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12 settembre 2017

Le giuggiole e il primo freddo dell'autunno


#Cookstock si è concluso, bene, con un buon risultato per tutti gli organizzatori e, spero, con un gustoso divertimento per il pubblico, anche quest’anno accorso in abbondanza malgrado le previsioni meteo non ottimali e bollettini ben più catastrofici di quanto in effetti sia poi piovuto (almeno a Pontassieve, vista la tragedia di Livorno di domenica mattina).
A Bisarno, in concomitanza con #cookstock, quindi dallo scorso venerdì, è piombato un clima autunnale, come se l'estate e i suoi 35 gradi che ci hanno accompagnato per due mesi fossero caduti improvvisamente in "un abisso orrido immenso ov'ei precipitando il tutto oblia" (un modo solare per definire la morte secondo l'allegro Giacomo Leopardi). Sì: è arrivato il freddo. Anche troppo per un settembre appena iniziato. E noi quattro, con grande piacere, ci stiamo abituando a una nuova Bisarno, più intima e raccolta, pre-invernale. Vivendoci dal 3 luglio e avendone vissuto solo giorni di gran caldo, è come un nuovo trasferimento. Intanto i lavori stanno proseguendo nelle parti esterne, con la definizione del lastricato dell'aia e dei marciapiedi perimetrali, sempre in lastre ad opus incertum. Gli alberi autunnali stanno maturando i loro frutti turgidi, epigonali, espressioni accese e succose, come un ultimo appassionato bacio che l'estate - una spettacolare estate - ci vuole regalare. Noci e giuggiole. Si, soprattutto mi gusto le giuggiole. Bisarno è ricco di giuggioli che riescono a crescere in questo suolo proprio bene. I giuggioli di solito sono complicati nel loro iter di maturazione e sviluppo. Il giuggiolo è una pianta che proviene dalla “mia” Siria e non si sa per quale motivo fosse molto frequente nelle case contadine toscane: ci si faceva anche un liquore, il proverbiale brodo di giuggiole. Adesso è raro e appunto difficile da far attecchire. Qui invece prospera e ne abbiamo tante nel campo attorno casa: una volta un vecchio signore a passeggio lungo la via Colognolese si presentò e ci disse di non estirpare questi alberi pieni di pruni e non troppo nobili per nessun motivo al mondo, "chè portano fortuna le giuggiole". Più che altro sono proprio buone, lo chiosai io. Mi piacciono perchè hanno il sapore del congedo delizioso alla bella stagione, perchè sembrano mela, ciliegia e dattero (ah buoni i datteri) mischiati tutti assieme, perchè non si possono raccogliere - avvizziscano e deperiscono in a short while - e quindi si devono mangiare mentre si cogliono. Ogni giorno al mio rientro serotino ne mangio una ventina, una trentina, sputazzo i nocciolini ormai con maestria nella scarpatina di confine (magari ne nasceranno altri) e poi mi chiudo in casa, con pochissime finestre aperte perchè ormai la sera la temperatura scende attorno ai 10 gradi e anche il giorno superiamo a stento i 20 gradi. Senza tralasciare l’antonomastico vento di Bisarno, che già spira con forzuta continuità. E in casa, a quanto osservo e ho già raccontato, ci stanno bene anche gli animaletti. Intanto, abbiamo tantissimi insetti dentro casa. Curioso, non li avevo troppo notati durante l'estate o forse ve ne erano davvero meno: mi capita di alzarmi - per esempio stanotte per andare in bagno - accendere la luce e osservare una fuga disperata dalla luce e dall'uomo di insetti di varie foggie e dimensioni: non sono un entemologo ma davvero ve ne sono tanti. Per adesso, ci conviviamo senza particolari problemi. Noi non accettiamo solo le zanzare, ma sarà il freddo, almeno per loro, a fare quanto prima una bella selezione all’ingresso!

Un giuggiolo contro il cielo azzurro di settembre.

Mi piacciono così: ancora un po' verdi ma già dolcissime.
Marciapiede lungo la corte esterna.


