico, scorbutico, selvatico, con cui scendevamo a Sieve: io a pescare - lui a deridermi per la miseria delle mie catture (la presa per il culo toscana...). Le fiascaie e il fiasco e i giorni della vendemmia e poi dell'olio novo che pizzicava. Il pranzo della domenica nella stanza tenuta sempre chiusa a chiave dei nonni. Il non si butta via niente elevato a filosofia di vita e rispetto per un passato difficile. E poi la tavola, il cibo, i piatti come condivisione, il gusto nello stare insieme, semplice, non sovrastrutturato. Il gottino di vino. Fino ai giorni di oggi, col valore dell'amicizia ancora integro, le giornate al mare coi bambini, le scampagnate a raccogliere gli asparagi o gli stregoli o le castagne o delle semplici foglie in autunno per la ricerca dell'asilo della bambina. 

Una panzanella, nel pane sciocco e servita.



Un bel piatto per l'inverno, al caldo del camino.

Il mio capitolo preferito, forse...



Gli ultimi mesi, quando davvero era difficile mettere un punto, arrovellati dietro continue correzioni, involuti labor limae, nevrotici ripensamenti, é arrivato il Cucchiaio d'Argento e davvero la loro dolce professionalità, la loro spedita leggerezza mi ha ricordato lo "scoiattolo" Calvino: Stefano Caffarri e poi Alessandra Di Paolo ci hanno permesso di concludere l'opera, di darle un senso editoriale. Stefano poi ne ha scritto una bellissima e centrata introduzione e soprattutto la ha arricchita con una sessione tutta sua di ricette. Se il libro ha il marchio del Cucchiaio d'Argento e la distribuzione nelle librerie (e questo ci riempie di orgoglio) lo dobbiamo a loro, tanti del loro team, che si sono prodigati per La Toscana di Ruffino.


Una delle grandi ricette a firma Caffarri.


Ma un indugio nei ringraziamenti lo voglio fare per la mia azienda, Ruffino, che ci ha supportato e creduto (senza Ruffino il progetto non sarebbe stato niente), e sopratutto chi é la Ruffino, chi la incarna e rappresenta: i miei colleghi, in molti dei casi amici, che hanno letto i testi, proposto modifiche, viaggiato a fare foto con noi, curato gli allestimenti, spesso preparato i piatti (oh, tutti i piatti del libro sono veri, non finti, poi li abbiamo mangiati: non abbiamo mai ricorso a finzioni sceniche per lo scatto!), preso a cuore il tutto: e questo lo abbiamo sentito e apprezzato particolarmente, sia io che la Sandra. "Il gusto di stare insieme", il sottotitolo, é stato anche questo. Quando si dice fare gioco di squadra spesso si fa un esercizio di vuota retorica, questa volta no, e davvero ci sarebbe da citarli tutti: grazie! Spero di averlo già detto ed espresso, ma questo libro - ragazzi - ha beneficiato di tutti voi e tutti ne siamo stati contributori.


Colleghi e amici: Damiano ed Edoardo.

La copertina ritrae la porta di un fienile dischiusa, semi aperta, un invito a venire dentro il nostro mondo, fra le colline fiorentine, a gustare i nostri sapori e vivere, condividere, le nostre storie, un po' di nostalgie e aneddoti che dal nostro piccolo mondo antico (che é anche più bello, bellissimo, di quello del Fogazzaro: la bellezza dei nostri luoghi é unica, siamo davvero fortunati) da personali si sono fatte universali. 
Noi speriamo che riescano ad arrivare a voi, a emozionare come hanno emozionato noi e il sottoscritto.

Scusate per il post lungo che per altro sarebbe nato per raccontare un progetto che poi si é incastrato a questo, non dissimile, il restauro di una casa di campagna. Ci vediamo al Vinitaly, oppure a una delle presentazioni future del libro in luoghi, posti che incarnano lo spirito del libro: a Firenze a metà maggio, poi a Pontassieve ("il natio borgo selvaggio" così spesso ritratto nelle pagine), a Roma e Milano a giugno, Versilia e Argentario a luglio, poi Genova, Padova, Torino col Salone del Gusto entro l'autunno, infine a Vipiteno nelle prime settimane del 2017.

3 aprile 2016

Il verde del Bisarno.

