18 febbraio 2016

Le seggiole.

La seggiola è come in toscano vengono chiamate le sedie. E' una bellissima parola dal sapore un po' screpolato e nostalgico che richiama lo stare assieme, il riposarsi, fare due chiacchere con gli amici e i parenti. Ce ne sono di tanti tipi nella casa contadina, quasi tutte in legno ed eventualmente con del "midollino" a creare la seduta. Il "midollino" è lo stesso materiale con cui si intrecciavano i fiaschi e lo si ricava dalla paglia essiccata. Nel restauro della casa ho trovato alcune vecchie sedie abbandonate, lasciate appassire al tempo, appartenute a un passato non troppo remoto, metà novecento a occhio. Fra queste, tipiche ma ordinarie, ne è emersa una particolare che mi ha stregato e che sembra appartenere a un periodo più antico, o a una lavorazione meno canonica, seppur sempre impostata su elementi poveri. Eccola qua:










Bella vero? Senz'altro molto particolare. Io non ne avevo mai viste così. Direi che si tratta di un legno povero, purtroppo molto tarlato, su cui è intrecciato uno spago legato. Lo spago crea degli intrecci virtuosi, abili, quasi ipnotici, che convergono al centro della seggiola. Continue sedute di pomposi deretani - le forme dei nostri nonni erano più generose, una mediterraneità fatta di fianchi e curve che a me piace ancora! - nel corso degli anni passati la hanno un po' affossata, lassata, ma la seggiola è ancora comoda. L'ho voluta provare e, oltre al sedere sporco di polvere - il mio adeguatamente contenuto -, un sinistro scricchiolio e una sensazione di seduta molto bassa, ho vissuto un tuffo in quel passato di cotto e graniglia, spago, canto del fuoco, gottini di vino, "prendiamo una boccata di aria bona", quando magari la seggiola, che non di rado aveva anche un nome inciso con un coltellino, quasi fosse un possesso da non condividere con nessuno, veniva spostata fuori, sotto il pergolato, nell'aia. E trovava, questa seggiola, altre seggiole: altre anime stanche della giornata di fatica, a osservare il tempo, a contarsi i dolori, ad aspettare il buio prima di farsi alcova e nido di amori e parole.

16 febbraio 2016

Il pane sciocco.