6 settembre 2017

#cookstock


Ormai poche ore e tornerà Cookstock.it, l'evento più appetitoso di Pontassieve! Siamo alla quarta edizione e ogni volta - anche dopo essermi ripromesso di viverlo con pura professionalità e maggior distacco possibile - mi trovo coinvolto, entusiasta, arrabbiato, avvinto da un “forte sentire” durante questo frenetico iter organizzativo che sta precedendo l'atteso via delle iniziative, venerdì sera alle 19. Ma ci siamo e direi che va tutto bene! E se pioverà, pace: molte attività, fra cui le nostre cantine, sono al chiuso!
Cookstock unisce il mio paese e l'azienda per cui lavoro, la Ruffino. Ci tengo a fare bella figura coi miei compaesani, coi colleghi che ci dedicano a loro volta un sacco di tempo, talento e risorse e lo impreziosiscono. Persone che sono amici oltre che professionisti esemplari, come Fabrizio Masieri e i ragazzi del Cavolo a a Merenda, Sandra Pilacchi, Riccardo Ciolli, dell'ufficio comunicazione del comune (altro grande pilastro dell'evento), lo chef Edoardo Tilli, Marta e Basheer di Nura, squisito street food indiano e, non ultimo, Stefano Frassineti, primo ideologo di Cookstock e sempre presente, seppur quest’anno dedicatosi soprattutto alla sua locanda Toscani da Sempre. Anche noi in Ruffino siamo pronti (quasi!) ad aprire le nostre cantine. Il percorso è definito, le zone di passaggio “imbellettate” e sarà altamente suggestivo passeggiare dentro Ruffino anche sotto il chiarore della luna, visto che le visite si protrarranno fino alle 22 (e inizieranno alle 11). Le passeggiate dentro Ruffino saranno guidate dai miei colleghi che, per due giorni, vestiranno gli abiti di ambasciatori del marchio. E, forti dei consensi ricevuti lo scorso anno, verranno anche ripetute le piece degli attori dell'associazioni Allibratori - strepitosi cantastorie coi quali condivisi una breve esperienza lavorativa nel 2002 e che, dalle 18 alle 22, imbastiranno nell'iconico sovrappasso di Ruffino, il ponte, una breve storia recitata sui nostri 140 anni. Inoltre, gustosa novità di quest’anno, nel piazzale della villa dentro Ruffino sarà possibile anche degustare le squisite pizze di quattro pizzaioli “trispicchiati” (i tre spicchi sono il massimo riconoscimento per un pizzaiolo e sono attribuiti dalla guida Gambero Rosso, l’equivalente dei tre bicchieri per il mondo vino), fra cui le leggendarie creazioni di Giovanni Santarpia.
In paese a Pontassieve, fra le due piazze, quella del comune e quella di San Francesco, e lungo tutto il “borgo”, troveremo il bardiccio e il lampredotto, il ramen e il gazpatcho, i testaroli lunigiani e il polpo di scoglio pugliese, gustare le sofisticate prelibatezze dei grandi chef, apprendere i segreti della schiacciata con l’olio o della pasta fatta in casa, rilassarsi in uno dei bistrot a tema a pranzo o a cena, coinvolgere i propri bambini nei laboratori a loro dedicati, ballare ai numerosi eventi musicali (quest’anno uno per piazza!), acquistare i prodotti locali dagli orti del territorio e dai presidi Slow Food, elevarsi con momenti letterari, presentazioni, incontri, o semplicemente bighellonare senza meta precisa fra le vie del paese in mezzo ai sapori, i suoni e i profumi di Cookstock.
Anche la comunicazione dell’evento è in pieno fermento. Due sono le media partnership - Radio Sieve, la mitologica radio pontassievese che allieta tutta la Valdisieve e il Mugello, e The Florentine, rivista in lingua inglese animata da una delle firme più in ascesa del giornalismo, l'inglese ma pontassievese d'adozione Helen Farrell - che racconteranno l’evento. La pagina Cookstock su Facebook è in pieno fermento, grazie all’industriosa creatività di Valentina Cerofolini e Marina Mariottini di Sinaptic, che hanno creato anche l'utilissimo cookstock.it. E - grazie a un congiunto e sinergico impegno di ufficio stampa - sono numerosi gli articoli di stampa nazionale che hanno scritto e scriveranno dell’evento. Insomma, sono, siamo, pronti. Io vi aspetto! Emozionato, contento, e comunque vada, soddisfatto! Viva Ruffino, viva Pontassieve e lunga vita a Cookstock!
La locandina di Cookstock 2017


Cosa succede in Ruffino? Ecco qua! 


E in paese? La mappa e le iniziative a Pontassieve

2 settembre 2017

Settembre


Un fresco vento settembrino ha spazzato via l'afa degli ultimi giorni e ci ha preparato a un anticipo di autunno, una stagione che ha i colori più vivi e i profumi più intensi ma in sè anche i prodromi silenziosi della necrotizzazione invernale. Il lavoro è ripreso totis habenis, a gran ritmo, e la corsa verso Cookstock, il grande evento di Pontassieve che ci vede con Ruffino protagonisti, è entrato ne suo ultimo miglio. Oggi, un rilassante sabato di buona cucina, gustoso vino (Passopisciaro, contrada S) e gradite visite (è venuta Mia, la migliore amica della Mati, per una sessione di gioco che ha impegnato le Upupole per buona parte del pomeriggio), il NonnoCiccio ha lavato parte della facciata verso l'aia, sopra e attorno l'arco della cucina, restituendo le cromie terrose e ferrigne della pietra alternata al mattone che me la rendono così irresistibile. Adesso è ancora più bella se possibile! Abbiamo (ha, dovrei dire, ma la buona volontà non mi manca mai) installato anche un faretto led esterno sopra l'arco della cucina, un esperimento per vedere se e come la muratura a vista verrà valorizzata da questa illuminazione che vuole essere negli intenti coreografica ma non eccessiva e volgare. Per la cronaca e gli appassionati delle serie a puntate col lieto fine sapientemente rimandato ad taedium, ieri sera si è di nuovo palesato il topo - forse un altro? - nella camera da letto e io ho miseramente fallito di nuovo la cattura, peraltro non facile. Mi sa che dovrò prendere provvedimenti più drastici. A partire dai due gatti adottati all'uopo - Fulvio e Bianca - ai quali forse l'alimentazione da me provvista ha fatto loro svanire lo smalto predatore e la carica agonistica per cacciare via i topolini. Del resto, dovremo imparare a convivere con la fauna di Bisarno, volenti o nolenti. E se i caprioli, gli istrici, il gufo, i leprotti, i fagiani sono stati disneyanamente accolti e salutati nei loro pellegrinaggi per lo più notturni nella corte da tutta la famiglia, dei calabroni, delle vespe, delle zanzare, e soprattutto dei topi e del gigantesco cinghiale palesatosi giovedì notte rumoroso e luciferino a mangiarmi le giuggiole avrei fatto volentieri a meno. Lo abbiamo sentito e poi osservavato dalla specola della nostra camera inerti e un po' inquieti, fin tanto che, improvvisamente spaventato da un nonnulla (non le nostre urla che lo invitavano ad andarsene), si è dato alla fuga nel campo adiacente. 

Una squadra ben organizzata per montare una lampada

L'ottima cena in un ridente venerdì: è fresco, si mangia dentro...
Meglio fare da soli...


