24 luglio 2016

Rifondazione comunista a due mesi dalla Lasik.

Che ho fatto durante questo fine settimana? Ho festeggiato le Mignoliadi, una tre giorni di compleanno della mia secondogenita, coccolata da amici e parenti in pantagrueliche libagioni e portato a termine, agens et observans al contempo, la rifondazione dei solai del piano terra della stanza che costituirà il nuovo ingresso, il bagno ospiti e la lavanderia e della stanza camino: con un gioco di parole fra quello che stavo facendo e l'approccio con cui lo abbiamo fatto, questo micro-progetto di lavoro é stato definito "rifondazione comunista".

Alla fine ce l'abbiamo fatta!
Intanto, luglio sta volgendo al termine e la prima settimana di agosto sarò in vacanza in nord Europa, ma finalmente i lavori al Bisarno hanno preso un bel ritmo e le soddisfazioni, per quanto sudate - carriola dopo carriola dopo carriola di terriccio portato via - non stanno mancando. Fra qualche giorno saranno anche due mesi dalla mia "vista nuova". Mi sto abituando a un nuovo modo di vedere: da lontano, in condizioni di buona luce - né troppo abbagliante né troppo ombrosa - mi pare di aver attivato l'alta definizione; al buio la vista invece si fa precaria, gli effetti della luce artificiale fastidiosi, e anche le le ombre non mi restituiscono una visione nitidissima; da vicino, infine, faccio fatica a leggere le parole più piccole, come se ci fossero i prodromi di una imminente presbiopia. Ultimo e collaterale, l'occhio sinistro mi pizzica sempre tantissimo. Mi sono anche imbattuto in letture particolari, in cui si predicano i miracoli della ginnastica visiva: qualcosa ho tentato, ma temo il mio istintivo scetticismo mi freni, e se non ci credi profondamente a queste cose l'efficacia é molto ridotta. Sono soddisfatto, lo rifarei? Direi di sì, senza tracimanti entusiasmi perché i fastidi sopra elencati non mi piacciono per niente ma tutto sommato i pro vincono sui contro. L'intervento infine pare abbia avuto anche una gradita funzionalità estetica, rendendo i miei occhi più fermi nello sguardo e sgranandoli un po' di più. Ne sono molto contento! In questo selfie a razzolare al Bisarno una delle mie prime foto senza occhiali. 


Eccomi qua!

22 luglio 2016

La Toscana di Ruffino, il video della presentazione e le nuove tappe.

Post atipico, che interrompe per un attimo i pensieri grevi e onerosi di lavoro e restauro e ci riproietta alla presentazione del libro al Mercato Centrale, svoltasi a fine maggio scorso e qui riportata in un video integrale grazie al grande lavoro degli amici di Tele Iride.
L'indomani mi sarei fatto il lasik agli occhi e il libro avrebbe poi vissuto altri suggestivi momenti di presentazione. Intanto, per chi avesse voglia di rivedere quel momento, per chi non ci fosse stato, ecco qua:










19 luglio 2016

Il soffitto della stanza del camino.

L'obiettivo era ambizioso: i correnti del soffitto della stanza del camino erano rovinati, le pianelle sotto cui erano ancorati sostituite di recente con tabelle moderne, brutte a vedersi e dipinte di nero con uno sgraziato tocco dark. Le grandi travi di un rosso arterioso.


Come era prima...

La soluzione di restauro "classica" avrebbe imposto l'acquisto di nuovi correnti (con inevitabile effetto Ikea, malgrado la piallature industriali volte a scimmiottare un effetto "fiume", levigato dal tempo...), un costo senz'altro ma anche un tradire, a mio avviso, la volontà di perpetrare certe forme dell'architettura contadina. In fondo, da varie demolizioni erano avanzati dei correnti di cipresso, altri giacevano accatastati vicino al fienile, da precedenti demolizioni.
Ci siamo quindi organizzati questo fine settimana per dare ai muratori 33 correnti recuperati! Una faticaccia ma anche un divertimento e una grande soddisfazione! Qualche settimana prima avevamo sabbiato le travi, cercando con difficoltà di eliminare la vernice rossa. I correnti storici sono stati prima spazzolati per ritrovare l'anima del tronco, poi piallati per aumentarne le sinuosità e il senso di vissuto, poi tagliati alle dimensioni necessari per stare appoggiati sulle due grandi travi di sostegno - che dopo la sabbiatura hanno ritrovato la loro magniloquente austerità tarlata - e infine trattati con una vernice speciale.

Piallatore in azione!




Lo scrivente in azione: sega in mano e avanti tutta!

Lunedì mattina i muratori hanno trovato tutti i correnti pronti per essere montati: 

I correnti rifatti!

Nel mentre, abbiamo comprato (qui purtroppo non avevamo alternative più economiche) delle pianelle in cotto storico che hanno concluso la trama del soffitto a travi e correnti. Ancora mancano delle rifiniture (il rosso deve essere ancora mandato via meglio, i legni trattati), ma il risultato, converrete, non è niente male!

Come è adesso (manca ancora qualcosina...)

15 luglio 2016

Io e Sherazade.