La Toscana contadina ha una lunga storia legata alla coltivazione di grani autoctoni e macinati in mulini condivisi sparsi poi nel territorio. Ogni famiglia panificava le farine dei mulini in forni da pane, spesso costruiti in casa o altre volte beni comuni della collettività. Col pane ci si sfamava. E quanto è forte il simbolo della falce per la civiltà contadina? Il pane è forse l’alimento più intimamente connesso con l’uomo e la sua evoluzione. Ancora oggi si discute sulla scintilla, del passaggio evolutivo - cardinale quanto il linguaggio,  la ruota e la padronanza del fuoco - che portò l’uomo a scoprire la magia della lievitazione, quel processo fermentativo che porta un impasto di farina di un cereale e acqua a elevarsi, grazie al lavoro di lieviti e alla cottura, nella meraviglia di una forma croccante fuori, profumata e soffice dentro. Non è un caso che le prime coltivazioni del genere umano siano state il frumento e l’orzo fra l’Egitto e la Mesopotamia. Ogni civiltà antica ha infatti alla base della propria alimentazione pani e focacce, preparazioni semplici e povere ma molto buone e in grado di sfamare. Spesso il pane ha avuto anche un ruolo simbolico in ambito religioso: nella cultura cristiana il pane quotidiano è segno di provvidenza e amore divino e in uno dei miracoli di Gesù viene moltiplicato insieme ai pesci. Durante il rito dell’Eucarestia il pane è spezzato e poi condiviso e mangiato dagli apostoli a rappresentare il corpo di Cristo.
L’arte bianca ebbe poi un eccezionale impulso in età classica. L’antica Roma aveva intere città specializzate nella produzione di pane: Pompei vantava quasi 50 forni, mentre il porto di Ostia era rinomato per i granai, pronti ad accogliere i cereali dalle province dell’impero. Innumerevoli anche i mulini, che permettevano la macinatura del cereale, e i fornai che producevano giornalmente numerose tipologie di pane. Il termine farina deriva dal latino farrina che definiva il prodotto polverizzato della macinazione del farro, essenziale per fare il pane.
Il pane di oggi mangiato in Toscana affiora in queste radici ma ha assunto caratteri propri: oggi quando si sente parlare di pane sciocco si pensa immediatamente a Firenze e al suo delizioso pane senza sale. Il sale è sempre stato un elemento prezioso e fondamentale per conservare e insaporire. Per la sua distribuzione sono state costruite imponenti assi viarie come la Via Salaria e le paghe erano gruzzoli di sale: il salario. Addirittura durante il Medioevo Firenze ne venne privata per un dispetto dei pisani, che bloccarono al loro porto per un lungo periodo le navi di sale dando via alla proverbiale rivalità fra le due città. Quindi ci si industriò - soprattutto fra i ceti meno abbienti, grazie a genio creativo della civiltà contadina che dal poco ha sempre creato il tanto - a fare il pane con quel che si aveva: grano, acqua, lievito e poco, o punto, sale. “Tu proverai siccome sa di sale lo pane altrui” è un verso del Paradiso pronunciato da Cacciaguida a Dante in premonizione del suo futuro esilio dall’amata Firenze: “A breve, caro Dante, ti toccherà mangiare il pane salato, quello degli stranieri, non il delizioso pane senza sale con cui sei solito deliziarti a Firenze”. Questo il senso del verso a riprova di quanto buono e radicato fosse il pane sciocco a Firenze sin dal Medio Evo.
Infatti il nostro pane si presentava buonissimo anche senza sale e con una varietà cerealicola, di tecniche e di impasti ampia e sapientemente padroneggiata. La classica ruota di pane bianco toscano ha avuto la sua forte affermazione solo nel Secondo Dopoguerra, quando ha rappresentato una volontà da parte dei nostri nonni di portare a tavola un pane a loro vedere da “ricchi”, fatto con farina raffinata di grano frumento, che facesse loro dimenticare i pani integrali, parzialmente lievitati, che mangiavano per sfamarsi durante gli anni bui della guerra e dei razionamenti.


Falce e farina su una tavola di legno crudo e un tipico muro a pietra e mattoni. Foto (bellissima) di Sandra Pilacchi.

13 febbraio 2016

I primi fiori del susino.

La nave è salpata. Quasi non si vedono più i lidi lasciati e le prime inquietudini del mare aperto cominciano ad affiorare. È un periodo pieno e sono contento delle tante sfide in atto, ma certo si fa fatica. Al lavoro sono in dirittura di arrivo su un progetto editoriale che mi ha appassionato per oltre un anno, ma ormai ne sono esautorato: l'ultimo miglio è, come sempre, il più duro. Dopo un venerdì nervosissimo e una serata piacevole a quattro con amici fiorentini, stamani un risveglio prestissimo - ancora era buio - dopo una notte lisergica, a scrivere e revisionare i testi fatti. E, a metà mattinata, subito gli abiti da muratore e via alla casa a portare via intonaci (ormai ne abbiamo stoccati tanti): "Sei più credibile da intellettuale che da muratore" - ha chiosato la mia dolciastra metà, castrando subito gli entusiasmi con cui mi ero apprestato, come ogni volta, alla mia pomposa vestizione edile. Certo, non potrò andare avanti per troppi sabati così, senza respiro fra il lavoro vero e le fatiche della casa. Nel pomeriggio, però, una piacevole sorpresa: si sono presentati i miei amici storici e mi hanno aiutato, insieme al mio babbo, coi calcinacci. Badile, secchi, accumula - badile, secchi, accumula - badile, secchi, accumula e in poche ore siamo riusciti a ripulire la casa dalle demolizioni che i muratori avevano lasciato a terra nei giorni precedenti. Fuori, l'ennesima giornata di pioggia battente, un gattino bianco con una chiazza arancione sotto il collo a cui mi sono ormai affezionato (ma non ha gradito il biscotto offerto) e che, direi, vive in casa, e uno dei tanti alberelli dell'aia, il susino selvatico, coi primi fiori. Mi ha fatto piacere notarli: la primavera non è lontana.