21 agosto 2017

La cucina

Le 20 di una serata quasi settembrina, per colori e temperatura. Si è calmato anche il vento e stasera possiamo di nuovo mangiare all'aperto. Ho fame e i profumi che sento nell'aria accarezzano l'attesa. Laura sta cucinando e io ne intravedo le movenze felpate e sicure indaffarate a preparare un farro della Garfagnana con una ratatouille di verdure che ci hanno dato i nostri vicini dal loro orto. Una immagine molto viva, come se, qua fuori seduto nell'aia, osservassi un quadro animato, una macchia di colori cangianti, con Laura incorniciata dal portale ad arco e accanto a lei le forme della mia cucina dei sogni. Si, più passano i giorni e più sono, siamo stregati dalla nostra cucina, secondo me un capolavoro di linee semplici ed eleganti, cortesi e colorate, gentili e aggraziate disegnate dal nostro arredatore. Un po' del mio c'è - sono un committente con le idee chiare e i gusti ben precisi e con Cristiano, il designer, c'è proprio una comunanza di visioni - ma è soprattutto lui ad avere i meriti di questo progetto. Da tanto volevo dedicare un post alla cucina ed é arrivato il momento, sebbene manchi ancora il lampadario a caduta che andrà sopra il tavolo. Allora, la mia cucina. L'aspetto che più colpisce è la luce e l'osmosi con l'esterno. Il portale ad arco regala interazione con l'aia e illumina, insieme ad altre due finestre con le soglie in cotto storico, di una gentile e serena luce chiara, tutto l'ambiente. Il soffitto, a travi e correnti, è stato verniciato in bianco per esaltare ancor di più questa solare profondità e per dare maggiore slancio. Inoltre, sono belli, bellissimi di per sè. Tanta luce bianca calda quindi che va a baciare e riflettersi in elementi semplici e cromie archetipiche, come il cocciopesto aggregato con resina con cui è realizzato il pavimento: il cocciopesto resinato un po' ricorda i tradizionali pavimenti in piastrelle di cotto, un po' se ne allontana, introducendo un trattamento moderno di un materiale secolare quale l'argilla. Innovare senza tradire. I moduli della cucina sono in legno decapato bianco, cosi come il top in quarzo. Un altro elemento architettonico distintivo è la cantina-libreria-dispensa a giorn che è costruita in rovere biondo attorno a una finestrella. Nella cantina-libreria-dispensa trovano alloggio la nostra collezione di pubblicazioni enogastronomiche, fra cui il libro La Toscana di Ruffino ca va sans dire, delle mini cantinette per i vini pret à boire e diverse cassette di legno, prima per il vino e che adesso fungono da scatole dal sapore shabby e accolgono il pane, le verdure e alcuni elettrodomestici. La stessa finitura di rovere biondo della cantina-libreria-dispensa è riproposta nel sobrio tavolo in assi di legno che si trova al centro della stanza, esaltato nella sua bellezza essenziale da delle seggiole, riproduzioni di un celebre modello in stile Nordic. Il blocco cottura (induzione e forno a doppia camera), free standing, è in ghisa e acciaio e permette a Laura di togliersi tutti gli sfizi culinari. Il piano a induzione è sormontato da una spigolosa cappa in muratura di concezione tradizionale: se ne vedevano tante nelle fattorie contadine. Un altro elemento che unisce rottura e continuità e che presenta vividi cromatismi barocchi sono le ceramiche di Caltagirone del paraschizzi lungo il piano di lavoro: una greca multicolore che sembra quasi "firmare" e caratterizzare la nostra cucina. Infine, un particolare che sancisce l'universale, la gestalt di tutta la stanza, le stoviglie: per i piatti e per i vassoi abbiamo optato per un artigiano del Casentino che produce delle variopinte ceramiche, le stesse che avevo scelto per il libro La Toscana di Ruffino. Sono tenute a viste nel pensiero a giorno. La più suggestiva far queste ceramiche, una fruttiera arancione, domina il centrotavola. Il quadro complessivo afferisce a uno stile classificabile come country chic ma a me piace l'assunto che abbia elementi costitutivi che sono propri solo e soltanto di Bisarno, in site specific insomma, e che la rendono unica e non facilmente omologabile. Soprattutto a noi la nostra cucina piace tantissimo perché sa accogliere e mettere a proprio agio, perché sa unire la convivialità a una sobria e affettuosa bellezza. E grazie a questa cucina ci dilettiamo nella piacevole arte dell'accoglienza. Come una volta, per il gusto di stare insieme in buona compagnia, con tanto cibo e una, anche due bottiglie di vino, molto spesso di Chianti Ruffino nel nuovo fiasco, a voler creare un ponte con ciò che era la Toscana contadina dei nostri nonni che vivevano in case come questa, e il nostro presente più fortunato e meno difficoltoso e che si apre a nuove influenze pur avendo radici etiche, culturali e gastronomiche in quel mondo antico. Cena pronta: Laura ha quasi finito di cuocere il farro. Vado ad apparecchiare. Le bambine ciarlano dentro davanti alla TV e reclamano l'aperitivo (di solito un pomodoro a crudo o un pezzettino di formaggio per tamponare la fame). Nel mentre che scrivevo il sole é del tutto tramontato ed é quasi freddino. Eh si, "l'estate sta finendo" come cantavano i Righeira. Ma seduti fra le lastre dell'aia, indossando la felpa e scaldandosi con questo buon Chianti, penso proprio che riusciremo ad allungarla ancora un po'!

L'ingresso ad arco della cucina visto dall'aia

Entrando dalla sala

Sguardo verso la sala con le mappe vinicole




Un angolo della cucina, con fiaschi e caffettiera
Dall'ingresso verso acquaio e frigorifero
Dall'acquaio verso l'aia

18 agosto 2017

Tre bambine, due veri uomini e un topino.