Tutto é cominciato una volta, fra le pagine mangiucchiate di una vecchia edizione de "Le mille e una notte". Poi é proseguito con uno strano piatto che deliziava le mie vacanze siciliane da ragazzino: il cous cous di pesce a San Vito Lo Capo. C'é stato un periodo, ancora non del tutto concluso, in cui viaggiavo. Non erano vacanze, malgrado ne avessero i connotati di limitatezza, ma esperienze vissute con occhi sgranati ed estasiati verso mondi lontani e diversi che in parte avevo studiato a scuola, all'università e in parte riecheggiavano nelle parole musicate di uno dei miei maestri, Franco Battiato. La prima volta con la civiltà araba fu in Europa. Un viaggio in Andalusia mi sedusse per i colori delle architetture moresche. L'Alambra, la Mezqita, l'Alcazar: mi piaceva l'idea di danze di luce costruite fra i colori e i riflessi per venerare il proprio dio. Anno dopo anno ho visitato la Turchia, la Siria, il Libano e la Giordania. Brevi privilegiate tappe da cosmonauta occasionale, con soldi e Imodium in tasca e succo di tamarindo a dissetarmi. A Maulula, piccola enclave cristiana abbarbicata sopra la Damasco di Assad e del meraviglioso porticato della Grande Moschea, ho avuto il privilegio di sentire parlare in aramaico. Con l'arrivo rosa del tramonto, ad Aleppo, la città più antica del mondo, la fine del Ramadan era festeggiata da sciami di persone fra il festoso e il nevrotico che si inebriavano di succo d'uva e i ristoranti all'aperto - fra candele a terra, luci soffuse, arredi in cedro intarsiato e profumi di tabacco e albicocche - davano vita a spettacolari banchetti di frutta, pesce, carne e verdura. Aleppo: la sua cittadella e il suo suk di spezie. Un anziano signore ci inseguì per darci il resto di quanto avanzavamo dopo esserci riempiti di curcuma, zafferano, datteri, pistacchi e pepe nero. Una miseria avanzavamo e avevamo inteso lasciarla a quel signore che non voleva invece niente in più del dovuto. La sera mi deliziavo di kebap d'agnello con le amarene, il piatto tipico: una squisitezza. Le acque del vicino Eufrate sono balneabili e i pesci appena pescati (non da noi ma da abili pescatori con le reti) gustosi da attrarre - l'odore della grigliata - vespe ipertrofiche che per cacciarle via ci siamo ingegnati tecniche primitive quanto efficaci: a cartonate, scagliate via come pirulini. E poi Palmira, la regina del deserto, fra il nulla e le palme, antica città romana che si fa arancio al tramonto. Nella Bekaa Valley i vigneti alternavano piantine di cannabis e i carrarmati, per noi che discendevamo dalla Siria verso quel fazzoletto di bosco e contraddizioni strozzato sul mare e grondante vitalità che é il Libano, ci seguivano col loro naso da pinocchio sempre mirato contro. A Balbeek, dove millenni fa si cercava l'estasi con orge lussuriose, una carezza alla dea della fertilità di lì a pochi mesi avrebbe reso tutte le ragazze della compagnia in lieta attesa. Ci eravamo sentiti chic e un po' seventies fra la corniche di Beirut e il lungomare di Byblos prima di discendere verso la Giordania attraverso la spettacolare strada dei re, fra i capolavori musivi di Madiba fino al deserto rosso fuoco del Wadi Rum e Petra. Petra: semplicemente la cosa più bella mai vista. Ci siamo persino risvegliati il giorno dopo alle 4 e mezzo del mattino, per rivederla da soli, all'alba. Non si può spiegare Petra. Stanchi di tante emozioni il giorno successivo ci eravamo coccolati nel Mar Morto, galleggiando nelle acque salatissime e leggere, anneriti dai fanghi termali delle sue sponde. Fra la Siria e la Turchia abbiamo visitato le città morte della Mesopotamia, insediamenti evoluti afferenti alla polis di Antiochia. Dovevamo stare attenti ai cani randagi e al caldo impetuoso. Poi la Turchia. La regione dei laghi dove abbiamo conosciuto un popolo nomade sceso a valle per barattare i suoi formaggi per un po' di frutta e verdura. La Cappadocia coi suoi "camini" color cipria e l'uva passa. L'ascesa alla montagna di cotone, Pamukkale, sormontata da una città romana perfettamente preservata. Ogni giorno ci nutrivamo di una pita, quella che noi chiamiamo pizza: a forma di ogiva, la mia preferita era col ragù di agnello e i peperoni verdi tagliati a cubetti. Poi Istanbul, Costantinopoli, Bisanzio, una e trina, tre imperi, tre religioni, lo yogurt di Galatasaray, Europa e Asia e un caffè al Pierre Loti a godersi l'infinitezza della città. Nei bagni turchi ho imparato a rilassarmi e a godermi il caldo umido, il muscolo che si scioglie, la conversazione lenta. Una sera ci siamo protratti troppo e usciti avevamo la febbre. I canti dei muezzim al mattino ci svegliavano sempre, ipnotizzati da quel canto litanico proveniente dai minareti della città. Attraversavo venendo da Sultanhammet a piedi il ponte di Galata con il panino di pesce in mano verso Taksim dove tentavo, con mosse sgangherate e scimmiottando gli ipnotismi dei dervisci turner di Konia, con mosse tersicoree, fortune precarie con ragazze dal colore olivastro e occhi di gatto in discoteche immense che si riflettevano sul Bosforo. Viaggio, e forse in fondo ora ancora più di prima: con la testa, coi ricordi e guardando queste fotografie. Quel mondo esotico e ammaliante che avevo vagheggiato da bambino, intuito in un cous cous a quattordici anni e, seppur in confinata misera parte, esperito fino alle soglie della paternità, oggi é lontano. Ci appare nemico - l'Isis, i talebani, gli stati canaglia, gli attentatori - e forse lo é davvero anche se faccio fatica a crederlo: del resto a un amore antico e perduto il ricordo perdona anche i dolori inflitti. Penso a Sherazade e alle sue storie. Sfoglio con nostalgia la mia "Le mille e una notte" salvata dalla casa dei nonni e ingiallita come carta da fritto mentre la televisione scorre le immagini di Nizza e la presa turca da parte dei militari. Apro una bottiglia di vino, penso che la mia passione per il vino mi abbia permesso di godere anche degli odori di quelle terre: bevo Syrah, Siria, le spezie, é vellutato, una via della seta che lentamente mi accompagna sinuosa alla fine di questa sera.




Non lontano dall'Iraq, un bel bar..

Bambine ad Aleppo.




Le bellissime e pescose acque dell'Eufrate.

Soffitti, quante storie...

Una strana e fresca giornata ventosa e con irose sferzate di pioggia sta concludendo la settimana.
E' stata una settimana piena di piccoli grandi progressi nel restauro della Sagrada Familia. Non sono mancate le problematiche, i costi addizionali, ma tutto sommato si è dato, si sta dando, un concreto seguito alle intenzioni di un "luglio matto e disperatissimo" che mi auguravo a inizio mese.
Intanto, sono state completate le falde del tetto del modulo torre e del modulo che guarda a nord e i ponteggisti hanno iniziato a smontare per rimontare negli altri due moduli. Le facciate apicali, a ridosso dei tetti, sono concluse: dopo un primo tentativo di finitura con la sabbiatrice, abbiamo dovuto optare per una pulizia meno invasiva con l'idropulitrice: sono venute uno spettacolo! Adesso manca soltanto una mano di protettivo, di impregnante, per renderle idrorepellenti. Ma ci sono anche delle novità nell'interno, dove abbiamo rimesso il solaio della futura cucina, che era il più malmesso. Ogni solaio ha la sua storia. Ci sono delle travi a sostenere una intelaiatura di correnti, travi più piccole di 8 o 10 cm che corrono in perpendicolare. la maglia è poi riempita storicamente da pianelle in cotto di varie dimensioni. Soluzioni meno affascianti prevedono delle tabelle. In altre case, ho visto anche dei listoni di legno: legno su legno su legno, non mi convince. In una stanza abbiamo le voltine, una stanza che era inizialmente concepita come stalla. Quando non siamo riusciti a preservare, abbiamo acquistato correnti levigati, erosi, vissuti e abbiamo optato per del cotto storico. Le soluzioni mostrate qui sotto sono ancora parziali: alcuni correnti dovranno essere piallati, alcuni verniciati in bianco, ma è innegabile il fascino emanato da queste architetture povere.