Archi e travi riportati a vista dopo la demolizione degli intonaci.

10 febbraio 2016

Quando succhiavo le uova.


Io, bambino di città, passavo l’estate nella casa dei nonni, contadini in campagna. Erano tre mesi intensi e ricchi. Ogni giorno mi svegliavo di slancio, ben prima di quando dovevo alzarmi, a fatica, per andare a scuola. La colazione del nonno era a base di peperoni gialli e rossi tagliati a fette e ingentiliti dall’olio e un bicchiere di vino rosso, più spesso due, per darsi la carica. Poi ci salutava fino a mezzodì. Io, solo con la nonna, ogni mattino succhiavo un uovo ancora caldo delle galline mentre lei indugiava un po’ di più sul suo latte con orzo inzuppato fino all’orlo di pane vecchio per stare con me: in altre stagioni dell’anno avrebbe fatto tutto con più fretta e almeno un paio di ore prima ma le piaceva prendersi cura del nipote di città. Con la sua dignitosa vestaglia da giorno in panno arancione ogni mattino mi pizzicava le guance per rendermi più colorato, "sano", sorridendomi e avvicinandosi coi suoi spessi occhiali da miope che ingigantivano i suoi occhi limpidi: mi vedeva sempre “secco” e “bianchiccio”. Prima che uscissi, mi dava da masticare della menta per tenere la bocca fresca. Quando stavo male mi serviva una tazza di latte caldo addolcito di miele. Se mi vedeva giù, l’antidoto era l’amarissima pappa reale nel piccolo cucchiaio di argento con cui ero stato svezzato. Vivevo “selvatico” fra i campi, scorrazzando tutto il giorno all’aperto, giocando al fiume in mutande e sgranocchiando le carote dell’orto, ancora terrose, quando avevo fame. Si mangiava - soprattutto i nonni - con l'appetito della stanchezza del giorno, la riconoscenza di chi aveva sofferto la fame e il rispetto di chi dà grande valore alla fatica. A mezzogiorno un desinare sostanzioso ma veloce: c’è da riprendere subito i lavori nel campo per sfruttare al massimo le ore di luce. Di sera si cenava quasi sempre nell’aia, alle sette in punto, in grandi tavolate di legno con apparecchiature spartane e semplici dove si univano quasi sempre gli zii e i cugini - e i pasti, semplici e sostanziosi, erano allegri e abbondanti: mi ricordo l'enorme polenta affettata con dello spago e le mani tese di bocche affamate a rumoreggiare allegri la loro giusta e ampia porzione. Spesso le cene finivano coi canti: partiva uno zio – scalpellino in cava - che aveva la voce grossa quasi come la sua corporatura e poi tutti lo accompagnavamo in un crescendo corale che consonava nel ritornello. Per addormentarmi – anche se non ne avevo più bisogno, ero già grandicello – mia nonna, nella quiete dopo tanto chiasso, mi raccontava delle storie: seduto sopra le sue gambe ossute, perso nei suoi vispi affettuosi occhi azzurri, mi pare ancora di sentire le sue parole, che erano le parole di quel mondo antico che era il suo solo e le erano state a sua volta raccontate da bambina, al caldo del canto del camino o al fresco dell’aia. Io durante quei tre mesi mi sentivo un re, coccolato e riverito come un signore: per festeggiare la mia nascita fu piantato il più nobile degli alberi, un nocio, che ancora oggi svetta quasi quarantenne ai piedi dell’aia. Non posso asserire che quello fosse un mondo felice - fatica, miseria e sudore non erano spiccia retorica - ma in un certo qual senso tutto funzionava. 


Un gallo nero in fattoria. Un po' mi ci sentivo anch'io. 

