Etichette

Visualizzazione post con etichetta Il mio lavoro da comunicatore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Il mio lavoro da comunicatore. Mostra tutti i post

6 settembre 2017

#cookstock


Ormai poche ore e tornerà Cookstock.it, l'evento più appetitoso di Pontassieve! Siamo alla quarta edizione e ogni volta - anche dopo essermi ripromesso di viverlo con pura professionalità e maggior distacco possibile - mi trovo coinvolto, entusiasta, arrabbiato, avvinto da un “forte sentire” durante questo frenetico iter organizzativo che sta precedendo l'atteso via delle iniziative, venerdì sera alle 19. Ma ci siamo e direi che va tutto bene! E se pioverà, pace: molte attività, fra cui le nostre cantine, sono al chiuso!
Cookstock unisce il mio paese e l'azienda per cui lavoro, la Ruffino. Ci tengo a fare bella figura coi miei compaesani, coi colleghi che ci dedicano a loro volta un sacco di tempo, talento e risorse e lo impreziosiscono. Persone che sono amici oltre che professionisti esemplari, come Fabrizio Masieri e i ragazzi del Cavolo a a Merenda, Sandra Pilacchi, Riccardo Ciolli, dell'ufficio comunicazione del comune (altro grande pilastro dell'evento), lo chef Edoardo Tilli, Marta e Basheer di Nura, squisito street food indiano e, non ultimo, Stefano Frassineti, primo ideologo di Cookstock e sempre presente, seppur quest’anno dedicatosi soprattutto alla sua locanda Toscani da Sempre. Anche noi in Ruffino siamo pronti (quasi!) ad aprire le nostre cantine. Il percorso è definito, le zone di passaggio “imbellettate” e sarà altamente suggestivo passeggiare dentro Ruffino anche sotto il chiarore della luna, visto che le visite si protrarranno fino alle 22 (e inizieranno alle 11). Le passeggiate dentro Ruffino saranno guidate dai miei colleghi che, per due giorni, vestiranno gli abiti di ambasciatori del marchio. E, forti dei consensi ricevuti lo scorso anno, verranno anche ripetute le piece degli attori dell'associazioni Allibratori - strepitosi cantastorie coi quali condivisi una breve esperienza lavorativa nel 2002 e che, dalle 18 alle 22, imbastiranno nell'iconico sovrappasso di Ruffino, il ponte, una breve storia recitata sui nostri 140 anni. Inoltre, gustosa novità di quest’anno, nel piazzale della villa dentro Ruffino sarà possibile anche degustare le squisite pizze di quattro pizzaioli “trispicchiati” (i tre spicchi sono il massimo riconoscimento per un pizzaiolo e sono attribuiti dalla guida Gambero Rosso, l’equivalente dei tre bicchieri per il mondo vino), fra cui le leggendarie creazioni di Giovanni Santarpia.
In paese a Pontassieve, fra le due piazze, quella del comune e quella di San Francesco, e lungo tutto il “borgo”, troveremo il bardiccio e il lampredotto, il ramen e il gazpatcho, i testaroli lunigiani e il polpo di scoglio pugliese, gustare le sofisticate prelibatezze dei grandi chef, apprendere i segreti della schiacciata con l’olio o della pasta fatta in casa, rilassarsi in uno dei bistrot a tema a pranzo o a cena, coinvolgere i propri bambini nei laboratori a loro dedicati, ballare ai numerosi eventi musicali (quest’anno uno per piazza!), acquistare i prodotti locali dagli orti del territorio e dai presidi Slow Food, elevarsi con momenti letterari, presentazioni, incontri, o semplicemente bighellonare senza meta precisa fra le vie del paese in mezzo ai sapori, i suoni e i profumi di Cookstock.
Anche la comunicazione dell’evento è in pieno fermento. Due sono le media partnership - Radio Sieve, la mitologica radio pontassievese che allieta tutta la Valdisieve e il Mugello, e The Florentine, rivista in lingua inglese animata da una delle firme più in ascesa del giornalismo, l'inglese ma pontassievese d'adozione Helen Farrell - che racconteranno l’evento. La pagina Cookstock su Facebook è in pieno fermento, grazie all’industriosa creatività di Valentina Cerofolini e Marina Mariottini di Sinaptic, che hanno creato anche l'utilissimo cookstock.it. E - grazie a un congiunto e sinergico impegno di ufficio stampa - sono numerosi gli articoli di stampa nazionale che hanno scritto e scriveranno dell’evento. Insomma, sono, siamo, pronti. Io vi aspetto! Emozionato, contento, e comunque vada, soddisfatto! Viva Ruffino, viva Pontassieve e lunga vita a Cookstock!
La locandina di Cookstock 2017


Cosa succede in Ruffino? Ecco qua! 