Quasi le 22. Solo abbandonato su una sdraio nera sull'aia ancora dissestata. Cicaleccio notturno e strani rumori qua attorno, forse dei ricci a disperata ricerca di qualche radice. Dopo una settimana tonda di ospiti e cene, stasera ci siamo ritrovati solo noi quattro. Ritmi un po' più blandi, la TV accesa forse anche un po' troppo a lungo per badare le bambine e noi grandi a organizzare gli spazi della nuova casa, che giorno dopo giorno prende forme sempre più accoglienti. Intanto, l'urto di viverci in 7 si può dire che sia stato retto discretamente, malgrado ancora manchino le porte per un po' più di privacy e le tende per tamponare la luce. Pare proprio che Bisarno si realizzi quanto più la si apra a ospiti. Non a caso guardandoci negli occhi a cena ci siamo anche sentiti un po' smarriti. "E stasera chi viene a vivere qui?" - ha chiesto la Mignola. Del resto è stato proprio bello, per lei e la Mati, trascorrere del tempo, il manualistico "quality time", coi ganzissimi zii inglesi - che hanno ingentilito la convivialità con barbecue e deliziose tagliatelle fatte in casa - e soprattutto con la mia nipotina Giorgia. Giorgia, dopo le prime ritrosie e un certo aplomb british nei confronti delle chiassose cugine terrone, ha finito per combriccolare con loro creando un curioso, solare e scorribandesco ménage a trois. Manco 15 anni in tre e una vocazione inesausta al gioco, al danno e all'avventura, infiammata (con mio sommo scorno) dalla più piccola della "compagnia picciola", e che iniziava alle 7 del mattino per concludersi non prima delle 22. 
E a corredo di una divertentissima settimana, la penultima sera, noi veri uomini, abbiamo anche dovuto affrontare una piccola emergenza domestica, che ha posto in secondo e terzo piano le bizze dell'acqua calda e il black out al piano cottura (oh, casa nuova con tagliando in fieri!): rientrati a ora tarda è stato infatti avvistato un topolino di campagna far capolino da dietro la grande vasca nel bagno di Bisarno. Già a letto nelle rispettive camere io e il mio cognato Simone ci siamo alzati pronti alla guerra. Esteticamente, il roditore era finanche grazioso e somigliava clamorosamente al Ratatouille disneyano, il topino chef parigino. Stanatolo (grazie ai miei ingegnosi e teoretici piani di azione a priori che cozzavano con l'ardire ad agire del mio cognato) e vistosi all'angolo, il topino si è alzato sulle due zampe e ha fatto il musino, intenerendo il mio cognato dal "cor gentile". Io confesso che gli avevo suggerito di impalarlo, come ci avrebbe consigliato del resto NonnoCiccio, il di lui babbo. "Maddai poverino - non vedi che è terrorizzato, Francesco? Cerchiamo di catturarlo". Certo, facile. Dopo aver scardinato la vasca per non farlo rintanare lì sotto e bloccato ogni via di fuga dal bagno ("Sono sicuro che non può arrampicarsi nè saltare, è così piccolo), io con l'aquilone di Matilde a mo' di bastone per indirizzarlo e Simone con un asciugamano per bloccarlo e poi "buttarlo via dalla finestra" - entrambi a torso nudo e coi calzini di spugna messi all'uopo per evitare il ribrezzo di una camminata sorcina sui nostri piedi - ovviamente il topino, arrampicandosi e saltando, ca va sans dire, è scappato giù a velocità supersonica dalle scale, rese anche più sdrucciolevoli dalla resina, dileguandosi in qualche anfratto del piano terra e condannandoci a una sconfitta morale che brucia quasi più dell'idea di dover condividere la casa con un roditore arguto e dal muso tenero. 
Addendum alla storiella. Tornato a letto scornato e sudato per la tensione (anche una zanzara nel mentre dei tentativi di cattura mi aveva fatto sobbalzare) ho consultato WikiHow dal mio Ipad. L'indomani di prima mane mi sono attrezzato con un chilo di cibo per gatti preso alla Coop, più economico del sistema a ultrasuoni per allontanare i topi, meno astruso degli oli essenziali di menta e meno complicato delle trappole vischiose. E da oggi - ho per l'appunto appena interrotto la scrittura di questo post per andare a riempire la ciotola - abbiamo due gattoni a pensione (un po' emaciati a dir la verità e temo anche meno scattanti di quanto servirebbe, ma confido nel potere ricostituente del cibo) per tenere pulita l'aia e la casa di Bisarno dai topi, che seppur arguti e dal muso tenero, se fosse per me verrebbero tutti impalati (azzannati va bene uguale, anzi meglio) ben prima che avessero l'ardire di intrufolarsi entro la mia casa...


Figlie e nipote in attesa della cena nell'aia
Pasta fatta in casa: tutti contribuiscono
Gatto scacciatopi
Relax nell'aia

16 agosto 2017

Ferie d'agosto a Bisarno

Bisarno si presta ad accogliere. È il suo genius loci. A noi piace aprirla e condividerla e ricorderemo per sempre quest'agosto di tavolate colorate e bambini ciarlieri e giulivi. L'aia ancora non pronta ma già così naturalmente conviviale grazie all'osmosi con la grande cucina in legno bianco. E così stiamo vivendo insieme a un'altra famigliola nostra ospite, il fratello della Laura con moglie e figlia - cuginetta british delle Upupole nonché nostra nipotina maestra di aplomb e compostezza (soprattutto se rapportata con la Mignola) e nei giorni precedenti abbiamo accolto il caro Brambillone, amico dai tempi del master, con compagna e bambina al seguito. Mangiate, bevute, danze di gruppo dove dominava il trash tersicoreo fra Cecchetto del Gioca Giuer e il Fenomeno di Fibra e l'immancabile Despacito: giorni allegri e chiassosi che si stanno succedendo veloci e divertenti mentre ogni tanto, con ritmi inevitabilmente meno chiassosi delle nostre serate, si affacciano maestranze ancora non in vacanza a portare avanti tanti piccoli lavoretti ancora in fieri: da oggi il bagno in camera nostra è competo, grazie al montaggio del bidet!


Danze notturne nell'aia

More raccolte

Barbecuer

Tutti alla TV

Supercena

Pranzo in sala




12 agosto 2017

Un mosaico litoico - l'aia restituita!