6 febbraio 2016

Desinare

Oggi è stata una giornata davvero faticosa. Secchi e secchi di calcinacci portati via senza sosta, fra la polvere e l'umido. Sono arrivato al pranzo del mezzogiorno con una fame aggressiva, sana e borbottante già dalle 11.30. Come non ho mai quando lavoro in ufficio. In Toscana utilizziamo una parola desueta e un po’ nostalgica per il pranzo del giorno cucinato a casa, il “desinare”. Il desinare richiama infatti l’interruzione del digiuno, quando il mangiare non era per niente scontato, di pasti se ne facevano pochi e quello del giorno era quasi sempre il principale e il più sostanzioso anche perché doveva fornire le giuste energie per il lavoro del pomeriggio. Il desinare ha profondi legami con quel passato. E’ un pasto consumato molto presto, attorno a mezzogiorno. Non è quasi mai un pranzo leggero o di impronta moderna. E’ lento perché prevede il mettersi a tavola e gustare più portate, il rintuzzarsi il tovagliolo nel petto per non sporcarsi di sugo, la crosta del pane sciocco messo sulla tavola da spelluzziccare nei brevi intervalli fra un piatto e l’altro, un cicaleccio continuo e garrulo di chiacchere saporite e veraci. Ogni donna ha nella cucina di casa il suo regno assoluto e gli strumenti e i gesti con cui ossequiare questo rito di affetti semplice e profondo. Il mestolo di legno per girare il sugo, la padella a sfrigolare, gli “odori” per soffriggere, il battuto con la mezzaluna, l’asciughino per tenere le mani sempre pulite e asciutte, il coltello buono per affettare il pane, la stufa per tenere al caldo le vivande, la madia per contenere il pane, la caffettiera che non deve essere mai lavata sennò il caffè non viene buono. Si desina sempre in cucina, e quasi sempre mentre la mamma continua a cucinare, si siede un attimo e si riappropria dei fornelli in una disfida fra “prendine ancora” proferito incombente con spalle erette e un “basta non ne posso più” di risposta dal desinante sempre più accasciato e appesantito. Ancora non si è finito di sorseggiare il caffè, servito bollente, che già si sente lo sciacquio dei cocci a “rigovernare” nell'acquaio. 
I piatti proposti sono spesso decisi di gusto, elaborati e molto nutrienti. Si desina con gli avanzi, con piatti creati da quello che si ha ancora in frigo o che sta per deperire: “non si butta via niente, è peccato!”. Bucce di verdure, pastasciutte non finite, verdure un po’ andate sono spunti per preparazioni appetitose e nutrienti. Soprattutto, il desinare incarna un sistema di valori dominato dal ruolo della mamma, o della nonna, che si ingegna a nutrire la famiglia con gusti affettuosi e carezzevoli per abbondanza e sapori. “Cosa vuoi domani?”. “Non ne hai mangiato abbastanza - per caso non ti piace?”. “Prendine ancora, non ti piace?”. Certe domande di mia nonna, ricche di affetto e un po’ di ansia, le mie risposte quasi scocciate e un po’ annoiate, mi tornano ancora oggi a mente. Eppure mia nonna, come altre nonne, e mamme, mi educava e mi amava a suo modo: con gesti, premure e abbondanze. Grazie al cibo e al momento magico del desinare.  Ogni volta, nell’attimo faticoso prima di escludermi da quel piccolo mondo antico per andare a costruirmi la mia strada, mi ricordo la mia pignoleria nel non sbattere mai la porta di uscita: la accompagnavo con dolcezza per non far troppo rumore. Era il mio inconscio non volere tradire quello stretto nido saturo di profumi e sicurezze che ancora oggi mi metto addosso quando fuori fa davvero freddo e il ricordo del profumo di pane della madia di casa dei nonni scalda più di un avvolgente cappotto di lana.

Un classico dei miei desinari: la fettina di fegato. 
La foto è della blogger Sandra Pilacchi.