E in paese? La mappa e le iniziative a Pontassieve

2 settembre 2017

Settembre


Un fresco vento settembrino ha spazzato via l'afa degli ultimi giorni e ci ha preparato a un anticipo di autunno, una stagione che ha i colori più vivi e i profumi più intensi ma in sè anche i prodromi silenziosi della necrotizzazione invernale. Il lavoro è ripreso totis habenis, a gran ritmo, e la corsa verso Cookstock, il grande evento di Pontassieve che ci vede con Ruffino protagonisti, è entrato ne suo ultimo miglio. Oggi, un rilassante sabato di buona cucina, gustoso vino (Passopisciaro, contrada S) e gradite visite (è venuta Mia, la migliore amica della Mati, per una sessione di gioco che ha impegnato le Upupole per buona parte del pomeriggio), il NonnoCiccio ha lavato parte della facciata verso l'aia, sopra e attorno l'arco della cucina, restituendo le cromie terrose e ferrigne della pietra alternata al mattone che me la rendono così irresistibile. Adesso è ancora più bella se possibile! Abbiamo (ha, dovrei dire, ma la buona volontà non mi manca mai) installato anche un faretto led esterno sopra l'arco della cucina, un esperimento per vedere se e come la muratura a vista verrà valorizzata da questa illuminazione che vuole essere negli intenti coreografica ma non eccessiva e volgare. Per la cronaca e gli appassionati delle serie a puntate col lieto fine sapientemente rimandato ad taedium, ieri sera si è di nuovo palesato il topo - forse un altro? - nella camera da letto e io ho miseramente fallito di nuovo la cattura, peraltro non facile. Mi sa che dovrò prendere provvedimenti più drastici. A partire dai due gatti adottati all'uopo - Fulvio e Bianca - ai quali forse l'alimentazione da me provvista ha fatto loro svanire lo smalto predatore e la carica agonistica per cacciare via i topolini. Del resto, dovremo imparare a convivere con la fauna di Bisarno, volenti o nolenti. E se i caprioli, gli istrici, il gufo, i leprotti, i fagiani sono stati disneyanamente accolti e salutati nei loro pellegrinaggi per lo più notturni nella corte da tutta la famiglia, dei calabroni, delle vespe, delle zanzare, e soprattutto dei topi e del gigantesco cinghiale palesatosi giovedì notte rumoroso e luciferino a mangiarmi le giuggiole avrei fatto volentieri a meno. Lo abbiamo sentito e poi osservavato dalla specola della nostra camera inerti e un po' inquieti, fin tanto che, improvvisamente spaventato da un nonnulla (non le nostre urla che lo invitavano ad andarsene), si è dato alla fuga nel campo adiacente. 

Una squadra ben organizzata per montare una lampada

L'ottima cena in un ridente venerdì: è fresco, si mangia dentro...
Meglio fare da soli...


28 giugno 2017

Questa casa é solo nostra vero?


Ci siamo quasi: prima "mandata" di resina cocciopesto.
In questo frenetico conto alla rovescia - io e Laura che viviamo da separati ognuno nella casa dei propri genitori, le bambine con lei - i giorni si stanno succedendo anche divertenti. Lo dico pirandellianamente (il 28 giugno 1867, 150 anni fa peraltro nasceva il mio mentore filosofico) con un abilissimo e studiato esercizio mentale che trasforma la lacrima in riso e che prova a relativizzare e ad astrarsi dalle ulcere di cantiere. L'umorismo. Sono certo che ricorderemo questi giorni da senzatetto con piacere: siamo a cena una volta di qua, una volta di lá, una volta dagli amici, altre fuori, mentre scrivo sono in volo verso Bruxelles e ho trascorso dei giorni anche a Parigi, ci abbiamo messo un po' di mare in Maremma... Insomma, non abbiamo ancora una casa nuova ma ci siamo avvolti in una rete ampia, morbida e affettuosa che ci ha permesso di tamponare il colpo dell'abbandono della casa di San Francesco e i disagi e i ritardi delle consegne, ritardi comunque relativi se si pensa alla vastità, anche economica, del piano di recupero. Quasi tre anni fa tutti sorridevano quando garantivo che ci saremmo trasferiti entro maggio 2017. Le bambine sono un po' stranite ma vedo in loro prevalere la gioia e la curiosità di questo strano nuovo periodo trascorso in tante case con tante persone, col dubbio ogni sera di dove mangeranno e dove ceneranno, oltre a chi sederà al desco con loro. "Ma questa casa sarà solo nostra vero?" - ha chiesto dubbiosa l'altro giorno la Mignola nel sopralluogo serale in una Bisarno afosa, con le susine ormai surmature, la resina ancora bagnata e parzialmente posata. Giusto per assicurarsi che questa vita comunitaria, da famiglia allargata, per quanto divertente, solare e diversa, abbia comunque un termine.

19 maggio 2017

Chris Cornell


Mi prendevano in giro quando ascoltavo i Soundgarden. Nel mio ecke ecken erano il vertice basso dopo il binomio Pear Jam e Nirvana, ma tutti e tre i gruppi costituivano manna per le mie prime inquietudini postadolescenziali che avrebbero trovato poi fioritura fra i libri e le poesie degli ultimi anni del liceo e durante gli anni estatici e decadenti, introspettivi e cupi di Lettere. Chris Cornell da Seattle si è suicidato due giorni dopo il mio ingresso nei quaranta. In qualche modo un congedo cerimonioso a una epoca, i miei primi quarant'anni. 
Sono entrato negli anta lavorando. Una soleggiata giornata trevigiana a festeggiare non me ma la nuova sede di Ruffino, approdati io in Veneto dopo la settimana nel nord della Germania, l'azienda dopo centoquarantanni solo in Toscana.
Va bene così. Testa china sul lavoro, sul trasloco e sul Bisarno. tempo e luogo per godersi un po' di conseguimenti, non solo anagrafici, non mancheranno. 