Mi sono svegliato all'alba per il freddo che graffiava la camera e il battito della pioggia sul terreno arso e silente del primo mattino. Ho chiuso le finestre - tardi, l'acqua era già in casa - e mi sono ridisteso, coperto stavolta con il lenzuolo, ormai senza più sonno e di nuovo con la febbrile voglia di fare di queste settimane, a godermi i pensieri e le riflessioni acuite da questo spettrale inizio giornata fra tuoni e lampi. Finalmente un po' di pioggia a bagnare queste terre assetate e arse di una estate calda e secca. Ieri sera, piacevolissima cena con amici, a un certo punto ci ha fatto freddo e siamo dovuti rientrare dentro. Eravamo accampati nell'aia, in un fazzoletto di terreno ancora non lastricato. Si, i lavori - lenti e minuziosi ma di enorme fascino e valorizzazione storica ed estetica - si stanno concentrando nella restituzione dell'aia a opus incertum, della cui dannata e faticosa rimozione avevo fatto accurata cronaca nei mesi scorsi. Compiuta la gettata di base e dopo aver fatto correre le necessarie tubazioni, questi sono i lunghi giorni della riproposizione del selciato originale, composto da lastroni di pietra di differente composizione. L'impatto complessivo é straordinario, primo per la bellezza dell'opera e del suo campionario cromatico (lavato dalla pioggia é uno spettacolo!), secondo perché ancora una volta ci porta testimonianza della straordinarietà delle architetture contadine: semplici, necessarie, belle. Del resto l'aia era ambiente di lavoro - la battitura del grano, gli animali ci razzolavano, ci arrivavano i carri - e una parte della corte doveva quindi essere solida al calpestio. Venivano quindi selezionate delle pietre piatte e lisce in una facciata e affiancate l'una all'altra. Avendo le pietre fattezze e materiali diverse l'effetto generato era incertum, cioè diseguale e apparentemente slegato, ma il senso complessivo invece regalava, e regala, un che di straordinario. Una opera artistica che prende un po' dal mestiere dello storico, un po' dall'architetto, un po' dal muratore, un po' dal musivo, un po' dallo scultore, ritrova il genio e la praticità contadina che due secoli fa si inventò questa architettura e che condurrà alla definizione di un mosaico litoico policromo di oltre 100 metri quadri. 

Lavori!

Ancora lavori!

Dopo una pioggia

Da un'altra prospettiva

Dall'alto


Dalla piccionaia

Sempre dalla piccionaia

Dal fienile



6 agosto 2017

Domenica d'agosto


Arrivando dalla strada...


Afa torrida, domenica d'agosto. Ci siamo chiusi in casa e abbiamo avuto - non ricordo se fosse ancora capitato in questi primi 30 giorni di nuova vita - una domenica per coccolarci, noi con Bisarno. Oggi per la prima volta abbiamo anche collaudato la vasca free standing: bagno con vista verso la collina di Monterifrassine, la villa di Grignano e la torre della Pievecchia. Penso sia stato uno dei miei primi bagni in vasca in vita mia e confesso di non aver fatto nulla per installarla, ma una volta appurata l'inderogabilità ad averla da parte della mia compagna, ho costruito attorno alla vasca, un tinozzone dal sapore francesizzante (ricorda la vasca dove fu assassinato Marat) un ambiente che la esaltasse e la valorizzasse. Continuo a preferire una corroborante doccia all'indolenza decadente di una prolungata immersione fra le carezze del bagno schiuma e i profumi dei sali, tuttavia - in compagnia delle mie graziose e allegre Upupole, loro si che amano "il bagno caldo", visuale niente male sia esterna che interna (il soffitto a travi, il soppalco con parete in mattoni a vista, la struttura in legno su cui posa il lavabo), ho indugiato a lungo fra giochi d'acqua, lavaggi e qualche foto ricordo come se ci trovassimo in villeggiatura, in vacanza a casa nostra: una giornata culminata in una cenetta nell'aia - aia, oddio, a oggi meglio chiamarla gettata di cemento, ma non disperiamo per i prossimi progressi - a base di gazpacho andaluso, uno dei miei piatti preferiti e uno dei grandi classici corseschi: solida esecuzione, ancora non troppo freddo, pomodoroso e festivo!




Il primo bagno in vasca!

Cena con gatzpacho, finalmente si rifiata dopo l'afa.


21 luglio 2017

L'arco policromo e una semplice cena

Stasera una cena gradevole, con le bambine stanche per una giornata piacevole e intensa e noi in ferie, seppur per un breve lasso, dopo una stagione epica, ricca di cambiamenti, preoccupazioni, novità, sfide ma che non cambieremmo per nessuna delle altre precedenti. Ci siamo goduti una cena parca: una bottiglia di vino, una caprese ingentilita dai pomodori dolci e maturi dello zio Luigi, fagiolini lessati conditi con salsa di soia e tante chiacchiere. Ci stiamo ambientando a Bisarno e seppur i lavori siano ancora tanti, svolgerli vivendoci ci preoccupa un po' meno e ci diverte assai di più. Oggi anche la facciata ha vissuto un bel progresso, con l'arco policromo restituito al suo antico splendore. Vi era infatti nella facciata interna un arco essenziale e contadino, murato solo con lo scopo di sostenere e non di abbellire, costruito con quel che si aveva, materiali vari che gli donavano un che di magico e variopinto. Il tempo lo aveva mangiato e oggi rivederlo ripristinato, gustando un calice di vino mentre la prima brezza della sera raffrescava un po' l'afa diurna, è stato proprio bello.




Uno degli archi di sostegno più suggestivi, composto da materiali diversi che donano cromie differenti.