 

6 luglio 2016

Telefonami fra vent'anni: il blog e i suoi capitoli.

Ieri era il compleanno di Matilde, la bambina più grande, deliziata ed entusiasta di ogni ricorrenza, capace di esaltarsi per epifaniche intuizioni quali "Lo sai sono nata nello stesso giorno del mio compleanno?". 
Matilde è stata capace di far vivere, anche a me burbero e scontroso, uno splendido compleanno, a metà maggio. Quindi ultimamente grazie a lei ho questa nuova attitudine a far caso alle ricorrenze: e come il restauro di Bisarno ha da poco compiuto mezzo anno, così anche questo piccolo esercizio di stile, questo abbecedario della vita di campagna, il blog insomma, ha compiuto 6 mesi e, lo confesso, stanno arrivando le prime inattese soddisfazioni. 
Alcuni post hanno superato le  mille visualizzazioni e, seppur siano ancora numeri piccolissimi, spiccioli, inezie nel mare magno e sperduto del web dei guru e degli influencer che lo padroneggiano con fiero cipiglio, fa effetto vedere la crescita rispetto alle prime settimane quando verificavo non più di 20 visualizzazioni per post (parenti e poco più, peraltro) quando andava bene.
In fondo, lo scopo de "Il Bisarno oltre la Sieve" non è stato mai attrarre con argomenti facili, ma annotare, sulla spina dorsale del diario di bordo delle vicissitudini del restauro della nostra futura casa di campagna, le storie personali e universali che le stanno attorno.
Le etichette, che sono le aggregazioni tematiche, con cui ho indicizzato il blog si dividono in due macrocosmi, l'io e la casa di campagna. "Bisarno e il suo restauro" è invece l'etichetta madre che narra tutto il percorso tortuoso del restauro.
Per quanto riguarda l'io, Francesco, ci sono due etichette a vezzeggiarlo: "Le riflessioni extra-vaganti di un comunicatore" racchiude il mio es che si occupa di comunicazione e si è formato da letterato e si apre a commenti di libri, film, canzoni, storie e pensieri sparsi. "Ulissimo" coccola le mie inquietudini e la mia passione per i viaggi. 
Tutte le altre etichette definiscono il secondo macrocosmo, il sistema casa di campagna con le sue forme, i sapori e i colori.
"Le architetture di campagna" si concentra sulle strutture abitative della campagna (le murature in pietra e mattoni, le case torre, i fienili etc.). 
"Il genio toscano" racchiude storie contadine di guizzo, talento, arguzia e intuito, il genio toscano appunto, elevato da un colorato e saporitissimo dialetto (l'etichetta "Il vocabolario fiorentino" parla proprie delle espressioni più icastiche, maledette e colorate del toscano). Infine, una delle etichette più apprezzate, "Il vino e i mangiari", mi permette di parlare di cibo, gusto e, above all, di vino, che è la materia del mio io comunicatore e al contempo una delle mie grandi passioni. Questa etichetta diverrà sempre più preponderante fra le storie de "Il Bisarno oltre la Sieve". 
Il tono per tutte le etichette è sempre quello del gioco, degli affetti, dell'ironia, del non prendersi troppo sul serio e sul dissacrare tutto e tutti, a partire dalle mie turbe. 
Colonna sonora di questo post? Il capolavoro di Lucio Dalla, uno dei capolavori di Lucio Dalla, "Telefonami fra vent'anni", a quasi 5 anni dal decesso, visto che i post mi piace che siano aperti e circolari al contempo: non certo un compleanno questo, ma un appuntamento da non dimenticare.
Ma tanto non si muore mai se si riesce a lasciare in vita parole come queste. Buon ascolto e grazie!






3 luglio 2016

Un luglio "matto e disperatissimo".

Ne "La meglio gioventù", film di Marco Giordana secondo solo a "Novecento" di Bertolucci nell'affrescare la storia contemporanea del bel paese, c'é una scena, alla fine, che a suo tempo mi colpì molto: uno dei protagonisti, il banchiere alla Banca di Italia, si innamora di un rudere nella campagna toscana e ne affida il restauro all'amico di una vita, operaio, con cui, da studente, l'altro già in fabbrica, aveva condiviso le lotte sessantottine. E' una scena molto forte che più volte mi é tornata a mente in questi primi sei mesi di restauro di Bisarno. Mi immedesimo in entrambi i caratteri, pur sentendomi più vicino all'operaio che sente il carico, la responsabilità di una direzione lavori complessa, costosa e impegnativa e che, tuttavia, ripudia con sdegno soluzioni di restauro poco rispettose, come i proverbiali infissi in linoleum, segno del pessimo gusto imperante: "No, in linoleum no" é proprio il titolo con cui é indicizzata la scena. Però mi ritrovo anche nel coraggio e nella temerarietà con cui il banchiere tenta il recupero di un rudere abbandonato in mezzo al bel niente, malgrado abbia avuto introiti ben differenti dai miei per sostanziare il suo sogno (quindi una sfida meno complessa della nostra). E cerco di ancorarmi alla passione di entrambi perché ogni giorno Bisarno pone delle situazione vischiose e tortuose e l'approccio mentale con cui le affrontiamo é davvero determinante. 

Sei mesi dicevo. Un mio amico mi chiedeva in che percentuale il restauro fosse compiuto. Se la dovessi computare, questa percentuale, finirei per restarci male.
Deinde, eludo: "Non so dirti, comunque il camino è venuto davvero bene, le ciliegie deliziose, la gatta ha figliato e le bambine godranno delle camere più suggestive del podere, dove abbiamo riesumato anche antiche feritoie medievali...".
"Quindi? A che punto siete?":  A che punto siamo? Siamo in una fase obiettivamente stagnante e pastosa in cui dobbiamo per forza accelerare: al gruppo su Whatsapp di Bisarno ho parlato della necessità di un luglio "matto e disperatissimo", come diceva Leopardi per i suoi studi: da domani a fine mese vorrei poter dare una percentuale più alta di quante ve ne siano che la Fiorentina vinca lo scudetto la prossima stagione, per quanto elevate dalle scorribande di Kats sulla fascia. Finire il tetto e anche un po' di facciate entro il 31. Intanto, in queste ultime settimane ho osservato come si ripristina una antica muratura a faccia vista: una delle fasi più affascinanti è la rimozione, delicata, delle precedenti murature di giunzione. É un lavoro che chiede tempo, protegge le vecchie pietre, riscopre vecchi fori pontai, fa affiorare zone malmesse e scopre nidi di ogni creatura pensabile e impensabile. Infine un idro-lavaggio a ripulire le polveri e detriti rimossi prima della pars construens, che potrà essere più o meno ricostruttiva (the less, the better: più si mantiene meglio è): eventuale sostituzione di pietre e mattoni, poi muratura profonda delle giunzioni, infine stuccatura di superficie (per trovare il tono e il colore che mi piacesse è stata un'impresa, come ho scritto qui), che non sia troppo emergente, non a filo pietra ma rimanga incassata, per lasciare dominanza alla pietra e per evitare l'effetto ragnatela che spesso affiora da stuccature troppo marcate in edifici in pietra.