11 maggio 2017

Berlino e la Ruhr


Berlino mi ha accolto nella magnifica e nuova Hauptbamhof, la stazione centrale. Una giornata fredda e ventosa che progressivamente si è fatta tiepida e soleggiata. Sono stato trottolato dal locale agente, un berlinese dinoccolato e molto alternativo, per tutto il giorno lungo ristoranti ed enoteche, locali berlinesi e soste gastronomiche di varia ispirazione a raccontare i vini Ruffino e a conoscere i titolari, spesso persone giovani e molto motivate nel loro lavoro. Percorrere così di fretta e senza un attimo per me stesso la città, una città che conosco davvero bene e a cui ho legato tanti ricordi da fidanzato, da babbo (memorabile una vacanza a ottobre 2013 con una strepitosa e divertentissima Matilde dueenne) e da professionista (Berlino è una città molto importante per il mercato tedesco di Ruffino) è stato come un riaprire una porta nel passato costituita da tanti episodi forti e intensi. Penso anche che la mia passione per l'architettura e il design sia sbocciata qui e qui abbia trovato negli anni spunti fertili per affinarsi e consolidarsi. La giornata si è conclusa con una cena a Potzsdammer Platz, non il mio quartiere preferito della città. A parte la cena ottima, di afflato siciliano, mi ha fatto enormemente piacere ricevere i complimenti per il libro "La Toscana di Ruffino" da parte del proprietario,  che lo tiene in bella vista in uno dei ristoranti bene della Berlino borghese. Due passi nel vento di nuovo gelido prima di andare a letto. L'indomani, dopo un discreto risveglio all'alba ho preso di nuovo l'aereo per Dusseldorf. Una ora e mezzo di ritardo bloccato in aereo. Arrivo a Oberhausen e passo uno delle giornate più lunghe a visitare, città mineraria dopo città mineraria, gli Edeka attorno a Bochum in compagnia del rappresentante di zona. Non ero mai stato nelle città di cui conoscevo solo le celebri squadre, lo Shalke04, il Borussia Dortmund, il Bayern Leverkusen, il Fortuna Düsseldorf, il Bochum, ma effettivamente mi ero perso poco. Davvero stanco, la sera ho avuto la fortuna di imbattermi nel quartiere giapponese di Düsseldorf, il terzo per numero di giapponesi presenti in Europa, e di gustarmi un terapeutico sushi con birra Asaki. Cuffie nelle orecchie, passeggiata post cena per favorire la digestione, e ora a letto: domani si torna a casa!






9 maggio 2017

Gli asparagi, Amburgo e il sogno Champions


Asparagi bianchi. Oggi ne ho incrociati di ogni fattezza e dimensione. È stagione qui ad Amburgo e stasera, a cena da solo come mi capita spesso e mi piace sempre di più, ho trovato un bistrot minimale e un po' chic, come mi capitano sempre più spesso e mi piacciono sempre di più, che ha ben pensato di impostarci il menù odierno: in zuppa e poi bolliti e serviti con la salsa olandese. Ci bevo Riesling, di queste terre un po' più a sud, la mitica Mosel. Sono stanco. La giornata è stata lunga, non quanto l'interminabile viaggio di ieri concluso in un grottesco ristorante italiano gestito da un indiano col prepotente senso degli affari, diciamo così, e una successiva notte poco riposante causa nausea che si è protratta anche durante la giornata di oggi, trascorsa a fare i cosiddetti store-check con l'agente locale, gradevolissima persona che mi ha scorrazzato di Edeka in Edeka (una sorta di Esselunga) mostrandomi con orgoglio suo (e mio!) la presenza di Ruffino in questa splendida città del nord Europa. Splendida e inspiegabilmente ignorata nei grand tour più a la page. Io ci sono già venuto quattro volte, ad Amburgo. La prima e più significativa in una meravigliosa vacanza a quattro con Neri e Silvia, ai tempi in cui giovincelli e sine prole si scorrazzava curiosi ed entusiasti per il Medio Oriente e l'Europa. Erano i primi giorni di un anno miliare per me, il 2007: avevo appena accettato l'incarico alla Ruffino che sarebbe iniziato il prossimo venturo 22 gennaio. Vivevo sospeso, come mi capita spesso, fra il dispiacere di essere volato via dal mio nido lavorativo, il Consorzio del Chianti Classico, e l'eccitazione per il mio ingresso nella grande Ruffino. Di lì a pochi mesi avrei compiuto 30 anni e avrei acquistato la casa di San Francesco. Due passi enormi per me e per il mio piccolo ego d'allora. Oggi, 10 anni dopo, ho avuto il piacere di rivisitarla, seppur di fretta e di lavoro. Di qui a pochi giorni compirò 40 anni (ahimè...) e a breve abbandoneremo la casa di San Francesco per trasferirci a Bisarno. Due passi giganteschi per il mio complicato ego di oggi. C'aveva proprio regione Vico. Corsi e ricorsi. Dieci anni fa, appena arrivati da Lubecca nella Stazione Centrale ci orientavamo a fatica (e cercavamo l'est in cielo), la casa - ci avevano scritto in un foglio di carta - aveva le chiavi accanto all'estintore fuori dall'edificio ma la parola estintore non era stata tradotta e, nel panico e con reazioni poco lucide, pensavamo di aver preso una fregatura e di non avere alloggio: oggi appena arrivo a destinazione mi connetto su google maps, ho anche la fortuna di aver imparato un pizzico di tedesco e soprattutto a muovermi con una certa disinvoltura (dopo le figure meschine e ingenue come quella di 10 anni fa) fra i grovigli organizzativi e le complicazioni logistiche delle varie città del mondo. Si, in questo sono proprio bravo, quasi una macchina. Eppure mi piaceva molto di più, rispetto all'attuale metodica funzionale abilità comportamentale, l'entusiasta spaventata spontaneità con cui mi approcciavo al viaggio. 
Sono arrivati gli asparagi, i weiss spargel. Buoni cazzo. Forse dovrei smettere di scrivere a tavola curvo sul telefono. Quanto mi piaceranno? Anche loro sono un ortaggio sospeso, a metà. Un po' mi somigliano. C'è pure uno schermo gigante qui al ristorante. Già: è appena iniziata la semifinale di ritorno di Champions. La Juve, che ohibò andrà a vincerla la coppa con le orecchie. Mi perdo. Per un attimo penso che la gioia che proverei - assoluta, pazza, dionisiaca, infantile, fertile, orgiastica, panistica - in caso di una vittoria della Fiorentina - uno scudetto o lo champions vanno bene entrambi - non la esperirò mai. Non mi toccherà. Immagino me e i miei compagni di tifo (ben più che amici) a piangere di felicità sudati fradici. A picchiarci increduli come primati. Come è capitato in eccitanti ma effimere vittorie di tappa. Una imago estatica dal profumo ambrato del sogno e del piacere più intenso che la voce crucca e gutturale della coppia di tedeschi qui accanto a me fa svanire e spezzare immediatamente, riancorandomi ai loro fastidiosi pedestri dankische al cameriere indiano. Chiedo anche io il conto. È l'ora. E domani Berlino, la mia Berlino. 