14 luglio 2017

Quotidianità

Sono passate dieci notti nella nuova casa di Bisarno. Di queste, tre io non ci sono stato poiché fuori per lavoro. Le bambine sono felicissime ed eccitate, pur con approcci molto diversi. La grande ha cercato subito di costruirsi degli appigli stabili. I peluche e i libri ordinati nella sua nuova camera; sta sempre molto vicino a noi mentre organizziamo la cucina; è more suo molto introspettiva, sentimentale e casalinga. La piccola invece, una volta controllato che tutta la "pamiglia" è presente, se ne frega di noi, è iper-dinamica, non ha paura, esplora le zone esterne, si arrampica sui ponteggi, va nella strada, ci cerca poco e solo funzionalmente. È molto gratificante vedere come si rapportano a questo nuovo mondo. Certo, ogni volta che riconoscono qualcosa appartenuto alla precedente magione, esclamano subito fra il nostalgico e l’euristico: “Questo c’era anche nella casa di San Francesco”. E noi? La casa è ancora decisamente in fieri e conviviamo con imbianchini, elettricisti, idraulico, muratori per l’esterno, scatoloni, scarpe a vista, e la sensazione complessiva è ancora un po’ straniante. La notte – notti caldissime peraltro – i rumori esterni sono molto forti: la natura è molto viva, animali selvatici, cicalecci, gatti, ronzii, sono un sottofondo continuo e inedito per noi. Le zanzare poi non lasciano tregua. Però è molto suggestivo: in un paio di notti non sono riuscito a prendere bene sonno, era una serata di luna piena e il riverbero lunare illuminava le fronde del nocio nella nostra camera, riproposta con gli stessi mobili e l’armadio della casa precedente. Anche la cucina è conclusa e pronta. La cucina era meravigliosa a San Francesco ed è meravigliosa anche questa qui: laddove avevamo ricercato toni urbani e molto eleganti, per Bisarno il disegno ha valorizzato linee country chic, con legno biondo e legno bianco, una libreria per i libri di cucina, le mattonelle di Caltagirone, un blocco cottura professionale per dare alla Laura possibilità di cotture disparate e per accogliere un po’ gli ospiti. I bagni sono invece ancora parzialmente operativi ma questione di ore, di giorni al più, e avremo anche i bagni. Quello che è più faticoso è la gestione degli ingressi: ancora non abbiamo percorsi consolidati nella mente. Quindi, ricordarsi dove si è lasciato le chiavi, come organizzare le scarpe, l’archivio dei panni sporchi e l’ambiente dove spogliarsi, cercare le migliori soluzioni abitative con pensili presi dai nonni, mobili di riuso, in attesa dell’arredo finale delle stanze secondarie che chissà quando sarà, salire le scale plurime volte con scatoloni in mano e perché non si trova quello che si sta cercando. In tutto questo la paura paranoica di sporcare e danneggiare i pavimenti in resina o gli elettrodomestici nuovi. Come era accaduto dieci anni fa a San Francesco, quando in due ci eravamo apprestati alla nostra nuova vita. 
Un bel divano in pelle color petrolio, lascito di una zia deceduta.
I nuovi gradoni per scendere all'aia.
Io, Laura e il fienile.

4 giugno 2017

Roccamare anno terzo e cielo terso.


Prova costume insuperata.
Dopo un anno, Roccamare: se esistesse un luogo in terra capace di pacificarmi, questo sarebbe la pineta di Roccamare col suo mare turchese e la sua spiaggia carezzata da una continua brezza che odora di mirto, ginepro e rosmarino. Oggi ho esercitato la mia sessione di panismo con una lunga corsa verso l'azzurro del mare, a pieni polmoni e occhi aperti (che bella sensazione dopo l'operazione lasik dello scorso anno) per finire lo scatto con un tuffo scomposto, adolescenziale e liberatorio nelle acque ancora fredde del giugno maremmano. La mia falcata ancora non è finita: la casa di San Francesco ci manca e non è facile gestire l'abbandono, Bisarno non è ancora completato, le spese incombono ma ogni tanto basta sapersi fermare per riprogrammare con maggiore lucidità una ripartenza ancora più fluida. 

4 maggio 2017

La primavera nelle intenzioni dei pennuti


Appollaiate sui fili del telefono che arrivano a Bisarno, festanti dentro le stanze ancora prive di finestre, le rondini allietano queste ore concitate di lavori e se ne fregano se ancora le temperature sono basse e ampi nuvoloni piovosi incombono in questo primo freddo fazzoletto di maggio: la primavera la fanno loro, non una ma tante e davvero graziose e ciarliere.    

25 febbraio 2017

I lombrichi.

Stamane, un sabato sereno ma prepotentemente rabido di vento freddo, una strana invasione a Bisarno: lombrichi. Lombrichi a centinaia. Non conosco le usanze e le caratteristiche di questo...a che categoria zoologica appartiene? Qualcosa che finisce in -pode? Fatto é che ieri é violentemente piovuto tutto il giorno, impregnando la terra. Stamani col ritrovato sole, i lombrichi sembravano pascolare, giocando a entrare e uscire dalla terra smossa e umida. Magari é indice di terreno fertile e in previsione di future colture la presenza di così tanti lombrichi é forse un buon segno. Mi ricordo quando ero piccolo del lombrico come la più efficace esca per la pesca: in negozio costavano molti soldini e io che mi indaffaravo in spesse vane ricerche fra i terricci delle campagne vicino casa. Trovarli era una festa perché significava poter pescare e divertirsi poi dopo. Per questo oggi toccare questi vermi non mi ha fatto schifo: incarnano un ben ricordo e buona fortuna. Le bambine non li hanno invece troppo graditi: ho mostrato loro uno di questi vermi, che fra le mie dita come suo solito si é allungato a dismisura. Schifate e inorridite si sono chiuse a chiave in macchina. Chissà se fra qualche mese nella loro nuova vita di campagna scopriranno un po' di panismo, un po' di approccio bucolico alla vita agreste che Bisarno ci imporrá: inevitabilmente dovranno confrontarsi con bestiole, animaletti, semine, raccolte, annaffiature, mani sporche...



Lombrico sporco.

Lombrico in elongatica fuga.