2 febbraio 2016

"Nella vecchia fattoria"

In ogni fattoria si trovava tutto il necessario per condurre una vita dignitosa. L'orto garantisce verdure di stagione tutto l'anno. Le galline razzolano nell'aia. I maiali sguazzano nel trogolo dentro la porcilaia. I conigli si agitano nelle loro gabbie. I vitelli ruminano nelle mangiatoie nelle stalle di casa. Si coltivano cereali e alberi da frutto. Si panifica il pane nel forno a legna con le farine macinate nel molino della comunità. Si beve acqua dal pozzo e il vino delle vigne attorno. Se vi sono olivi, si condisce e si conserva con l’olio d’oliva, stoccato negli orci in terracotta. Si zucchera con la zucca. Il sale è un bene prezioso e manca quasi sempre e si fanno essiccare le erbe aromatiche per insaporire i piatti. Per le occasioni speciali, le feste religiose, la nascita di un figlio maschio, ci si concede anche il lusso di mangiare un po’ di carne, non solo il “quinto quarto”, e degustare anche del dolcissimo Vin Santo, le cui uve sono state fatte appassire nel fienile dove si stocca il grano. Non manca neanche la cappelletta dove pregare o, al più, un piccolo tabernacolo votivo con una immagine sacra. Durante la bella stagione la vita si svolge quasi esclusivamente all’aperto. La giornata del resto è solo fatica nei campi. Quando è ancora caldo è l’aia il perno sociale: di giorno ci si ammassano i covoni di fieno per la battitura, il mangime per gli animali, i bambini giocano, le donne filano e fanno i "lavori", appoggiate su sedie in vimini. D’inverno la vita della famiglia si sposta dentro casa: riparazioni, attività manuali di vario genere, la manutenzione della casa, sono lasciate ai giorni di pioggia, o alla stagione fredda. A lavori conclusi, ci si stringe attorno al camino, col paiolo di rame sempre sul fuoco, abbrustolendo qualche castagna e raccontandosi la giornata.
E’ questo un mondo che si è plasmato dal Medioevo a partire dai primi insediamenti nelle cosiddette case-torre, strutture in pietra turrite e altamente fortificate e si è affermato poi durante il Settecento e l'Ottocento, quando alle case-torre si sono poi affiancate le fattorie leopoldine, pensate dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo dei Lorena. In concomitanza coi primi insediamenti le famiglie contadine sono state organizzate attraverso il cosiddetto sistema mezzadrile: la mezzadria era un contratto di lavoro in virtù del quale un proprietario terriero affidava in gestione le sue terre a un mezzadro, dividendo il raccolto. A sua volta il mezzadro organizza le terre avute in concessione a famiglie, punteggiando così la campagna di piccole comunità contadine.
La fine a metà Novecento del sistema mezzadrile ha piegato la compattezza della civiltà contadina ma non la ha del tutto spezzata. Certe arguzie, gli occhi vispi, l’arte dell’arrangiarsi e del non buttare via niente, il significato di famiglia, il desinare e la cena presto con mangiari sostanziosi e di gran gusto, un amaro e ironico disincanto, il bello necessario, accogliente ed essenziale delle case di campagna, l’invenzione di parole che sono oggi parte della lingua italiana, sono alcuni fra gli infiniti lasciti della civiltà contadina e della vita dei campi che sono parte vivace e inconfondibile e assorbita del nostro modo di essere. 

Un sistema fattoria ancora ben vivo: marzo 1983. Fotografia di Antonio Barletti.