8 maggio 2017

Di nuovo in volo...

E così, alla fine, sono riuscito a salire su un aereo per Amburgo. Traffico, scioperi, malattie. Una serie infinita di concause mi ha tenuto a terra dallo scorso novembre. Una anomalia vissuta in apnea dal rientro dal Canada, i primi di novembre, fino a questo freddo maggio, fra le beghe di cantiere, noie di salute e urgenze lavorative. Anche stamani non è stato così semplice volare via dall'Italia, come se l'artista del destino avesse determinato di ancorarmi al cantiere e mi impedisse di riappropriarmi della mia vagabonda normalità: una nottataccia della più piccola alle spalle, la coda per un incidente che ha vanificato il risveglio all'alba, l'aereo perso, la difficoltà di trovare una nuova soluzione di volo (e oggi ho conosciuto un tesoro di nome Elisa che mi ha risolto tutto), le tante telefonate sollevanti questioni dal cantiere. Magari è bene che adesso me ne stacchi un po' e mi concentri sul viaggio: mi sembra quasi che più tempo passo a Bisarno e più aumentano i problemi, i dubbi, le incertezze, come se la mia presenza - peraltro ben poco preparata sulle tematiche per cui sono continuamente interrogato - complicasse e rallentasse invece di sciogliere e snellire una operatività continuamente frenata. Vediamo, e speriamo. E allora ben venga questo volo, questo viaggio teutonico, questo allontanamento dal vulnus. Anche questa settimana dovrebbe portare auspicate novità. Su tutte, la rimozione, dopo quasi 15 mesi, dei ponteggi. Le facciate, almeno la parte apicale, sono concluse e si può rimuovere quel brutto ma necessario abbraccio di metallo. Inoltre speriamo di fare un altro bel tratto dei lavori di scavo per l'impianto idraulico. Domani poi si dovrebbe iniziare anche l'installazione della pompa di calore. E venerdì spostiamo l'armadio da casa vecchia a casa nuova. 

9 aprile 2017

La tartaruga, Vinitaly e una veloce lentezza.



Questa sera, alle 22.00 del 9 aprile ho cominciato il trasloco per Bisarno. Vestiti invernali, che ho migrato dall'armadio verso una scatola di cartone per adesso addossata al nostro letto. Lentamente, senza subire la fretta che ci attanaglierà nei giorni di passaggio fra fine maggio e inizio giugno. Sì: é ufficialmente iniziata la lunga transizione verso la nuova casa. Mi ha fatto effetto, molto, come le parole della "Tartaruga" di Bruno Lauzi che le bambine adorano, e che solo oggi - sarà un caso? - ho ascoltato attentamente nel viaggio di ritorno dopo un breve ma riuscito detour al mare di Castiglioncello. Dice la canzone che, una volta, la tartaruga fosse un animale che correva veloce. Fin quando non ebbe un incidente, "si rompe qualche dente", e nel rallentare "trova la felicità": "un bosco di carote, un mare di gelato che correndo troppo non aveva mai notato", e persino l'amore: "un biondo tartarugo corazzato". Una favola con morale sotto forma di allegra canzonetta per bambini che ho proiettato su di me, sulle mie ansie, sulle mie volontà di controllo e sulle mie preoccupazioni, tutte vissute a pieni ritmi, "correndo troppo" appunto: e se rallentando non trovassi anche io la mia felicità? I miei equilibri? In ogni mia situazione: nel restauro di Bisarno, ma anche a lavoro, rifletto mentre preparo la valigia per il Vinitaly di domani. Con quanta smania ho sempre affrontato i Vinitaly, soprattutto i primi, per esempio? Quasi come se per me avesse sempre contato il dover esserci, il salutare tutti, il voler partecipare al circo, il cercare di essere un ingranaggio che non cigola. Questo sarà il Vinitaly numero quattordici e i miei approcci sono lentamente cambiati, edizione dopo edizione. Il primo, ancora stageur al Chianti Classico, ebbi l'onore di salire per una mezza giornata, il venerdì, e ancora ricordo l'emozione di quella conquistata prima volta. Non riuscii neanche a fare troppi assaggi: mi imbarazzavo a chiedere. E che fila al ritorno in auto. A Vinitaly ho vissuto Velenitaly. Ho subito un attacco stupido dal Corriere della Sera sui Tavarnelli di Montalcino. Una volta col mio collega Damiano ci siamo trovati a dormire in una stanza di universitarie che avevano lasciato la camera senza cambiare lenzuola, togliere le spazzole accanto al lavabo, svuotare i comodini e pulire la cucina e la casa. Un anno presentammo un Syrah buonissimo, oggi neanche più in portafoglio, al ristorante di Giovanni Rana in un folle fuori salone. Durante uno dei miei Vinitaly é morto Giovanni Paolo II: quel giorno una Fiorentina oscena e sgangherata pareggiò 3 a 3 con la Juve. Gran gol di un giovane Pazzini, peraltro. Al Vinitaly rivedo amici da tutta Italia e saluto colleghi dal mondo. Questo aspetto mi ha sempre sedotto. La sera Verona poi é bellissima. Nel 2011 durante una passeggiata notturna, stranito per l'imminente rivoluzione che avrebbe riguardato a breve la mia vita, osservavo la vetrina di un negozio di abbigliamento per bambini, "Le petit bateau": di lì a pochi mesi sarebbe arrivata Matilde. Penso alle volte in cui sono riuscito a godermi uno spritz prima di ingaglioffarmi in cene dove si gusta cavallo e ci si appesantisce con l'Amarone, che manco mi piace, e a godere della compagnia dei colleghi. Lo scorso anno avevamo dato il lá alla splendida avventura de "La Toscana di Ruffino" con una presentazione in mezzo al caos, dove ricordo dovetti urlare per farmi sentire. Ma che emozione! Il nuovo stand di due anni fa, che sostituì il vecchio che proprio non potevo vedere: sembrava un ospedale con quei toni bianchi e le luci al neon. Ora il nuovo padiglione  è fra i più belli della fiera e racconta con eleganza e stile "la vita Ruffino". Il primo Vinitaly da Ruffino, il quarto in totale dopo i primi tre da galletto nero, trascorsi tutte le cene insieme agli ex colleghi del Chianti Classico: certo non ci feci bella figura coi nuovi, ma quanto mi mancava il Consorzio. Al secondo Vinitaly, ancora non coinvolto professionalmente, salii a Verona per puro divertimento e voglia di assaggi insieme all'amico Roberto e dormimmo in un convento in mezzo alle suore. Un anno il clima aziendale era così peso che evitai accuratamente ogni cena. Un altro mi presero in giro perché mi muovevo con un impermeabile beige di due taglie sopra che avevo ereditato dal nonno deceduto e obiettivamente mi stava enorme, oltre a farmi apparire fuori dal tempo. Per questo Vinitaly vado con una spavalderia e sicumera tale da permettermi una giacca rosa. 
Eh si, quattordici Vinitaly sono tanti, ma in fondo sono contento di averli vissuti tutti e progressivamente di aver saputo acquisire una veloce lentezza. Come la Tartaruga e come spero di trovare anche per Bisarno e per tanti altri aspetti della mia vita privata e del mio carattere.