Super giornata di disboscamento a Bisarno. Protagonista la motosega, strumento usato a oggi solo virtualmente nei sanguinari livelli di Doom, e il NonnoCiccio. Abbiamo ripulito (per quanto possibile) dai rovi, dalle ortiche e dai pruni, dall'incuria e dall'abbandono, la parte più meridionale dei campi che storicamente facevano parte delle particelle catastali della fattoria. Durante l'immersione "into the groove" sono emersi una munizione bellica della seconda guerra mondiale, una testa di capriolo, due cavallette vive in amore (che, sì, ho disturbato!), un bruco massimo, dei cipollotti selvatici profumatissimi e tante altre amenità.
L'obiettivo è razionalizzare le varie planimetrie e dislivelli su cui si è sviluppato Bisarno, sia negli immobili che nei campi afferenti. A monte si trova la colonica, il cui piano terra guarda - attraverso l'aia in pietra a opus incertum - l'ingresso del primo piano del fienile (quella della foto dell'header di questo blog). Fienile e porcilaia scivolano con la loro architettura in pendenza verso valle, in quello che era e tornerà a essere l'orto. Il campo poi compie un ulteriore declivio relativamente dolce verso il fiume, il sud, fino a trovare una brusca interruzione e, sotto un paio di metri, la strada sterrata che conduce a Bisarno 2. Dovremmo qui costruire anche un muro di contenimento che dal nostro lato interno conterrà il terreno, sull'altro sarà a vista sulla strada.
L'altro fossetto da riempire si trova sul lato orientale, dove anticamente correva una stradicciola, o forse un fiumiciattolo.
In queste due situazioni pareggeremo con la terra (dove manca) fino a far coincidere il livello con l'ingresso del piano terra del fienile. Questi lavori saranno piuttosto lunghi e complicati perché ci sono due dislivelli, che creano dei fossi, da riempire.
Infine, anche dall'altro lato della casa, il lato nord, dovremmo sbancare, ma qui solo un poco: dilavamenti e accumuli hanno alzato il terreno e mangiato la parte bassa della facciata della casa. Anche qui un muricciolo, o una siepe, comunque non altissimo, a monte, permetterà di contenere il livello superiore, quello del campo non di mia proprietà, e di evitare altri progressivi seppur lenti movimenti del terreno verso la casa.
Quindi, la nostra gestalt è mantenere il naturale scivolamento a fiume, ma razionalizzando il tutto su due macro livelli che dialogheranno con delle scalette interne. Chissà quando ma intanto abbiamo avuto una lettura su quello che vorremo fare e questo aiuterà tutti a lavorare con più focus e chiarezza!


La planimetria di Bisarno.

1 aprile 2016

La gronda laterizia.

Abbiamo passato gli ultimi giorni del mese in tranquillità, ancora fra le convalescenze ma tutto sommato in ripresa. Per Pasqua eravamo dai miei: abbiamo regalato alle bambine una giornata con tutti e quattro i nonni. Mamma in grande spolvero, clima allegro e abbondanti libagioni: buone e ben presentate. Nel pomeriggio - i due nonni uomini e io - siamo poi andati a piedi a Bisarno e abbiamo conosciuto il vicino, proprietario di una colonica leopoldina molto vicina alla nostra. Vive da sempre in quella zona ed é stato un piacere portare alla vita alcuni aspetti della casa ormai fagocitati dal tempo. Ci ha raccontato cosa accadeva negli anni Sessanta. Delle vasche di acqua situate sul ciglio della nostra strada, dove le lavandare si recavano a lavare i panni. Della concimaia e del trogolo dei maiali accanto al fienile. Dell'aia a opus incertum che arrivava fino all'orto. Dei ciliegi "duroni" piantati dove ora si trova il campo di erba medica e della "tempra" del contadino che aggrediva a fucilate tutti coloro che - spesso ragazzini in bicicletta - provavano a rubargli le ciliegie mature. E del vino: al secondo piano di Bisarno, nella stanza che poi é stata adibita a bagno e che lo sarà ancora al termine del restauro, si appassivano nei graticci le uve per il vin santo. Nel fienile, al piano terra, quello parzialmente interrato, vi si trovava una cantina di vinificazione (negli ultimi anni era stato invece adibito a sala prova per dei gruppi musicali): nella mia idea questa stanza tornerà a essere una cantina, di vino già in bottiglia però, oltre al rustico dove fare pantagrueliche libagioni con amici. Nel frattempo, i lavori al tetto procedono a discreti ritmi, seppur a occhio nudo si notano poco i progressi. Adesso siamo a ripristinare la copertura della torre piccionaia, a due falde a capanna. Su due lati speculari si é optato per un allargamento della tettoia attraverso la tecnica della gronda laterizia, vista l'impossibilità di una classica gronda con la seggiola in legno, ottocentesca, come siamo abituati a vedere nelle case di campagna. La gronda laterizia é invece tipica delle falde delle costruzioni medievali e crea un effetto molto austero ma gradevole da vedere. Poi scivoleremo verso gli altri moduli, falda dopo falda dopo falda dopo falda.