30 gennaio 2016

Cincinnato

La gestione dei lavori in "economia" prevede in questa fase iniziale un solo giorno di lavoro settimanale: il sabato. Un giorno atipico ma che permette anche a me di rendermi utile contribuendo come uomo di fatica: porto via i secchi di intonaci e i calcinacci, mi metto a disposizione per piccoli compiti, provvedo all'acqua, accumulo lo sporco per lo smaltimento, accumulo le pietre delle aree cedute, raspo l'aia... Mi piace trascorrere del tempo sul cantiere: sono fatiche positive, una catarsi dagli stress del mio vero lavoro settimanale. I miei pasti il sabato sono voraci e pantagruelici ("butta 6 chili di pasta", recitava un mio messaggio preprandiale il primo sabato), il mio sonno giusto, ininterrotto e profondo. Chi era quel console romano che ritrovava se stesso coltivando il proprio orto? Ecco, precisamente, quello del titolo di questo post. Oggi ci siamo dedicati a demolire gli intonaci del modulo al piano terra, affacciato sull'aia con un'ampia finestrona (ex porta ma tornerà a esserlo), che nel passato era utilizzato da stalla e più recentemente da cucina. Dei quattro blocchi che compongono la casa, questo é forse il più recente. La nostra idea di restauro prevede il mantenimento della cucina, ripristinando la porta di dialogo con l'esterno. Il soffitto a travi in legno era stato puntellato con delle longarine (barre in ferro), che si sono affiancate in parallelo alle travi, in un intervento che abbiamo attestato recente, compiuto a metà Novecento circa. Il restauro consoliderà e cristallizzerà questo soffitto povero che denota due stili e due periodi, uniformando in un bianco atemporale sia le travi che le barre di ferro. Questa era una delle stanze per cui mi ero innamorato della casa durante i pochi sopralluoghi che hanno proceduto la lunga ed estenuante trattativa di acquisto: la cucina dove preparare i cibi e, varcata la porta finestra, un tavolo in legno crudo, una bottiglia di Chianti e un ghiotto e chiassoso pasto fra amici all'ombra del pergolato. 

Il sugo in preparazione per il 6 chili di paste del mio affamatissimo desinare post-lavorativo. 
Foto di Sandra Pilacchi.


23 gennaio 2016

Il futuro alla corte del passato.

Quando circa un anno fa ho iniziato a muovermi sul territorio a fiutare ruderi, ho istintivamente cercato un ambiente che potesse restituirmi le sensazioni di quel piccolo mondo antico che é stata la casa di campagna dei nonni. Non mi sono approcciato alla recherche con l'idea un po' finta della casa di campagna tratteggiata in certe riviste. Non cercavo un oggetto già rimesso, a la page e pronto all'uso. C'è in certe idee dell'abitare contadino toscano un bello spontaneo, quasi non voluto, asimmetrico nelle forme e necessario nei contenuti. Un bello accogliente, nutritivo ed essenziale. E quando rifletto oggi su come rapportarmi al restauro di una casa contadina, con la torre vecchia di oltre 800 anni, mi dico quindi che vorrei evitare certe nostalgiche e pedisseque riproposizioni museali, che alla fine risulterebbero finte, e concentrarmi alla ricerca di quel bello. Una ricerca quindi che si esplicita con una rilettura rispettosa, certo, ma di gusto contemporaneo e che sappia introdurre il nuovo, il moderno e il sincretico in quel milieu storicizzato da generazioni ma, a dispetto di tante analisi, aperto e mai involuto. Io mi ricordo che non appena un barlume di civilizzazione arrivava - la TV, la lavatrice - questo, compatibilmente con l'aspetto economico, veniva accolto con soddisfazione. E che ci si vergognava degli stessi elementi architettonici esaltati in certe ristrutturazioni radical chic. Quindi, ci saranno citazioni, la mia casa parlerà senz'altro la C aspirata e odorerà di pane nero, ma non saprà solo di algida restituzione accademica. Cercherà di essere attuale, mia, preservando quel daemon di casuale e necessario bello architettonico e abitativo (le pareti sghembe di pietra e ogni tanto un mattone, il camino col paiolo, i soffitti a volte o con le travi a vista, le camere sopra le stalle per sfruttare il calore) che da secoli queste case emanano: un bello accogliente, nutritivo, essenziale. 


Il bello di questa architettura è nella sua necessaria casualità e nell'utilizzo di fascinoso materiale povero.


17 gennaio 2016

Si spoglia!