20 marzo 2017

Almeno gli intonaci.

È trascorsa una settimana dall'inizio degli intonaci e la casa è ormai intonacata. Adesso pausa di un'altra settimana circa per far asciugare al meglio e per darci modo di finire alcune murature interne e poi la squadra di lavoro preposta tornerà per porre il "velo", lo strato finale dell'opera che precederà (ma per quelle c'è tempo, seppur non moltissimo) le imbiancature. 
Questi lavori hanno accompagnato una settimana non gradevole e complicata dal punto di vista personale. Giovedì scorso mi sono svegliato strano, dopo qualche giorno di tosse e asma più fastidiosa del solito: in poco tempo mi è salita una febbrata clamorosa, con punte a 40 che mai avevo superato e un senso di nausea fastidiosissimo. Yes. L'ennesima influenza della stagione ("sei stressato, lo stress ti immunodeprime e di conseguenza sei soggetto a qualsiasi virus e batterio in zona", ormai è il mio nuovo om meditativo che mi ripeto ossessivamente). Questa nuova bronchite (vuoi che non si sia subito innestata la complicazione...) mi ha colto, non a caso, in giorni di acuiti nervosismi a Bisarno. 
Ho provato a non cedere al demone della vittimizzazione e a non buttarmi giù. Occorreva un recupero lampo: lunedì mattina avrei avuto un risveglio mattutino per prendere un aereo in direzione Düsseldorf. Quindi: antibiotici, vitamine e una complicatissima gestione mentale volta al positivo. 
Fatto è che dopo tre giorni di febbre molto alta arrivo a ieri, domenica, almeno sfebbrato, seppur un cencio e senza alcuna forza e afflato vitale. E prendere sonno la sera, con l'obbligo di dormire e riposare almeno un po', è stato un esercizio molto sofferto e travagliato perché mi si affastellavano nella testa conti, preoccupazioni, dubbi, pensieri. Un riflettere cupo e malinconico fra il sudore freddo degli antibiotici che ha ritardato il mio già non facile ingresso nel sonno. E questa mattina la sveglia all'alba: mi sono ritrovato già stanco, con dolori alle gambe, lo stomaco chiuso. Anche deglutire il latte mi è parsa un'impresa. 
Ho cercato allora di rendermi decente, di apparire almeno a me stesso non così impresentabile: ho scelto il miglior completo, la barba fatta e finanche una crema viso a tentare di coprire il pallore. 
Ero anche riuscito a mettermi in auto presto per anticipare il nevrotico traffico del mattino. 
Arrivo dunque a Peretola, con un minimo di ritrovato ottimismo: tutto sommato ero lì, mi pareva una impresa di cui gioire. Purtroppo subito svelatasi gioia effimera, vana: infatti non faccio neanche il check in perché nel terminale vedo che ritardano il volo. Mi seggo in attesa. Passano due ore e annunciano un ulteriore accumulo di ritardo. Meno di tre ore - io ormai cadaverico spalmato aderente alla poltroncina - e il volo viene cancellato. 
Tutto inutile. Gli antibiotici. La spossatezza. Il forzato recupero. La sveglia all'alba. 
Rientro mogio verso casa. Metto in auto "Fix You" dei Coldplay e provo a cantare, innervosendomi a sentirmi così fioco. 
A casa mi tolgo il completo, mi metto i miei soliti vestiti, un boccone inappetente dai miei e rientro in azienda: in ufficio ci sono delle cose da fare e ne approfitto per portare avanti il lavoro. Meglio non pensare a come mi sento. 
Almeno gli intonaci li abbiamo archiviati. 



13 marzo 2017

Segunda feira.