La falda della torre in totale ristrutturazione.

Un disegno di gronda laterizia a due piani.

30 marzo 2016

Ancora "Le Ore".


Visto che il post precedente ha mosso molto curiosità sul libro che avevo segnalato, ne approfitto per postare una recensione a riguardo, che avevo scritto giovincello nel 2002.
“The Hours” era il titolo provvisorio che Virginia Woolf assegnò ad uno dei libri più struggenti e colti che abbia mai letto, “Mrs Dalloway”, uscito nel 1925.
Mrs Dalloway è l’ombra che danza sulle anime delle tre inquiete protagoniste del romanzo di Michael Cunningham, chiamato non a caso “The Hours” (1999). Fin dal titolo è chiaro che  Cunningham (americano, classe 1952, Pulitzer per questo romanzo) si rifaccia all’eroina woolfiana e alla biografia stessa della scrittrice londinese Virginia Woolf.
“The Hours” è un romanzo complesso. Breve, ai limiti del sentenzioso. Lo leggi in una notte, in poche ore. Poi ti accorgi che ancora non è concluso. Che qualcosa dentro brucia. Ti accorgi di avere accanto le tre protagoniste, Laura, Clarissa e Virginia.
Chi sono queste tre donne ritratte così magicamente nel libro? Chi sono Virginia, Laura e Clarissa?
Virginia è Virginia Woolf, della quale tutti sappiamo molto. Virginia concluderà la sua esistenza nel 1941, suicidandosi nelle acque limacciose del Tamigi. Poche parole per il marito: “Se qualcuno avesse potuto salvarmi, tu avresti potuto”. Schizofrenica, già affermata scrittrice. Algida. Omosessuale. Micheal Cunningham la ritrae nel libro 18 anni prima della sua eutanasia, nell’autunno 1923. Ossessionata dalla gestazione della sua eroina di carta, la futura Clarissa Dalloway di “Mrs Dalloway”, Virginia conduce un’esistenza stanca ed annoiata nella residenza estiva di suo marito, il dimesso Leonard Bloom, che diverrà uno dei più importanti editori mondiali (sua l’Hoghart Press). Barlumi di luce nel grigiofumo della quotidianità di Virginia: le visite della sorella Vanessa (con la quale intrattiene fugaci e colpevoli rapporti omosessuali e che incarna quello che Virginia non ha potuto essere), le poche righe annotate sui suoi quaderni (il cliché dello scrivere per evadere, costruirsi un senso) e le fughe verso la stazione di Richmond a osservare i treni che sfilano per l’amata Londra. Senza mai salirci. Treni che vanno. Virginia che resta. E scrive.
Clarissa, invece, è una colta editor newyorkese dei nostri giorni. Omosessuale, di gusti raffinati, ogni mattina compra fiori per la sua casa. Cunningham la ritrae nel giorno della festa che Clarissa organizza per Richard, amico e amante bisessuale, gravemente malato di AIDS, onorificato, un attimo prima della morte,  da un insulso premio letterario.
Clarissa è una donna terribilmente fragile. Convive con un’altra donna ma le sue pulsioni (autolesioniste?) la spingono sempre al confronto con Richard, ormai morituro ma capace come nessuno altro mai di capirla, farla soffrire, umiliarla, celebrarla attraverso il potere icastico di una singola parola. 
Richard, dopo aver detto a Clarissa di amarla, osservandola negli occhi, poco prima della festa a lui dedicata, si ucciderà, gettandosi dal quinto piano.  La festa verrà annullata. Clarissa avrà modo così di incontrare così Laura, Laura Brown, la madre di Richard e terza protagonista del romanzo.