Ed eccoci ufficialmente ai primi lavori: sabato 16 gennaio abbiamo infatti iniziato la demolizione degli intonaci! Mi sono preparato con una ineccepibile vestizione da eroe classico: tre maglioni (il più esterno comprato a un banchino del mercato di San Lorenzo a Firenze in una forca del gennaio 1994), uno sopra l'altro per proteggermi dalla prima vera giornata fredda di questo umido 2016 e a garantirmi l'apparenza di pettorali squadrati e potenti; pantaloni di velluto ormai lisi; vetusti scarponcini da neve in vece di una scarpa tecnica anti-infortuni; cappello rosso e guanti da muratore che la più grande delle bambine mi aveva personalmente scelto in mesticheria. Sembravo davvero uno bravo, un muratore esperto e motivato. E' stata una giornata faticosa ma bellissima, anche se la sera mi sono trovato con un pruriginoso eritema sulla pelle causato dalla lana, i piedi sbucciati e, quando mi soffiavo il naso, il moccico conteneva la polvere nerastra respirata nel giorno. A suo modo, un'esperienza panistica! Durante i "lavori" (le virgolette sono a rispetto degli altri 3 muratori veri)  mi sono più volte perso a supporre storie passate e a sognare future suggestioni abitative, mancando inevitabilmente di ritmo e concentrazione. Abbiamo iniziato le smurature partendo dal punto più alto della casa, il terzo piano della casa torre, che é il nucleo più antico e risalente al Medioevo. La spoliazione di questa stanza apicale ha fatto emergere uno splendido soffitto a doppia falda con travi a vista, che era stato "nascosto" e protetto, le cui condizioni, come tutti i soffitti dei vari moduli che compongono la casa, sono purtroppo tutte da "verificare".  Togliendo i vecchi intonaci attorno all'unica finestra è emerso anche un suggestivo arco di profondità, che sarà un piacere recuperare e tenere a vista. Scendendo giù dalla scala di cipresso, una botola oggi murata di mattoni garantiva un passaggio nel sottotetto. Alcune pietre e mattoni emerse dalla secolare calce sono apparse cauterizzate, in una zona ben lontana dal passaggio della canna fumaria e comunque troppo bruciate per dare la colpa al camino: probabilmente un qualche incendio passato, che mi ha fatto fantasticare di guerre e saccheggi, viste le origini militari della casa-torre, o forse un più banale incendio domestico causato da qualche bizzosa favilla del grande camino al piano terra, dove si trovava l'antica cucina. La scoperta più suggestiva è stata la presenza di una antica feritoia imbutita, architravata con legni ancora integri di quasi 1000 anni, quasi certamente una apertura funzionale a difendersi. Tante scoperte: un bel propellente mentale per le tante cose che dovremo fare!

La feritoia imbutata. Presidio o semplice finestrella? 
I legni dell'architrave sono quasi millenari!

14 gennaio 2016

"E ora?" - Si tira lo sciacquone!

Bisarno è stato abitato fino a pochi attimi prima del rogito. La vecchia mobilia è stata traslocata gradualmente dai precedenti inquilini, a rogito fatto. I giorni successivi l’acquisto, nei nostri primi sopralluoghi da proprietari, ci siamo mossi con cautela e circospezione, come se stessimo profanando qualcosa ancora non del tutto posseduto e solo in parte liberato. L’inverno umido e piovoso di questi giorni ha reso le visite quasi spettrali: la nebbia bassa che risale dal fiume, le stanze buie per le poche finestre, la fanghiglia tutt’attorno, gli ingressi pericolanti, il fienile che sembra un volto che ci urla contro.

Lo spleen di una giornata uggiosa. La casa, di spalle, pare sopita nascosta dalla nebbia.