"Che giorno d'incanto qui da noi, è lunedì soltanto": un grande Battiato a definire le atmosfere di malinconia e fatica associate alla segunda feria, il lunedì di un marzo che ci blandisce primaverile.
Oggi c'è stato di tutto: la presentazione dei piani per l'Europa in Ruffino, l'incontro chiarificatorio con gli intonachini, una visita dal carrozziere perché un simpatico sasso ha ben pensato di incrinarmi il vetro delle macchina. Arrivo a sera e ho la fortuna di imbattermi in un vino che sa rilassarmi, acquistato quest'estate in Provenza e aperto per caso stasera, con il chiaro intento apotropaico: un Vaucluse a base Grenache insolitamente fine ed elegante per essere un vino del Rodano. Ci stavano benissimo le noci che ho sgranocchiato pensando alla giornata in attesa della cena, con le paste alle melanzane e caciocavallo, il fine pasto con la crema di castagne sul pane e l'allegra famigliola intenta a provare passi di danza e a buttarsi pericolosamente dal divano.


Gran vino questo Vaucluse.


4 novembre 2016

Montreal

Sono arrivato a Montreal con la febbre e la lascio con la febbre. Lavorare sul proprio carattere. Imparare a conoscersi e tentare di portare alla luce, se non redimere, alcuni aspetti della propria personalità che possono frenare la propria serenità, le relazioni, la vita in generale. Un esercizio complicato e molto faticoso, che si è reso necessario applicare in questi ultimi giorni sotto l'influenza. Tachipirina prima di addormentarmi per lenire la febbre alta, tachipirina al mattino dopo nottata da tregenda con febbre ancora più alta, doccia catarchica e poi sul marciapiedi di questa accogliente città. Montreal emana un afflato parigino, uno stile europeo e un brio da porto mediterraneo. Mi aspettava (e che calorosi benvenuti!) per eseguire una agenda ricca di iniziative, lezioni, degustazioni, cene, eventi. Scrivo mentre mi trovo all'aeroporto in attesa del volo di rientro, sto risentendo un po' di appetito dopo tre giorni di dieta liquida (speriamo sia un primo segno di guarigione!), che incoraggio con dei tacos e una insalata di gamberetti. E un robusto Cabernet della Central Coast in California. Avrò la boccaccia io ma il vino non aiuta. 
Ieri sera per festeggiare la fine delle mie due settimane di lavoro uno dei miei colleghi mi ha portato a vedere la partita di hockey, una epitome di canedesità, i Canadiens di Montreal contro Vancouver. L'altro grande orgoglio è un cocktail, il Caesar, un Bloody Mary con l'aggiunta di acqua della bollitura delle arselle. Buono malgrado l'ultimo ingrediente insospettisca, ma ne dà un tocco di esotismo e sapidità in più che non ci sta per niente male.
Anche in questo caso le mie condizioni di salute mi avrebbero portato a declinare l'invito ma non sarei stato in pace né con la mia coscienza (quando mi ricapita?) né per il gesto tanto generoso che mi era stato fatto. Non é così banale infatti assistere a una partita di hockey, malgrado le infinite partite della season che dovrebbero annoiare anche il più accanito tifoso. Eppure i palazzetti, da circa 25000 posti, sono sempre esauriti. I biglietti sono molto costosi. Non si va a vedere una partita, si va ad assistere a uno spettacolo in cui incidentalmente si svolge uno sport, sebbene i giocatori di hockey siano strapagati, ben più dei calciatori per fare un esempio nostrano. Sugli spalti, non ci sono improperi o cori contro ma sguardi felici e rilassati come quando io vidi Jurassic Park al cinema, il primo film di grande impatto scenografico grazie agli effetti speciali: divertiti più che tesi per il risultato. Del resto non vi sono nemmeno i tifosi avversari - sarebbe in questo caso una gita fuori porta da 7 ore di aereo e 3 di fuso (Vancouver - Montreal) ma il punto è che nessun tifoso di una squadra di hockey ha il concetto di seguire la squadra in trasferta. Peraltro il risultato conta e non conta, poi ci saranno i playoff. Ma é lo show dell'evento che é davvero esaltante per i grandi e per i tantissimi bambini presenti: le migliori musiche amplificate in un ampianto acustico da teatro greco, continui intervalli al gioco per interagire  con gli spettatori (e nel mentre chi assiste in TV subisce, anzi si diverte con la pubblicità), giochi nei giochi, concorsi a premi, sponsorizzazioni a un livello di entertaiment e di grafica animata mai vista. Per non parlare delle opportunità gastronomiche, altro che il pop corn e la Coca Cola, seppur presentissimi: io indisposto ho optato per una bottiglia di acqua vitaminizzata a gusto di limone. Ovviamente poi si possono fare compere: i dischi utilizzati nel pregara sono stati subito impacchettati, garantiti da un certificato di autenticità e messi subito in vendita negli interminabili intervalli.
La partita non sarebbe lunga, 3 tempi da 20 minuti, ma in sé l'esperienza prende almeno 4 ore. Ho fatto bene ad andarci, é stata una esperienza unica e diversa. Sarebbe stato esaltante portarci le bambine. Hanno vinto 3 a 0 i Canadiens, il terzo gol é stato dato per una certa infrazione che non ho colto, non é servito nemmeno buttare il disco dentro la porta. Mi chiamano al gate. Iniziano le lunghe operazioni di rientro in patria.  

Un caloroso benvenuto alla Scuola di Sommelierie

Questi ci copiano le installazioni da Pontassieve....



Afflati europei nelle architetture di Montreal.


Lo spettacolo della partita di hockey.


Un momento di gioco.

Rara fase di gioco.

3 novembre 2016

Inniskillin e Niagara


Le cascate del Niagara, il vapore acqueo e un gabbiano.