Laura Brown, prima della sua fugace apparizione nel romanzo come fredda ultraottantenne madre del suicida Richard, è descritta negli anni ‘50, quando, ancora giovane trentenne, è legata ad un insignificante matrimonio col buono, ma terribilmente noioso Dan, reduce di guerra. Da quest’uomo Laura ha avuto un figlio, Richard. Si, quel Richard. Il Richard di Clarissa. Quel Richard che, divenuto uomo, si suiciderà gettandosi nel vuoto. Ma prima ancora che un lucido omosessuale devastato dalla malattia e da un ferreo nichilismo, Richard era stato un bambino, il figlio di Laura, follemente innamorato della vita e, tragicamente non ricambiato, di sua mamma. In fondo Richard è il quarto protagonista del romanzo.
Laura, sua madre, è una donna schizofrenica. Nevrastenica. Non riesce ad amare quell’uomo che l’ha resa madre, l’ha inchiodata ad una famiglia, ad alzarsi ogni giorni subendo le stesse oppressive regole. Laura, soprattutto, non riesce ad essere madre, mamma, nei confronti di quel bambino che, al contrario, la adora, e che lei, continuamente, invece,  affida a mani altrui per cercare androni, fughe di serenità dove leggere il libro della sua vita, quel “Mrs Dalloway” scritto da Virginia Woolf, guarda caso. Continui rimandi tra le tre storie. Laura è talmente crisalidea, incompiuta, da non riuscire neanche a porre a termine i suoi propositi suicidi, più volte falliti. Laura fa sempre pesare sul piccolo Richard le frustrazioni, l’infelicità, il lesbismo represso di ogni giorno: “La madre perduta, la suicida mancata, la donna che se n’è andata” scrive Cunningham. E la torta, meticolosamente preparata da Laura nel giorno del compleanno del marito, malriuscita e quindi nervosamente gettata via, è metafora di quella quotidianità negata che condurrà Laura sul filo di un suicidio continuamente rimandato a scapito di una tacita disperazione vissuta (chi è che diceva che “la morte si sconta vivendo”?) che finirà per distruggere, prima che lei, il figlioletto Richard e suo marito stesso.
Ecco “Le Ore”, quindi. Le Ore di tre donne e tre generazioni. Gli anni Venti, il Dopoguerra e la nostra New York. Le ore di Virginia. Le ore di Laura. Le ore di Clarissa.
Un libro bellissimo. Fin dalla prima parola tutto è narrato con pacatezza, equilibrio, nitore. Cunningham scrive con un pensiero lucido, freddo ed elegante. Le sue eroine danzano sulle ferite delle loro stesse disperazioni senza mai debordare in patetismi e strazi (posso dire che si sente che la penna è maschile?). Tutto si muove in perfetta armonia. I fili della trama tessono i momenti della storia senza mai annodarsi. Fino alla conclusione. Che sancisce la fine della storia di Virginia, Laura e Clarissa senza che la vera unica, perpetua storia delle ore termini:
"Si, pensa Clarissa, è ora di mettere fine a questa giornata. Diamo le nostre feste; abbandoniamo le nostre famiglie per vivere da soli; combattiamo per scrivere libri che non cambiano il mondo, nonostante il nostro talento e i nostri sforzi senza riserve, le nostre speranze più stravaganti. Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa e poi dormiamo - è così semplice e ordinario. Pochi saltano dalle finestre o si annegano o prendono pillole; più persone muoiono per un incidente; e la maggior parte di noi, la grande maggioranza, muore divorata da qualche malattia o, se è molto fortunata, dal tempo stesso. C'è solo questo come consolazione, un'ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti, tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora".