Qui siamo quasi alla fine del restauro a faccia vista: dopo la stuccatura,  un idropulitura riporterà a vita pietra e mattoni.
Ci vuole moltissimo tempo e bravura, sensibilità per quello che si fa, ma ogni porzione restaurata è in fine un capolavoro che esprime e rispetta il lavoro storico, i colori lapidei e del suolo, riproposto nelle stuccature, e il sapere artigianale di chi, secoli fa, murò le prime pietre e che a lavoro ultimato rivivono nella stessa concezione architettonica che ebbero persone che ci hanno preceduto di quasi 800 anni.

1 luglio 2016

Il pranzo della domenica.

Ricordo ancora i rumorosi pranzi domenicali dalla nonna. La casa era piccola eppure la sala da pranzo, utilizzata solo una volta la settimana e tenuta sempre chiusa, pulita e in ombra, la domenica assumeva un che di sacro che la ingigantiva.
Malgrado non vivessimo distanti, quella era l’occasione per stare insieme e ossequiare attraverso il cibo un valore condiviso da ogni membro, seppur ognuno a modo proprio: la famiglia. Ciò che ancora oggi mi ritorna in mente sono i profumi vividi di quel giorno, di quel rito chiassoso e spensierato che pure aveva le sue regole e un pizzico di formalità.
Quegli odori ogni tanto riappaiono, sono subito quelli: aprendo un cassetto di una vecchia casa, in un colorato mercato di un paese remoto durante un viaggio, addosso a persone sconosciute che subito noti fra tante, è come se tornassi immediatamente alle domeniche di una volta, a quei pranzi ormai lontani.
La tovaglia, quella buona, apparecchiata fin dal mattino. Il sugo a sfrigolare nelle pentole, preparato fin dalla prime ore del giorno. I ravioli fatti in casa, con gli spinaci e la ricotta del pastore. La zia e la mamma a preparare gli immancabili crostini neri. Poi la carne, il “rosbif” o l’arrosto, a seconda della stagione. E sempre tanto pane, quello bianco sciocco: chi solo la crosta, chi solo ma mollica, chi con la fetta sottile, chi larga. Fino al momento così atteso del dolce, preceduto dal formaggio “per pulirsi la bocca”.
A tavola vi era la posizione di rilievo, il nonno, che vigilava bonario il gruppo e si occupava del vino. Ai suoi fianchi gli uomini, i mariti delle figlie, le due sorelle, mia mamma e mia zia, e poi noi bambini. Si mangiava, tanto, troppo. La barocca architettura a quattro tempi del pasto all’italiana si è consolidata durante questo momento: il canovaccio prevede una ricca offerta di antipasti, incentrata sui crostini e gli affettati e modulata poi sul talento della cuoca e la stagione, un primo piatto a base di pasta fresca o asciutta, la carne con un contorno di verdure, l’immancabile dolce, il caffè fatto con la caffettiera che appena “viene su” avvolge col suo profumo esotico tutta la stanza. In tavola il Chianti, storicamente nei bellissimi e larghi fiaschi versato generosamente nei gottini e spesso fatto assaggiare anche ai bambini, “così fa sangue”.
Durante questa maratona gastronomica si parlava di tutto, spesso con confronti anche aspri, ma sempre molto schietti. Da bambino talvolta trovavo molto noioso il dover andare per forza a mangiare dai nonni, la domenica a pranzo. Mi sentivo quasi in dovere di fare le bizze, di affrettare la crescita per darmi un’indipendenza. Eppure quel modo di relazionarsi, affabile, non invasivo, con tanto cibo, il senso del buono così accanto al bello, è come se avesse plasmato il mio modo di essere, la mia persona: una sorta di educazione sentimentale fatta di bocconi e parole. Il pranzo della domenica è ancora un momento cardinale nella vita delle nostre famiglie. Sono passati tanti anni e i bambini di allora sono le mamme e i babbi di oggi. I nonni sono sempre i nonni, anche se i volti e i nomi sono cambiati. É curioso vedere come certe situazioni si rincorrano e si ripetano. Sono ancora i profumi il filo conduttore: il sugo, l’odore di casa, le preparazioni più lunghe ed elaborate, dedicate a quel ritrovo, una certa compitezza nel prepararsi al mattino prima di uscire, la fretta nei gesti per non essere gli ultimi ad arrivare che il nonno vuole mangiare presto. Suono il campanello. Non siamo gli ultimi. Le bambine corrono gioiose a farsi sbaciucchiare dai nonni. Vedo un senso di malinconica dolcezza che affiora negli occhi dei nonni incantati dai movimenti festosi dei nipoti. E’ già tutto pronto e inappuntabile da ore. La casa ci avvolge di profumi e non resisto alla tentazione di afferrare un crostino nero già in tavola, godendo del rimprovero di mia mamma. Un nuovo pranzo della domenica è iniziato. 
 
I crostini coi fegatini! Preparazione e foto di Sandra Pilacchi (Sono io Sandra)

28 giugno 2016

"Un paese ci vuole".