Niagara Falls, le celebri cascate del Niagara: le ho viste, e anche dal loro versante migliore, quello canadese, dopo la visita a una delle nostre aziende sorelle, Inniskillin, dove abbiamo assaggiato i deliziosi vini del ghiaccio, gli ice wine. In questi giorni ho avuto anche modo di assaggiare altri vini della classificazione Niagara Falls, la seconda e ultima doc di qualità dopo Okanagan, che crea una sorta di sentita disfida canadese vinicola fra west contro east. Nella doc Niagara Falls predominano i vini da vitigni nordici: il Riesling e alcune bolle le ho trovate varietali, piacevoli e sapidi, meno i Pinot Nero. Tutti però troppo cari per avere un loro mercato fuori dal Canada, fuori dall'Ontario direi, a parte appunto gli ice wine. A Inniskillin ho visto in vigna le pale elettriche per smuovere l'aria ed evitare ghiacciate (le avevo studiate al corso WSET ma non mi ci ero mai imbattuto) e le uve deputate a ghiacciare sono involucrate - la vendemmia avviene fra dicembre e gennaio - da delle reti per proteggere i dolcissimi chicchi dagli uccelli, raven sopratutto, cornacchie. Altra peculiarità: la pressatura viene fatta immediatamente in vigna, spesso sotto la neve fioccante, perché l'uva gelata non può permettersi di sciogliersi neanche un po' poiché diluirebbe il concentrato zuccherino che è l'anima del chicco congelato.  Di rientro, rapida (e, per la febbre di poi, deleteria) sosta alle cascate. Mi sono piaciute? Senz'altro con un "pero"! Sono indiscutibilmente uno spettacolo della natura unico e la passeggiata sul lato canadese arriva fino a lambire, risalendo contro flusso, davvero a un metro non di più, il precipizio della cascata più ampia. Il rumore è tonitruante e viscerale. Il clima gelido, di mille sfumature grigie e ventoso. La pioggia sferzante che punzecchia di bagnato insieme all'imperioso riverbero del vapore acqueo. Immagino cosa non abbia patito chi ha tentato di andare lì sotto col battello. Però tutta questa antropizzazione (ci sono un casinò, un hotel, innumerevoli negozi di souvenir) in un luogo cosi paesaggisticamente suggestivo guastano un po' il rapporto uomo - natura, e l'ho trovato evitabile ecco. Molto bello e caratteristico invece il villaggio Niagara on the Lakes. 




Dentro Inniskillin.


La carta delle birre in un pub a Niagara on the Lake


Prima delle cascate...






Le cascate del Niagara, sguardo d'insieme.




Io, le cascate e un gabbiano.

31 ottobre 2016

Toronto

Mentre le scosse di terremoto continuano a funestare il centro Italia, per lo meno senza mietere vittime - ma se crolla la propria casa si muore un po' comunque - io vivo egoistiche inquietudini e paure, come la scocciante febbrata di freddo e stanchezza che maledetta è affiorata in queste ore e che sto cercando di tamponare con la mia farmacia da viaggio. Al solito mi ci vorrebbe medicine per la psiche, visto che la gestione più complessa è riuscire a viverla bene: non semplice in viaggio lontano, coi giorni di Montreal davanti a me carichi di impegni e le nostalgie per le bambine che si stanno facendo forti. La piccola sala di attesa, quasi spettrale, dell'aeroporto cittadino Billy Bishop non mi aiuta: a breve volerò per Montreal, sperando di lasciare a terra gli umori neri di questa giornata. Toronto ho avuto la fortuna di vederla senza la pioggia di Vancouver, senza la gelida assolata fretta di Calgary, e con il piacere chiaroscurale, malinconico e profondo del muovermi da solo. Sono arrivato qui a Toronto nella east coast giovedì sera e sono stato accolto da una italocanadede dal rassicurante nome Laura, deputata alla concierge in uno degli alberghi più sontuosi, classici ed eleganti in cui abbia mai sostato, il Fairmont Royal King. La mia prima cena è stata in un pub a guardare coi locals la partita di hockey. Poi ho trascorso un giorno, il venerdì, "sul marciapiede", a rappresentare al massimo del mio impegno Ruffino, fra Waterloo e Cambridge, due cittadine non distanti da Toronto. "Italians do it better": qui tutti sembrano stravedere per noi. Non è così frequente essere benvoluti viaggiando per il mondo. In Nord America lo siamo e ogni volta che ci troviamo di fronte a persone che ascoltano le nostre storie abbiamo la gratificante sensazione di piacere, di rappresentare un paese straordinario (frase retorica, vero) e che qualcosa, non solo in un passato ancestrale di banchetti etruschi, simposi romani e galatei rinascimentali, ma anche nel presente della crisi e delle difficoltà siamo noi a insegnare il gusto del buono e del bello, quell'italian lifestyle che ormai sta sostituendo l'abusato made in Italy. E io ne sono proprio orgoglioso, della mia fiorentinità e della mia nazione. Eppure da certi posti noi italiani avremmo tanto da imparare: ho avuto modo di passeggiare, quasi venti chilometri, per le ampie vie di Toronto, in un sabato di mal di pancia che mi accompagna ormai fisso, e una strana tensione che di solito non mi appartiene. Toronto accanto ai maestosi grattacieli in vetro, all'elegante waterfront, alla storia del treni a vapore, ha anche molto di uno stile particolare, il vittoriano industriale. La zona che più lo incarna è il Distillery District, un po' i meatpacking della grande mela un po' i dock di Amburgo: due distillerie del primo novecento ora convertite in botteghe di artigiani, artisti e stilisti. Bello anche il mercato di St Andrews, dove ho assaggiato le mele del Niagara e le polpette di granchio.


Grattacieli da cui svetta la CN Tower.

Un negozio di prodotti fetish.

Verso il Distillery District. 

Il Distillery District.

Dettagli del Distillery District, con mezzi d'epoca ormai solo ornamentali.

Me.

Passeggiata in centro.

Piazza del Town Hall vecchio e nuovo.

Geometrie al tramonto.