Amen (dico io) e, se vi ho incuriosito, buona lettura.




Bello anche il film, bellissimo, ma il libro è altra cosa.


22 marzo 2016

"Uno, nessuno e centomila", un chi sono sotto forma di post.

Vengo da una settimana di antibiotici: probabilmente c'é sempre un pizzico di determinismo fisico sull'umore e oggi ho fatto davvero fatica a gestire il mio io relazionale e a collocarlo sulla consueta dolceamara solarità che tutto sommato mi distingue. Si chiamano - nomen omen - antibiotici e oggi hanno senz'altro svolto il compito, inibendo i miei bioritmi. Ne approfitto quindi per vergare un post perfettamente inutile, solo per me, che un po' mi racconta e soprattutto svolge da catarsi, da seduta di autoanalisi. Del resto, ho sempre scritto per me, penso che la mia capacità di scrittura si sia rivelata tale solo proprio quando sono uscito da questo daemon ossessivo del "me medesmo meco mi vergogno", dello scrivere, egoista fino all'egotismo, sempre e solo di se stessi (e con meno talento del Petrarca qui appena scomodato). Io ho sempre ossequiato questa attitudine onanista al vuoto cerabralismo: gli anni dell'università sono pieni di mie pagine grondanti nulla e turbe, di visioni matte e disperatissime di film polisemantici e disperati, di letture ossessive, nichiliste e improntate al cupo pessimismo. Tutto sommato, a vedermi oggi ne sono uscito discretamente (non era detto) e comunque senz'altro arricchito umanamente, se non culturalmente, da questo fecondo serrato continuo confronto con le mille maschere del mio ego e coi tanti pensatori (poeti, filosofi, scrittori e registi) che come me, ma con espressività artistica infinitamente più incisiva del mio sterile soliloquio, hanno eviscerato il "male di vivere" usando la penna, o la cinepresa, o il pennello, o la voce (ma che roba sono Grace di Buckley, o Fade Out dei Radiohead, o By this river di Brian Eno?) come bisturi sulle ferite aperte dell'animo. 
Mi sono laureato su Pirandello perché anche lui animato da un amaro disincanto nei confronti delle persone e del trascendente, nei confronti della mascherata della vita: senza piangersi addosso, ha teorizzato una filosofia, contenuta ne "L'Umorismo". Chi ha la sensibilità di intuire questa miseria umana, può ergersene, astrarsene, e riderne, fino a eleggere il riso, lo sberleffo, l'umorismo a strumento consolatorio di chi ha capito il giuoco delle parti. 
Fa quasi effetto, mi sono laureato quindici anni fa ma la lezione del buon siciliano mi si é tatuata addosso. Oggi sono un tipo disincantato, feroce nell'ironia, carnale più che spirituale, fescennino, convinto che si possa scherzare di tutto se fatto con modo, mi piacciono l'altra faccia della medaglia, il fuori dal coro, la persona che non si reifica e che convive coi suoi mille frammenti di personalità e li considera una ricchezza invece di un pedestre caso di disturbo da strizzacervelli.
Non ho ormai più gli "eroici furori" dei vent'anni, le sofferenze sterili, la voluptas dolendi, le esagerazioni estetiche, politiche, sentimentali goffe e un po' ridicole: il lavoro mi ha maturato, senza parlare della paternità e del semplice tempo che passa: sono quindi forse naturalmente un po' più saggio e filosofo, anche un pizzico cinico. Poi si é anche aggiunta questa storia col vino, come elemento epicureo che regala cultura e storia, in grado di porsi come copula fra me e il buon senso, di educarmi ai profumi della vita, agli affetti pochi che comunque contano, ai piccoli piaceri, alla cultura del banchetto opposta all'eccesso, al tracotante, al pantagruelico.
Il vino mi ha arricchito, ancorato e aiutato, vezzeggiando e recuperando il moribondo olfatto del genere umano, il fiuto fatto di istinto, di noi uomini liquidi del novecento: il piacere del vino é anche nel berlo, nel trovarci dentro profumi del proprio passato, di un cassetto di una stanza della casa della nonna che stava al buio tutto la settimana e che si apriva solo alla domenica (si lo so, lo dice anche Proust pensando ai suoi biscottini, le madeleine), di un amore effimero, appena sfiorato, manco consumato eppure sempre bruciante, di un viaggio lontano fra persone diverse, lontane culturalmente, nei loro costumi e nelle loro usanze. Si, perché col vino ho amplificato un altro aspetto di me, una mia passione che si é fatta quasi filosofia: conoscere gli altri, idee diverse, paesaggi lontani, farsi affascinare da tutto ciò che non é parte dovuta e scontata della propria quotidianità e arricchirsene per uscirne più aperti, più sfumati nelle complessità del proprio pensiero spesso involuto, attorcigliato nel metro quadro vissuto della propria ottusità, più sincretici e panistici. 
Davvero amaro affermare queste riflessioni nel giorno dell'ennesimo attacco terroristico.
Vabbé, direi che come primo post perfettamente inutile ci siamo dilungati anche troppo. Lascio una copertina di uno dei libri che più é piaciuto: non é un grande classico e molti hanno la fortuna di non averlo ancora letto: invidio il piacere che proveranno scoprendolo prezioso, colto, intimista, struggente. Meraviglioso anche il film che ne hanno tratto. 



19 marzo 2016

Ponteggi e sabbiature.