"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via".
La prima volta che mi sono imbattuto in questa frase di Cesare Pavese non avevo ancora vent'anni e divoravo libri, film, poesie con passione bulimica, "matta e disperatissima". C'era "Il mestiere di vivere", per me quasi una bibbia,  ma c'erano anche i suoi racconti e questa frase de "La luna e i falò" - io che non piego mai un libro per non piagare la pagina nè tantomeno lo scarabocchio o evidenzio - l'avevo accuratamente sottolineata e rimarcata: lapis B2 (lo usavo perché mi ricordava la fenomenica B2 Batistuta-Baiano, eredità della mitologica Baggio-Borgonovo) con righello per non andare storto. 
Peraltro era proprio di Pavese la poesia che ci presentò in terza liceo la persona che più disorientò il mio già piccolo universo conoscitivo, il professore di Italiano e Latino: non un grande incipit (almeno per gli altri...) presentarsi a noi studenti spauriti con "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi": io ricordo ancora quanto male - e bene - mi fece quella lettura: il giorno dopo ero alla Feltrinelli di via Cerretani a comprarmi "Lavorare Stanca" e l'altro suggerimento, il "Lettere a un giovane poeta" di Rainer Maria Rilke. Poco prima a San Lorenzo avevo appena comprato l'ennesima sciarpa della Fiorentina: la stagione prometteva bene (e al solito avrebbe mantenuto poco).
Di quei vent'anni ho molti capelli in meno e poche passioni immutate: tutto cambia. Continuo però a divorare libri, seppur molto del tempo intimo (quello in camera prima di addormentarsi, che io ho sempre dedicato alle storie) sia stato violato da internet, dai social, che si sono intrufolati attraverso apparecchi sempre più piccoli e portatili fin sotto le mie lenzuola, accanto alla luce fioca della mia abat-jour con cui ho sempre cercato di costruirmi un prezioso mondo solo mio di bovarismi, velleità, pacificazioni ed eroismi. E quella massima pavesiana sul significato di paese, in vent'anni, non ha perso per me una stilla del suo significato. Al mio paese, correlativo oggettivo del mio modo di essere, ci ho sempre creduto con un sentimento ambivalente: ricordo il piacere che mi dava scorrazzare in bicicletta lungo la Sieve: d'estate il fiume in secca per molti puzza, a me quell'odore di fermo, immobile, é sempre sembrato adeguato, necessario, forse perché mi ci sono abituato, estate dopo estate, corsa in bicicletta dopo corsa in bicicletta. Il fine settimana trascorso al Bisarno è servito proprio per riappropriarmi di questo mondo, visto quanto Bisarno adesso significhi purtroppo astrazione burocratica, tempistiche lente, spese continue.
Oggi quelli del tetto, che dovevano re-iniziare dopo una settimana di stop, mi hanno detto (detto, parolone...ho dovuto informarmi del perché non ci fossero) che torneranno al cantiere mercoledì. E così ci saranno altri due giorni di non-procedere, che sono i peggiori perché fanno solo innervosire e acuire quel senso di frustrazione latente che deriva da un restauro che è e sarà lunghissimo, seppur siano trascorsi solo sei mesi. Sabato dicevo, forti dell'aiuto di due trattori, la compagnia di un cane e l'abbraccio nutriente del sole, abbiamo sbancato della terra, sciocchezzuole, pulito un po' l'ambiente di lavoro, fatto qualche risata, raccolto salvia e susine, conosciuto dei nuovi gattini, immaginato momenti di condivisione ("qui ci si faranno le grigliate"), è venuta anche Matilde a scorrazzare in sandali nel terriccio smosso, lamentandosi continuamente della sabbia nei piedini e curiosando fra gli strani abitanti di Bisarno, fra cui - e qui devo capire come risolverla - un nuovo alveare sciamato chissà da dove.


Il Bisarno dal basso e il simpatico cane del vicino.




Sotto il sole caldo di una estate finalmente iniziata, a torso nudo a sentire il sudore bagnarmi, mi sono ancorato al mio "paese", perché, come prosegue Pavese, "un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti". Si, aspetta. Senza fretta, senza urlare, senza tradire.

25 giugno 2016

Lo "stupido picchio" e la democrazia vanitosa.

Non mi piace la politica, semplicemente non mi appassiona, ma non ignoro quanto questa impatti nella mia vita quotidiana: chi é che diceva che l'uomo é necessariamente politico? Il mio disinteresse quindi talvolta mi appare profondamente stupido - lo riconosco - tuttavia ha una sua ragione d'essere che, nelle contingenza di queste ore calde di "brexit", ho avuto modo di rianalizzare.
Leggevo ieri sera un po' di commenti: sia analisi serie che considerazioni su Facebook sia qualche insight delle demografiche che hanno eviscerato ceto, geografia e livello di istruzioni dei perfidi votanti di Albione. Uno di questi mi ha colpito: un analista de Il Sole 24 Ore che amareggiato faceva il conto di quanto i mercati europei avessero bruciato l'indomani la vittoria del brexit, nello stesso momento in cui (fonte Google UK ripresa dal Washington Post) nei trend topic di ricerca in Inghilterra vi sono domande che suonano più o meno così: "What is UE?". Insomma: le mie rate del mutuo saliranno, i miei già piccoli investimenti si afflosceranno a causa di "scelte" compiute a migliaia di chilometri da persone che manco hanno intuito, non dico capito, compreso, analizzato, ma soltanto appunto intuito che cosa implicasse, che cosa significasse, il bivio leave o remain. Ecco che allora mi sento uomo politico e penso, cogito.
Io non ho molte adorazioni: sono un tipo scettico, disincantato che cerca di essere auto-ironico e dissacratorio. Una risata vi salverà! Ecco, una di queste venerazioni, accanto a Batistuta, Pirandello e l'ecke ecken (in posta privata chi é curioso di sapere cosa sia), é Matt Groening. Una puntata miliare dei Simpsons é quella dello "stupido picchio". Al buon Homer viene affidata la sicurezza della centrale nucleare di Springfield. Nel farlo, con le migliori intenzioni, Homer "automatizza" il processo fruendo di un bastoncino a molla che termina col muso di un picchio. Su-click, su-click, su-click: il picchio svolge egregiamente la sua missione e Homer può dedicarsi al riposo contemplativo. Qualcosa però va storto - si insinuano delle complessità, delle complicazioni - e il nocciolo va in fissione, creando un incidente nucleare. "Stupido picchio" é l'epiteto con cui Homer si scaglia infuriato contro il picchio meccanico, mentre il mondo si avvia a un olocausto nucleare.


Lo stupido picchio in azione: una geniale metafora dei paradossi della democrazia!

Ecco, ieri sera a leggere che gli inglesi del brexit stiano googlando ossessivamente cosa sia l'Unione Europea dopo il voto, a conseguenze nefaste in atto, mi ha fatto ripensare a Homer e allo "stupido picchio". Quale é, se c'é, la morale di questa storia? Secondo me, e qui arrivo a una conclusione che ingenererà strali e accuse, é che strumenti delicati, con complesse implicazioni sociali, politiche ed economiche come lasciare o rimanere in Europa non possano essere affidati al popolo e a un referendum. Io non mi sarei sentito in grado di una decisione così rilevante. 
E se la politica non é in grado di rappresentarci prendendo, in autonomia votata, decisioni così alte, affidandole a ventri caldi e rabbiosi (spesso a ragione rabbiosi, peraltro), allora davvero la politica non é più e la democrazia implode nella sua stessa eccessiva vanità.