21 dicembre 2016

I giorni del Natale

L’atmosfera fra le strade è silente, intima, raccolta. Spesso leggere nebbie avvolgono la notte. La neve spolvera i colli più alti. Quando è sereno e un nitido cielo stellato illumina la notte, le case brillano di luci colorate. I camini dai tetti di tegole mangiate dal muschio emettono ipnotiche danze di fumo che si perdono fra i bagliori della luna.
Tutto ha inizio l'otto dicembre, festa dell'Immacolata Concezione e giorno di vacanza dedicato all'allestimento degli addobbi natalizi: l’albero che dev'essere “grandissimo, babbo!”, decorazioni create da mani emozionate e incerte, e il presepe: di buon mattino ci mettiamo in macchina, si compra l'abete e si fa una bella passeggiata nel bosco a raccogliere un po' di muschio.
Sono questi i giorni di avvicinamento al Natale, intensi e partecipati quanto il Natale stesso, soprattutto agli occhi dei bambini che brillano estasiati per meraviglie come la famiglia per una volta riunita insieme e senza fretta, il babbo con tutto il tempo per giocare al mattino in pigiama, la lettera da scrivere a babbo Natale, i doni da incartare, le recite di fine anno della scuola, con nonni e mamme coi lucciconi e fazzoletti in mano, le preparazioni per le ricche e festose tavolate natalizie. A casa le donne di famiglia si ritrovano tutte insieme per preparare i tortellini (chi fa la pasta, chi la tira, chi il ripieno, chi li forma, chi li conta, chi parla del più o del meno…): un rito che ha attraversato generazioni e che riunisce almeno tre nuclei familiari per ore e ore che in nessun’altra occasione avrebbero voglia di dedicare tutto questo tempo a un piatto delizioso ma dalla preparazione lunghissima e che richiede una abilità quasi atavica.
Il gran giorno è la vigilia, la sera del ventiquattro dicembre. Appuntamento a casa degli zii. La serata è lunga e festosa: baccalà, un po' di fritto di mare come antipasto: la tradizione vorrebbe che non si mangiasse carne. Poi, poco prima di mezzanotte, l’apice: dalle scale scende un omino vestito di rosso dalla lunga barba grigia e incappucciato dalla voce baritonale. I bambini - che pur tanto avevano atteso questa apparizione – pietrificati e immobili. I più piccoli, puntualmente, scoppiano spaventati in lacrime. “Io…io sono stata brava”, balbetta tutto d’un fiato sforzandosi di non piangere la mia bambina più grande.  “Zia, basta, torna a cambiarti. Non ha funzionato: hanno avuto paura”, sussurro a mia zia, come ogni anno lei ben più divertita di questa sua mascherata dei bambini stessi che, però, hanno subito ripreso energie e colore nei volti nel vedere i doni lasciati da Babbo Natale: adesso non resta che aprire i regali!
L'indomani il pranzo di Natale è un momento quasi solenne. Siamo tutti vestiti bene. La tavola, in rosso, è col servito buono della nonna, quello che si utilizza una volta l’anno. Nei piatti, la migliore tradizione famigliare si interseca con le ricette tipiche del Natale, fra le quali dominano i tortellini in brodo e un barocco cappone ripieno con pistacchi, uova di quaglia e prugne creando dei capolavori di cucina casalinga d’autore. Si aprono le migliori bottiglie conservate gelosamente in cantina. Nel lungo fine pasto dominano il pandoro e il panettone, le due icone dolci del Natale Italiano, il panforte senese, il torrone, la frutta secca con il Vin Santo. Il pomeriggio scivola accasciati sul divano, sgranocchiando noci e nocciole, melograni, fichi e datteri e giocando a tombola (e non di rado l’atmosfera si scalda per la proverbiale fortuna della nonna, la sordità del nonno che non afferra mai i numeri, qualche battuta fuori luogo…). Quasi non ce ne accorgiamo neanche ed è di nuovo tempo per mangiare: la cena è di nuovo pronta. In un attimo le cartelle della tombola coi fagiolini a coprire le caselle lasciano il posto alla pentola fumante del bollito, la ciotola di salsa verde e il vassoio con l’insalata russa.
L’anno nuovo è festeggiato con il “cenone” di San Silvestro, una cena informale fra amici, divertente e chiassosa, in cui domina la tradizione gastronomica di due piatti di carne di maiale, lo zampone e il cotechino, con un contorno di lenticchie, che si dice porti fortuna mangiarle per l’ultimo dell’anno in quanto la loro forma assomiglia a delle piccole monete, come i chicchi di uva in attesa del brindisi della mezzanotte.
Il sei gennaio arriva l’Epifania che, come dice il proverbio, “tutte le feste porta via”: la befana, ritratta come un vecchia rugosa dal naso adunco che vola cavalcando una scopa di saggina, porta con sé, dentro delle calze di lana, dolci e regali ai bambini che hanno fatto i buoni, o carbone se sono stati cattivi. La befana ha questo sapore malinconico, del carbone se non si è stati bravi, dell’ultimo vero momento tutti insieme in famiglia prima di tornare al lavoro, alla scuola, ai doveri quotidiani. Le vacanze di Natale sono davvero finite. Non sono lontani i giorni in  cui le primule spunteranno timide dai prati.
Ed eccoci al giorno del Natale! Foto di Sandra Pilacchi

14 ottobre 2016

Food and Book Festival con La Toscana di Ruffino



Di rientro dalla Germania, un viaggio stancante ma molto gratificante come esperienza di lavoro e anche umana, dopo un venerdì fra l'ufficio e Bisarno (mancavo da 4 giorni in cantiere, astinenza pura...), mi appresto a un'altra presentazione - molto emozionante invero - del libro: sono stato invitato al più importante festival di letteratura gastronomica, il Food and Book Festival di Montecatini, come ospite relatore per il mio libro. E così domani mattina, io e Sandra Pilacchi ci apprestiamo, "sesto dopo cotanto senno", ma anche settimi, ottavi a dirla tutta, a raccontare le storie di gusto e vita, di aneddoti e profumi, di nostalgia e affetto che abbiamo cercato di far vivere nella carta con La Toscana di Ruffino insieme a Officina Grafica e a Stefano Caffarri, persona squisita e coltissima che sento molto affine a me di cui sto leggendo con immenso piacere intellettivo il suo "Magon".
Come é palesato dalla foto qui sotto davvero io sono ospite indegno, "di me medesmo meco mi vergogno", ma sono comunque felice di aver l'occasione di esserci...
Un grazie quindi agli organizzatori che hanno pensato a noi: dall'associazione Leggere tutti alla casa editrice Agra Editrice fino a Sergio Auricchio che mi ha personalmente cercato e contattato, altra persona deliziosa e di impianto umanistico a cui sono molto grato.  E ci vediamo domani alle 11, a Montecatini, orchestrati dal grande Sandro Capitani.
Beh, volti ben più noti e celebre del mio domani a Montecatini.