Questa settimana sono iniziati i lavori di ristrutturazione del tetto. Prima di operare, abbiamo ligiamente ossequiato le pressanti normative su sicurezza e ora ci troviamo con un ponteggio semi-perimetrale che avvolge il complesso. A breve racconterò con una etichetta speciale di questo blog chiamata "L'azzeccagarbugli" - anzi, lo racconterà la mia dolciastra metà che di mestiere fa l'avvocato, sebbene lei si occupi di penale - le mille gabelle, le tortuose normative, le pressanti procedure, le trame kafkiane, le grottesche interazioni coi funzionari pubblici e con le grandi aziende - che vincolano e impegolano il restauro di una casa. Penso che stiamo acquisendo una certa esperienza relazionale e burocratica e che questa potrà essere molto utile per chi stia intraprendendo un viaggio simile al nostro. Comunque, prima ancora di iniziare il tetto, optando per un intervento estremamente conservativo, abbiamo cominciato col sabbiare i tetti interni per capire lo stato di correnti, tabelle in cotto e travi, i tre elementi che costituiscono la superficie interna del tetto. 
La sabbiatura è una operazione che prevede un getto di aria compressa e micro particelle di sabbia nei confronti di una superficie, al fine di riportare alla luce l'essenza del materiale costruttivo: toglie strati secolari di vernici, sedimentazioni, sporcature di colore e permette quindi di valutare - questa la nostra finalità per questa nostra prima sabbiatura - se ci siano crepe nelle tabelle, i correnti troppo marci, le travi con cicatrici troppo profonde: l'effetto scenico è molto suggestivo, le essenze riportate a vista hanno un colore fra il miele e la paglia, i mattoni un arancio delicato con sfumature cipria.



Il ponteggio semiperimetrale che avvolge Bisarno


Un dettaglio di un soffitto sabbiato. Tabelle, correnti e travi tornate a vita


Qui i correnti mostrano meno usura, quindi si presume siano più recenti


La trave di colmo con correnti e tabelle della torre

6 marzo 2016

Aperture e vecchi pavimenti.

Ed ecco arrivata anche l'influenza, nel pieno di un fine settimana lavorativo e al culmine di esautoranti giornate in ufficio per portare a termine un progetto editoriale che dovrebbe essere stampato ad aprile. Tutto sommato, la tempistica dei miei moccichi, tosse, mal di gola e dolori vari non é sbagliatissima, se non fosse che l'intera famiglia é un lazzaretto ("fai pochi versi e scendi ad aiutare"). Sopratutto, sono finiti i tempi in cui un po' di febbre equivaleva a una dose addizionale di coccole nonnesche, mammesche e ziesche. Ora non conviene davvero più ammalarsi...
I lavori al Bisarno continuano a buon ritmo: sono stati ormai rimossi tutti gli intonaci e la casa é riemersa in un gruviera di aperture occultate, vecchie porte, precedenti finestre (espressione di secoli di stratificate scelte abitative) che ampliano a dismisura le mie visioni architettoniche. Mi vengono un sacco di idee! Intanto, un primo aspetto da inserire a progetto è la razionalizzazione delle aperture che serviranno da porte di ingresso alla casa. Bisarno consta di quattro moduli, tre addizionati nel tempo (fra l'Ottocento e il primo Novecento) al modulo centrale della casa torre di epoca medievale. Due dei piani fungevano da stalle, il terzo forse da rimessa. Ogni modulo al piano terra aveva la sua porta. La soluzione adottata sarà di ridurre a due gli ingressi, uno principale e uno secondario, nei due moduli esterni. Le due porti nei moduli centrali diverranno finestroni, creando un effetto a doppia finestra per modulo molto "industrial" e luminoso. L'ingresso secondario sarà una vera e propria porta carraia ripristinata (la porta che permetteva l'accesso anche al carro, oltre che alle bestie: larga e con un ampio arco a regalare un continuo dialogo con l'aia davanti e il fienile dirimpetto.
Un altro aspetto curioso emerso é la presenza, sotto due livelli di impiantito dei moduli stalla, di un vecchissimo lastricato in pietra. Qui le ipotesi sono due: o si tratta dello spazio esterno risalente ai tempi in cui c'era solo la casa torre oppure del lastricato delle stalle. Altro pavimento emerso è un cotto storico al piano terra della casa torre (l'antica cucina), che abbiamo cercato di recuperare senza rompere. Ora, dalla prossima settimana si comincia a fare sul serio: arriveranno i ponteggisti e installeranno i ponteggi per il rifacimento dei tetti e delle facciate, una serie di lavori che dovrebbe impegnarci per almeno quattro mesi e condurci dai freddi ultimi giorni invernali ai caldi afosi dell'estate.


Un vecchio lastricato emerso sotto il pavimento.




Cotto storico sotto un altro pavimento.