24 giugno 2016

Universi paralleli

Sono giorni lenti. Oggi il caldo cuoce. Ieri sera eravamo a Roma: le avventure del libro continuano. Anche a questa presentazione le "fiabe" de "La Toscana di Ruffino" sono piaciute e hanno unito molto persone. 

Il bellissimo spazio di Settembrini Libri e Cucina a Roma.
Certo fa proprio effetto: da un lato il portale del fienile di Bisarno, che per l'appunto è il protagonista della copertina, sta girando l'Italia e il mondo, come se si fosse incarnato nel libro. Sembra quasi che abbia preso una vita a sé, come in uno degli onirici libri di Murakami: un Bisarno vivo, suggestivo, abitato.
Dall'altro lato, in un universo so far so close, questo da dove scrivo, attorno a quel portone in realtà crescono adesso le erbacce che hanno quasi nascosto l'aia lastricata. La betoniera, immobile perché i lavori sono a singhiozzo, lucente di calce secca colata accanto all'altalena. Un nido di vespe ronza sopra la porta della casa, accanto ai ponteggi che chissà per quanto tempo ancora nasconderanno la facciata. E' come se ci fosse una visione doppia (a quasi un mese dal mio lasik...): un Dorian Gray eterno giovane a sollazzarsi per Londra e il suo ritratto moralmente abbrutito e senescente fermo ai piedi della Sieve. Eh sì, è un po' così. Periodo prevedibile. Adesso dominano le spese, le scocciature, le burocrazie, gli equivoci nel cantiere fra chi fa il tetto, la facciata e gestisce i ponteggi. Eppur si muove. Intanto, c'è vita al Bisarno: la salvia rigoglia profumata accanto alla lavanda. Dopo le ciliegie, le prime a maturare, adesso è il turno di due piante di susine selvatiche, dolcissime. Ci sono poi tre noci gonfi di frutti. Senza far nulla, la natura procede il suo ciclo, quest'anno come mai continuamente del resto annaffiato da continue piogge. Soprattutto, qualcosa di restaurato si comincia a intravedere. Il tetto a capanna della torretta, per esempio, è pressoché completo. E anche qui che fatica: la prima volta era stato combinato un disastro, e che fatica a farlo rifare. Adesso, però, mi piace, tanto quanto come il fumaiolo che svetta. Così come le prime stuccatore. Abbiamo perso un mese a tentare di miscelare calci con ossidi, calci con coloranti, calci con sabbie per poi ritornare alla prima ipotesi, una calce biologica che comunque regala quell'effetto di terreno asciutto, fra il giallino e il corda, molto suggestiva.

Il camino e la parte alta della parete stuccata.


20 giugno 2016

Breve storia della lingua toscana (dalla parte di chi lavora la terra).

Spesso si sorride ascoltando alcune espressioni della lingua contadina, si ironizza sulle virulente coloriture dialettali della gente dei campi. Ci consideriamo fieri paladini di una lingua colta e forbita che niente condividerebbe con lo schietto periodare, vivo e pulsante, del contado. In realtà non molti sanno che la nostra meravigliosa lingua italiana - il "volgare" così chiamato perché inizialmente veniva parlato dal volgo e dai meno abbienti - soprattutto nei suoi termini più icastici e concreti - si sia lentamente costruita dalle forme della lingua agricola latina prima e del volgare poi. Senza dilungarsi in noiose argomentazioni e semplificando un pizzico, l’italiano è una lingua neolatina che si è sviluppata naturalmente dal progressivo disgregamento del latino, perché serviva un mezzo di comunicazione più efficace, diretto e colloquiale e dal potenziale di oralità più marcato.
La prima attestazione scritta in una nuova lingua, l'italiano! Siamo nell'VIII sec.

Inoltre il latino, a differenza di altre lingue classiche come il greco o il tedesco, non ha mai presentato una matrice lessicale a base filosofico-speculativa (più semplicemente: non esistevano termini che definissero i concetti), ma si è formato come lingua grazie all’apporto di alcuni dialetti tecnici, sui quali prevalse per importanza la lingua dell’agricoltura, peraltro la principale risorsa economica dell’antica Roma. Quindi, non è improprio sostenere che l’italiano sia nato proprio nei campi, fra le fatiche, le soddisfazioni, gli accidenti che coltivare la terra comporta. Proprio come “i fiori” nella canzone di De Andrè, la lingua che parliamo tutti i giorni, è sbocciata dal fango, dai ritmi del tempo scanditi dal sole, dalle piogge, dalle campane, dalle geometrie del volo degli uccelli, dai cicli di vita delle piante e degli alberi.
Le prime e più grandi opere letterarie in volgare vengono vergate nel Trecento in una lingua nuova che si parlava in Toscana da qualche secolo: Dante, Petrarca e Boccaccio, i babbi della lingua italiana, pur mantenendo una certa letterarietà espressiva, attingono da subito al mondo agricolo, a metafore agresti, a parole sonore, gorgoglianti e icastiche proprie della civiltà contadine.


Alessandro Manzoni per il suo romanzo nazionale sceglie il fiorentino scritto, "sciacquando i panni in Arno" e fruendo di una lingua comprensibile da tutti e colloquiale.
Il fiorentino, lingua viva su cui poi è stato normatizzato e codificato l'italiano, inizialmente nel Cinquecento grazie alla "questione della lingua" sollevata dal veneziano Bembo, successivamente col milanese Manzoni nell'Ottocento e, infine, grazie alla radiotelevisione irradiata da Roma e all'alfabetizzazione del XX secolo (riducendone ahimè l'ampiezza lessicale e opacizzandone la coloritura espressiva) ha avuto il merito di innestare sistematicamente questo lascito classico nel mondo mezzadrile che ha caratterizzato l'Italia centrale per quasi un millennio.
In questo microcosmo sociale e culturale, anche il linguaggio, necessariamente comunicativo e raramente scritto, si è plasmato in esclamazioni, lessici, non di rado imprecazioni tipiche del lavoratore dei campi e che sono arrivate fino a oggi come parte integrante del vocabolario italiano. Infatti queste espressioni di vita agreste, originate dal latino, riprese nel volgare fiorentino, si sono durante i secoli camaleontizzate nel nostro parlato quotidiano più di quanto si possa immaginare. Qualche esempio? Si pensi al termine “lieto”, che nell’italiano d’uso indica uno stato d’animo sereno e felice. “Laetus”, in latino, è un aggettivo che significa “grasso, concimato”. Una spia del significato originario del vocabolo, del resto, lo troviamo nel termine “letame”, che c’è giunto dal sostantivo latino “laetamen”, in questo caso senza traslarsi, mantenendo quindi intatto il significante agricolo. Potrei portare centinaia d’esempi: attualmente io sto “scrivendo”, voi “leggendo”. In realtà “scribère” e “lègere” (i verbi latini) significavano rispettivamente “incidere” e “raccogliere”, con chiaro riferimento a gesti propri della giornata nei campi. “Condurre”, “conducente”, “condottiero” risalgono al verbo latino “dùcere”, dal significato originale di “guidare il bestiame”. “Egregio” altro non è chi si distingue perché esce dal gregge (“ex gregiis”), “delira” chi sta fuori dal solco segnato dal vomere. La “lacrima”, nobile espressione dei nostri più intimi sentimenti, indicava la gocciolina che trasudava dalle piante e, nella vite, la linfa che saluta il risveglio vegetativo.
Una eredità colta e popolare al contempo, costruita in millenni di fatica agricola ancora oggi viva e pulsante, che ha reso noi toscani abili oratori ed efficaci comunicatori: "Ho desinato con due braciole rifatte, poi ho rigovernato i cocci nell'acquaio e li ho asciugati con l'asciughino".
Quanta forza visiva, storica, culturale - quanta unicità e bellezza? - ha una espressione come questa?