27 ottobre 2016

Calgary

Sono atterrato a Calgary dopo l'ennesima notte funestata da continui risvegli e l'ansia di non sentire la sveglia: succede sempre nei voli mattutini. La città mi ha accolto con tre gradi sottozero e una sferzata di luce fresca a darmi il benvenuto. La giornata si è svolta bene, sebbene la stanchezza abbia strisciato anche in questa strana, non bella ma profondamente affascinante città, dal sapore di cercatori d'oro, cacciatori di alci e bisonti, petrolieri, freak con barbe lunghe e fare bighellonante. La downtown é un concentrato di dolci e armoniose contraddizioni: grattacieli di vetro in una atmosfera di paesotto di periferia, installazioni artistiche con ricordi olimpici, una vastissima piatta periferia di cottage in un altipiano ricco di fiumi e laghi. Sullo sfondo, imperiose, montagne innevate. Si ha la sensazione di essere in provincia rispetto alla grandeur di un certo Canada, quello delle grandi metropoli sia western che eastern, eppure anche questa città che sembra piccola ma è grande più di Vancouver mi ha stregato. Avevo voglia di freddo che ti entra addosso e bagni di luce. Le persone qui hanno un loro orgoglio e il solito entusiasmo semplice e accogliente. La degustazione in cui rappresentavo Ruffino si è svolta in un teatro di fine Ottocento. La sera si è svolta una cena in un private club con piscina, per persone facoltose che si sono trovate per una (ottima) cena italiana, che mi ha anche rimesso a posto il pancino: a fine serata ho conosciuto il cuoco napoletano. Dopo, finalmente, la prima vera notte di buon sonno - mi sono svegliato solo per alzarmi alle 6! -, un breve meeting allo Hyatt, ho passeggiato nel freddo della laboriosa Calgary downtown: la piazza olimpica, i grattacieli sobri, la familiarità da villaggio, le numerose installazioni artistiche che dialogano con la città, i baci di luce che mi entravano addosso malgrado sciarpa, cappello e guanti mi hanno dolcemente accompagnato poi all'aeroporto per la terza tappa di questo tour, Toronto. 

Le montagne rocciose: in arrivo a Calgary dall'aereo. 


Calgary dall'aereo.


Serata svolta. Passeggio fra le tante installazioni presenti a Calgary.


Prima di ripartire, monumento alle donne in Olympic Places.


Sempre Olympic Place.


Altra installazione equina.


Prospettive un po' attorcigliate ma che guardano verso l'alto. Mi ci rivedo.

Wanderer in Canada: Vancouver in British Columbia.

Sono arrivato dopo un volo lungo ma gestito con una certa perizia. Aprire gli occhi in quelle che sarebbero state in Italia le due del mattino e qui in Far West invece le tre del pomeriggio è stato un po' traumatico: la sensazione di sfasamento é stata molto netta e mi ha accompagnato fino alla mia partenza da Calgary: le prime 3 notti sono state di non sonno, risvegli improvvisi e un continuo mal di pancia quotidiano a sottolineare come l'organismo non fosse ancora per niente settato. E dire che prendo melatonina ormai da qualche giorno prima della partenza. 
A Vancouver ho avuto l'onore di sostare al Pan Pacific, hotel magniloquente, enorme, affacciato sulla baia. I canadesi sono affettuosi e molto orgogliosi di questa città che per il poco che ho visto è davvero splendida. Ha un ampio frastagliato waterfront da cui si ergono aitanti grattacieli. Attorno le montagne innevate e grandi parchi verdi. Una popolazione asiatica dominante (mi hanno detto il 75% ma mi pare uno sproposito) con una eccellente cucina asiatica: ho mangiato un welcome sushi all'arrivo sontuoso, in un sushi bar chiamato Kome.  Certo, anche il loro salmone é stato mondiale e mi hanno rivendicato la supremazia di questo salmone rispetto a quello eastern del Quebec e dell'Ontario. Ho anche assaggiato un po' delle loro birre - la città sta fermentando di brewery artigianali -. E anche i loro vini, della ragione Okanagan, di cui sono molto orgogliosi, non mi sono parsi per niente male: vini di impatto moderno da vitigni internazionali ma con finezze mediterranee, anche per questioni climatiche. 
Vancouver mi ha ricordato San Francisco, una cera atmosfera giovane e nerd, di esteti attenti al vestiario, senza rifuggire le stesse tendenze yippie della città californiana, ma molto ha anche di proprio, di orgoglio canadese, da westerner, come ribadito da più parti. La sera abbiamo fatto dei passi lungo oceano, nella zona dell'harbour e dell'attracco degli idrovolanti, dove più maestosi svettano  i grattacieli di vetro di Vancouver, attorno al "coudron", il monumento per le recenti olimpiadi. La downtown, attorno al famoso orologio a vapore, con gli aceri rossi nei viali, case basse di mattoni, un'atmosfera green, giovane, con tanti locali e uffici, mi é proprio piaciuta. Peccato per il tempo, piovoso e ventoso, ma quando per un breve lasso di tempo, il sole ha spazzato via le grigie malinconie celesti, la città ha subito preso un aspetto diverso. Poi le persone, la voglia di Ruffino e di abbracciarci nella nostra italianità, l'entusiasmo che mostrano, sono davvero uniche. La sede di Constellation é bellissima e fatta da persone molto giovani. Ho incontrato lavorando colleghi e professionisti che hanno saputo temperare il piacere di stare insieme con proficue occasioni di lavoro, degustazioni, incontri, strizzandomi, come hanno detto, tutta la mia toscanitá a loro beneficio. Chissà se mi capiterà di tornarci, certamente Vancouver é uno di quei posti da vedere, di una bellezza giovane e costruttiva e di una apertura affascinante e cosmopolita.
  

Il miglior sushi mai mangiato fuori dal Giappone.


Io e il mio collega Beppe negli uffici di Constellation a Vancouver.


Vancouver by night.


Vancouver all'alba.


Una foglia di acero caduta a terra.