"E ora?" è l'interrogativo di fronte a un'opera che mi appare titanica. Certo, si fosse ricchi un'impresa edile, un architetto a la page e in un anno, anche meno, avrei le chiavi della casa restaurata. Ma si fosse ricchi, e tanto non lo siamo, si perderebbero queste sensazioni che miscelano sì paura e incertezza ma anche voglia, eccitazione, sfida, carica. Meglio così. In fondo - mi convinco - il concetto dell'"homo faber sui" mi ha sempre affascinato: mi piacciono i Barry Lindon, i Batistuta e gli Ulisse. E quindi, in attesa dei lavori, il mio dubitando "E ora?" è stato sciolto nel costruire la "compagnia picciola" con cui fare il viaggio. E di quest sono molto contento: un geometra sveglio che sappia guidarci fra le maglie kafkiane della burocrazia e ferrato su tanti scibili, non ultimo architetture e restauri di antichi edifici, un artigiano capace di rispettare e di restituire a nuova vita le storiche murature, un architetto-arredatore talentuoso e ricco di idee sostenibili e in costante dialogo fra lo ieri, l'oggi e il domani di una casa di campagna, con cui avevamo già realizzato lo splendido recupero della mia casa attuale e che ho ricercato e ritrovato con grande piacere diversi anni dopo. Poi ci sono i babbi: affettuosi, curiosi, prudenti, utili, presenti che forniranno stimoli, spunti, consigli e, soprattutto, graditissima manovalanza d'autore sul cantiere (smurare, portare la colazione, riparare la carriola, tagliare qualche albero secco...). Il primo parto di cotanta combriccola è stato chiamare l'autospurgo e svuotare il pozzo nero. C'era un gran puzzo nella latrina e bisognava intervenire. Insomma, una catartica tirata di sciacquone a spazzar via gli "e ora?" e le paure. Adesso, anche l'aspetto del vecchio fienile appare meno sinistro! 


Il fienile che si affaccia sull'aia.


11 gennaio 2016

15 maggio 2017

La nascita della nostra seconda bambina ("eh sì, serve più spazio") mi ha dato la scusa per provare un "folle volo" che  da anni stavo tramando e che mi avrebbe permesso di incarnare le mie passioni più latenti - la storia, l'architettura, il design, l'amore per le mie radici - oltre a scrollarmi di dosso una certa tendenza al bovarismo. E così, l'ultimo giorno del 2015, dopo un semestre di corteggiamento e una cocciuta trattativa soprattutto contro la prudente saggezza di alcuni accaniti recessi del mio io (e di chi mi sta più vicino), ho firmato l'atto notarile che ha sancito l'acquisizione della fattoria Bisarno, nel fondovalle della campagna toscana. Bisarno é una casa torre di origine medievale a crescita continua su cui ci sono innestati altri tre moduli che fino a qualche decennio fa ha rappresentato la dimora dignitosa e autosufficiente di una o più famiglie contadine. Il termine bisarno o visarno indica una biforcazione dell'Arno dove venivano costruite le gualchiere, edifici idraulici della battitura della lana. La mia casa pare fosse originariamente un edificio fortilizio del XIII secolo a difesa di una operosa gualchiera sottostante, di proprietà vescovile, riconfigurata poi in colonica durante la mezzadria, un sistema di organizzazione sociale ed economico che per quasi settecento anni ha connotato la vita di campagna e che anche la mia famiglia - i miei nonni da giovani - hanno esperito sulla propria pelle contadina. Le condizioni di Bisarno oggi sono malandate - a dir poco! - ma anche la più incerta fra le pericolanti travi a vista dei soffitti, il camino fatiscente con la nicchia del forno a legna, il cotto vecchio di secoli nei pavimenti, i gibbosi muri a pietra di galestro e mattone, la ripida scala in pietra e poi in legno che sale la torre, l'aia a lastroni mangiata dalle erbacce, mi hanno fin dal primo giorno sedotto e ammaliato come le sirene di Ulisse, tanto per rimanere nell'eccitante storia dantesca del folle volo. Magari con un finale meno triste ma la medesima "canoscenza" acquisita! Il sogno è di restituire Bisarno a nuova vita entro il 15 maggio 2017, giorno in cui compirò 40 anni. 
Questo blog racconterà quindi i progressi che ci porteranno a realizzare (bene speremus) questo progetto. Soprattutto questo blog sarà anche un sussidiario delle tante storie personali e universali che hanno tratteggiato e definito nei secoli la vita della campagna toscana e la mia (seppur con un percorso più breve!): una storia principale - il restauro - e tanti piccoli spunti bucolici, ragionati e sentimentali.

Una recente foto del complesso.