3 giugno 2016

Silère

Il Bisarno è davvero oltre la Sieve oggi. Scrivo dalla pineta di Roccamare, a pochi metri dal mare limpido e azzurro della Maremma. Un luogo dove riposare e silére, trovare pace, dopo gli ultimi mesi in corsa folle. 


Di sera, la risacca sulla spiaggia.

Abbiamo finalizzato l'iter di acquisto di Bisarno il 30 dicembre, entro l'anno 2015, per assecondare una delle tante esigenze del venditore. Da quel giorno non ho mai avuto modo di fermarmi e di riflettere, anche solo per il piacere di gustarmi il ricordo, il sapore di certe soddisfazioni che obiettivamente non sono mancate. Infatti i lavori di restauro sono partiti quasi subito. Idem le maglie burocratiche, i garbugli amministrativi, le magagne economiche. Immediatamente Bisarno ha regalato gioie e al contempo creato complicazioni. Erano peraltro gli stessi frenetici giorni in cui dovevo concludere il libro - i più "matti e disperatissimi" - e fra le altre stavo incontrando gli editori per discutere la pubblicazione. Il libro è finalmente uscito a marchio Cucchiaio d'Argento in anteprima ad aprile al Vinitaly, per poi approdare nelle librerie il 25 maggio. La sua promozione ha mangiato da subito energie, bruciato adrenaline, provocato entusiasmi: nè più nè meno che la sua lunga gestazione, 18 mesi, forse qualcosa di più. Il lavoro di ufficio nel frattempo chiedeva testa, entusiasmo e presenza: non potevo dedicarmi solo al progetto. Ogni tanto qualche trasferta all'estero o fuori regione ad arricchire, a complicare, lo scenario: il Vinitaly, Düsseldorf, Roma, Milano. Poi l'ultima settimana, quest'ultima settimana, a cavallo fra maggio e giugno, che mi ero calendarizzato con attento studio: un incastro di momenti, occasioni e impegni che pensavo perfetto e invece a posteriori é risultato fallace, implodendo,  proprio a causa della sua stessa apparente eccellente definizione. I fatti: decido di operarmi agli occhi col laser (sono, ero!, molto miope) al seguito di una visita con un chirurgo appena conosciuto dopo che per anni avevo nicchiato, tentennato e diffidato di tutto e tutti. Scelta d'impulso e io d'impulso di solito non deieziono neanche. Il giorno è scientemente fissato per il 26 maggio, proprio l'indomani la grande soiree del 25 al Mercato Centrale, la prima de "La Toscana di Ruffino", di cui ho già raccontato. "Così" - mi ero esaltato della mia stessa capacità di razionalizzare - "l'onda emotiva sarà focalizzata sul 25 e arriverò all'operazione senza carichi di stress, senza pensarci troppo". Illuso. Comunque, presentazione che va a meraviglia, non faccio neanche tardissimo la sera, ma a letto un non so cosa - l'adrenalina di rilascio e la tensione preoperatoria - mi impedisce di dormire. Mi opero l'indomani di buon mattino a pezzi: assonnato, cisposo, con una punta di mal di gola, convinto erroneamente di affrontare poco più di un intervento ambulatoriale, sottostimando non tanto l'hic (durante male non si sente, se non l'odore stile pollo sul gas dei miei occhi bruciacchiati dal laser) ma il post, i giorni che stanno seguendo, le imperfezioni della vista. E non é che dal giorno dopo si veda meravigliosamente bene, ecco. "Mica siamo macchine" - ha chiosato l'oculista alle mie prime ansiose domande. Ma io non posso stare fermo, ho tanti impegni incastrati: l'agenda era ancora carica di impegni. Il venerdì, the day after, torno già in ufficio; il sabato accolgo con grande piacere degli amici genovesi in tenuta e a giro per la Toscana. Poi la domenica volo a Parigi per tre giorni di lavoro sotto la pioggia battente (e subito si innestano tipiche paure sorelliane, in questo caso da vista non ancora perfetta, acuite dalla lontananza e dallo sradicamento dal nido). Il martedì 31 maggio rientro su Peretola e da Firenze a casa guido io. Avevo del resto guidato già dopo 24 ore dall'operazione. Le gallerie al buio sono fastidiosissime e amplificano le mie paranoie. L'indomani, il primo giugno, a una settimana, controllo in clinica ("tutto bene ma ci vorrà del tempo per la vista ottimale"), pomeriggio in azienda e la sera un'altra botta di emozioni, con la presentazione de "La Toscana di Ruffino" a Pontassieve, fra gli amici di sempre, la sala gremita, le luci accese a non farmi vedere niente ma un momento davvero intenso, "proustiano", con nostalgie di un passato andato, il professore del liceo, una presentazione che si è fatta chiacchierata e da lì una merenda, una bevuta. A notte tarda il rientro e, il giorno dopo, la partenza per il mare dove mi trovo ora, a cercare di dare un significato alla parola convalescenza, a godermi le creazioni più belle  di questi anni intensi, Costanza e Matilde, e a riposizionarmi su ritmi più umani e, last but not least, su una vista ripristinata e soddisfacente. Per qualche giorno, senza rumori. Silére. L'anno è solo a metà e c'è ancora tanto da fare. 



La pancia e l'ombelico.