29 settembre 2016

San Michele

Giorno di San Michele, patrono di Pontassieve - il comune dove si trova Bisarno - festeggiato dai commercianti del borgo con una splendida, suggestiva e divertente coreografia di ombrelli rossi sospesi a cura di un talentuoso architetto locale: la giornata preautunnale è meravigliosa e gli ombrelli creano una situazione incantata che mi ha ricordato le suggestioni pittoriche e scultoree di un Magrit e di un Folon. Bravi a tutti. Davvero un piacere passeggiare lungo il borgo e trovarmi a fotografare il mio paese.
Questa installazione durerà fino a Natale ed è una bella occasione per visitare Pontassieve, così vicino a Firenze da esserne quasi fagocitato ma con una grazia industriosa, una dignità architettonica, una sensazione di provincia da renderlo proprio un bel post per viverci e da visitarlo da turisti. Attorno, poi, le colline del Chianti Rufina, meravigliose in queste ore di vendemmia, i loro sapori, completeranno il vostro detour fuori porta.



Foto dal fondo borgo.

La torre dell'Orologio.

Altro dettaglio con sullo sfondo la torre.

20 settembre 2016

Storia di un arco albino.

Ci sono storie architettoniche nel restauro di Bisarno che paiono ingrovigliarsi fra mille difficoltà per poi dipanarsi in un lieto fine che regala entusiasmo, energie, motivazioni per le tante altre da affrontare e dal destino ancora da determinare di qui a qualche anno.
Questa che vo' raccontando è proprio bella: infima nella sua inutilità, sconsigliata da tutti, visionaria perché di incerto risultato, dubbia nella filosofia e di ulteriore aggravio economico: "Lascia perdere, sono altre le priorità", intonava il corifeo. Eppure, quei due mozziconi bianchi, in bianco alberese con sfumature gialle, residui di un importante arco strutturale nella torre di difesa, quindi la parte medievale e più antica di Bisarno, quasi invisibili e nascosti e da successive murature e ridefinizioni delle aperture, mi avevano da subito ipnotizzato. Come la siepe del Leopardi. Senza indugiare ulteriormente in una tronfia retorica da spot pubblicitario all'Amaro Montenegro, ecco la cronaca di una anastilosi molto particolare. Concettualmente l'arco non aveva più essenza: non strutturava né scaricava più niente. L'intento era valorizzarlo, ma solo per esaltazione della sua estetica e della sua unicità lapidea, non più per la sua raison d'etre. La logica consigliava una cristallizzazione del residuo, una evidenziazione delle sue periferie per farlo risaltare maggiormente attraverso una stuccatura più marcata. L'arco del resto era stato distrutto dalle successive ridefinizioni murarie e solo l'incipit di destra ancora presente, nascosto nelle murature. 
Tuttavia di archi in quel modo non se ne vedono quasi più. Inoltre, sparsi nel tessuto murario della casa, riutilizzati nella logica del non si butta via niente e della necessità, in zona cantonali o a casaccio nel mosaico litoico della muratura a vista, vi erano i denti che una volta erano i pezzi di quel suggestivo arco bianco in alberese. Lo stesso alberese giallo affiora da Bisarno, sta nel suolo.
Alla fine, quindi, ho optato per una operazione di recupero di gestalt storico-estetica, lasciandone perdere la funzione strutturale ma ricostruendolo in toto, cercando dei modelli coevi (due-trecento turrito del fiorentino) per avere una idea dei disegni archetipici e facendoci guidare dalle curvature che si intravedevano nelle tre pietre residue.
L'arco è un elemento murario che mi ha sempre affascinato ma che di solito alla fine preferisco quasi sempre intonacare, soprattutto negli interni, per evitare l'effetto pizzeria. Questo invece era diverso, diversissimo. Già cercare e ritrovare le pietre è stata una storia nella storia. Le stesse sono state chiaramente predisposte - quelle che non lo erano, perché alcune erano proprio i pezzi dell'arco ma murati altrove come scritto qui sopra -, per ri-farsi arco, attraverso la definizione di una forma trapezoidale con una curvature funzionale a creare un sesto ribassato, attraverso flessibile e scalpello. La chiave di volta, ovvero la pietra centrale, a bisettrice, è quella che ci ha dato più difficoltà: la sua cuspide è stata prima fatta eccessivamente puntuta, quasi arabeggiante, poi alleggerita, addolcita, con una successiva riscrittura a scalpello.
Una anastilosi in piena regola. Lunga, faticosa, complicata, discussa e discettata ma che alla fine ha restituito, secondo me, un pezzo di storia muraria e architettonica, vero con una ricostruzione a posteriori e attraverso la creazione di un "falso storico", ma attendibile e apprezzabile. Siamo tutti molto soddisfatti: l'opera ha creato un bel clima, soprattutto alla fine. Prima, durante e dopo ha generato mille discussioni fra storia, estetica, architettura e spiccia convenienza muraria.




Solo un occhio attento individua il mozzicone d'arco...


Eccolo qua...smurando un po' attorno, è ben visibile.



Un nuovo sasso, dopo molta fatica, viene aggiunto.


Certe pietre necessitano di una angolazione differente: prima il flessibile, poi lo scalpello, ci vengono in aiuto.

La chiave di volta a cuspide. L'avevamo fatta troppo a punta, arabeggiante: meglio addolcirla.





Ed eccoci quasi, linee e curve creano un bell'effetto medievale.
Adesso mancano stuccature e uniformità d'insieme, la gestalt: per questo servirà lo stucco, un po' d'acido e qualche secolo...