28 maggio 2016

Occhi nuovi

"Il vero viaggio di scoperta non consiste nell'avere terre nuove da scoprire, ma occhi nuovi". Ho sempre adorato questo aforisma. E così, la mattina successiva alla lunga serata della presentazione del libro al Mercato Centrale di Firenze (ci saranno state quasi 100 persone: una emozione davvero grande e una non piccola soddisfazione personale), dopo una travagliata notte in bianco per l'adrenalina post-evento e un po' di tensione pre-operazione, mi sono sottoposto a un intervento di chirurgia laser per ridurre la mia tanta miopia e anche il non lieve astigmatismo. Eh sì, "occhi nuovi", caro Proust. Ora sono in convalescenza attiva: in qualche settimana saranno chiari gli esiti. Intanto, sono senza occhiali. Il giorno stesso dell'intervento l'ho trascorso a letto, e ho pensato, avendo poco da agire, al D'Annunzio ferito e accecato per una scheggia all'occhio che si mise a comporre il suo "Notturno" scrivendo i versi su della carta igienica, colto da un raro momento di autentica ispirazione. Io supino e al buio mi sono sentito all'infinito la canzone di Peppino Gagliardi, "Che vuole questa musica stasera", che avevo scoperto in una scena capolavoro di un film capolavoro, "The Man from Uncle" di Guy Ritchie ma, come era prevedibile, non ho lasciato tracce scritte imperiture del momento, se non scribacchiate riflessioni acidule. Oggi è sabato e ho ripristinato una certa normalità, se non visiva senz'altro comportamentale: nel primo meriggio arrivano degli amici da Genova con cui trascorrere una piacevole giornata di gran caldo (oggi sono previsti oltre 30 gradi) fra le nostre meravigliose colline, a far assaporare vini e cibi nostrani. E domenica, tanto per scongiurare qualsiasi effetto noia, mi aspetta subito una partenza aerea, direzione Parigi, la mia quinta volta nella Ville Lumiere, la prima "a nuova vista restituito", per una degustazione Ruffino al Marais. Rientrerò di mercoledì, preciso per la presentazione del libro a Pontassieve durante il Toscanello d'Oro, a cui tengo particolarmente.




il Vate orbo

24 maggio 2016

La Toscana di Ruffino al Mercato Centrale, ci siamo.

Domani è il gran giorno della presentazione del libro. Dal 26 maggio La Toscana di Ruffino sarà in vendita nelle librerie, in tutte le più importanti (e questa è un'altra grande soddisfazione!) e domani, il 25 maggio alle 18.30, daremo il via alle danze con una presentazione in un luogo simbolico e suggestivo, il meraviglioso primo piano del Mercato Centrale di Firenze.






In queste ore il libro è stato visto da qualche persona, sia l'italiano che l'inglese, e abbiamo gongolato per i tanti complimenti ricevuti. Ci sono video molto gratificanti:





E faccio torto non voluto ad altri contributi che adesso dimentico. E agli altri che verranno. E a chi il libro poi lo comprerà, si prenderà la briga di cercarlo in libreria o di acquistarlo on line. Grazie! Siamo tutti un po' emozionati perché il progetto ha toccato corde personali e non solo professionali. E dopo la presentazione fiorentina di domani sono molto contento di anticiparvi che il primo giugno alle 21 saremo nel mio amatissimo "natio borgo selvaggio", a Pontassieve, ospiti di una manifestazione storica come Toscanello d'Oro.
E a fine luglio valicheremo la Sieve per una serata sulla rive gauche di "Live in Sieve", a San Francesco, qui davvero casa mia, con gli amici di Sulla Sieve. In entrambe le presentazioni saremo supportati dalla libreria di Pontassieve La Fortuna.
Poi ci saranno tante altre serate, a Porto Santo Stefano all'Argentario all'osteria La Pace, a Roma, a Milano, a Padova e Genova, al Salone del Gusto di Torino e a Vipiteno.
Noi incrociamo le dita, per domani e per le sorti del libro, che siano "magnifiche e progressive". 
Io di nuovo - lo farò sempre perché non è vuota retorica - ci tengo a ringraziare Ruffino che ha creduto e finanziato il progetto quando era ancora carta vuota di pensiero, oltre ai colleghi che lo hanno arricchito in mille modi, il Cucchiaio d'Argento che lo ha abbracciato e irrorato di risorse professionali e umane uniche (Stefano, Alessandra, Elisabetta, Paola, Roberto), infine e soprattutto gli altri autori. Sandra: si potrebbe scrivere un libro nel libro su quante ne abbiamo vissute per farlo, sugli inciampi, sulle risate, sulle crescite, sulle quadrature, sui nuovi spunti, sui piatti rifatti all'infinito, e su quanto, da inguaribili cultori del nostalgico, adesso bruci che sia finito, andato quel periodo. Tommaso e Vincenzo: lo avete aggraziato col vostro tratto elegante, lo avete elevato con le vostre opere a introduzione di ogni capitolo e con la foto di copertina pazzesca (e che mi è cara anche per un altro personalissimo motivo), lo avete evoluto assecondando e limando le peculiarità fotografiche e narrative mie e di Sandra, che oscillano fra il lezioso e il baracco ma abbondano di sentimento, raccontando sempre La Toscana di Ruffino attraverso un segno grafico distintivo e che ha legato meravigliosamente il tutto, meglio della besciamella di Caterina de' Medici.
Vabbè, ho debordato di nuovo nella prolissità. Chiudo brevemente con delle parole del libro, che rappresentano una dedica alla persona che più lo ha ispirato, mia nonna, che mi ha lasciato anni fa. Ancora oggi mi commuovo a pensarla, ricordando quanto abbia fatto per me. 

"Non avevo mai troppa fame e questo dannava mia nonna che pretendeva di alimentarmi costantemente e mai e poi mai avrebbe permesso che saltassi la merenda: arrivava a rincorrermi - e lo ha fatto fino all'ultimo inerpicandosi su collinette, declinando col suo bastone verso il fiume fra i ciottoli e i rovi, interrompendo accanite partite di pallone - per portarmi inesorabilmente ogni giorno, alle quattro in punto, la merenda. Insieme alla merenda, una spugna imbevuta d'acqua e sapone con cui mi puliva le ginocchia, annerite e "sbucciate" per le cadute o per le mie arrampicate: del resto caracollavo dinoccolato con le mie gambe spigolose e lunghe e inciampavo dappertutto. La merenda della mia nonna, il rito di quella pausa di gusto che imbrigliava per un attimo le nostre scorribande, ci ha entrambi addomesticati, abituandoci a un gesto d'affetto ogni giorno ripetuto, a una consuetudine d'amore di cui ci si accorge della mancanza solo quando poi non c'è più."