6 luglio 2016

Telefonami fra vent'anni: il blog e i suoi capitoli.

Ieri era il compleanno di Matilde, la bambina più grande, deliziata ed entusiasta di ogni ricorrenza, capace di esaltarsi per epifaniche intuizioni quali "Lo sai sono nata nello stesso giorno del mio compleanno?". 
Matilde è stata capace di far vivere, anche a me burbero e scontroso, uno splendido compleanno, a metà maggio. Quindi ultimamente grazie a lei ho questa nuova attitudine a far caso alle ricorrenze: e come il restauro di Bisarno ha da poco compiuto mezzo anno, così anche questo piccolo esercizio di stile, questo abbecedario della vita di campagna, il blog insomma, ha compiuto 6 mesi e, lo confesso, stanno arrivando le prime inattese soddisfazioni. 
Alcuni post hanno superato le  mille visualizzazioni e, seppur siano ancora numeri piccolissimi, spiccioli, inezie nel mare magno e sperduto del web dei guru e degli influencer che lo padroneggiano con fiero cipiglio, fa effetto vedere la crescita rispetto alle prime settimane quando verificavo non più di 20 visualizzazioni per post (parenti e poco più, peraltro) quando andava bene.
In fondo, lo scopo de "Il Bisarno oltre la Sieve" non è stato mai attrarre con argomenti facili, ma annotare, sulla spina dorsale del diario di bordo delle vicissitudini del restauro della nostra futura casa di campagna, le storie personali e universali che le stanno attorno.
Le etichette, che sono le aggregazioni tematiche, con cui ho indicizzato il blog si dividono in due macrocosmi, l'io e la casa di campagna. "Bisarno e il suo restauro" è invece l'etichetta madre che narra tutto il percorso tortuoso del restauro.
Per quanto riguarda l'io, Francesco, ci sono due etichette a vezzeggiarlo: "Le riflessioni extra-vaganti di un comunicatore" racchiude il mio es che si occupa di comunicazione e si è formato da letterato e si apre a commenti di libri, film, canzoni, storie e pensieri sparsi. "Ulissimo" coccola le mie inquietudini e la mia passione per i viaggi. 
Tutte le altre etichette definiscono il secondo macrocosmo, il sistema casa di campagna con le sue forme, i sapori e i colori.
"Le architetture di campagna" si concentra sulle strutture abitative della campagna (le murature in pietra e mattoni, le case torre, i fienili etc.). 
"Il genio toscano" racchiude storie contadine di guizzo, talento, arguzia e intuito, il genio toscano appunto, elevato da un colorato e saporitissimo dialetto (l'etichetta "Il vocabolario fiorentino" parla proprie delle espressioni più icastiche, maledette e colorate del toscano). Infine, una delle etichette più apprezzate, "Il vino e i mangiari", mi permette di parlare di cibo, gusto e, above all, di vino, che è la materia del mio io comunicatore e al contempo una delle mie grandi passioni. Questa etichetta diverrà sempre più preponderante fra le storie de "Il Bisarno oltre la Sieve". 
Il tono per tutte le etichette è sempre quello del gioco, degli affetti, dell'ironia, del non prendersi troppo sul serio e sul dissacrare tutto e tutti, a partire dalle mie turbe. 
Colonna sonora di questo post? Il capolavoro di Lucio Dalla, uno dei capolavori di Lucio Dalla, "Telefonami fra vent'anni", a quasi 5 anni dal decesso, visto che i post mi piace che siano aperti e circolari al contempo: non certo un compleanno questo, ma un appuntamento da non dimenticare.
Ma tanto non si muore mai se si riesce a lasciare in vita parole come queste. Buon ascolto e grazie!






3 luglio 2016

Un luglio "matto e disperatissimo".

Ne "La meglio gioventù", film di Marco Giordana secondo solo a "Novecento" di Bertolucci nell'affrescare la storia contemporanea del bel paese, c'é una scena, alla fine, che a suo tempo mi colpì molto: uno dei protagonisti, il banchiere alla Banca di Italia, si innamora di un rudere nella campagna toscana e ne affida il restauro all'amico di una vita, operaio, con cui, da studente, l'altro già in fabbrica, aveva condiviso le lotte sessantottine. E' una scena molto forte che più volte mi é tornata a mente in questi primi sei mesi di restauro di Bisarno. Mi immedesimo in entrambi i caratteri, pur sentendomi più vicino all'operaio che sente il carico, la responsabilità di una direzione lavori complessa, costosa e impegnativa e che, tuttavia, ripudia con sdegno soluzioni di restauro poco rispettose, come i proverbiali infissi in linoleum, segno del pessimo gusto imperante: "No, in linoleum no" é proprio il titolo con cui é indicizzata la scena. Però mi ritrovo anche nel coraggio e nella temerarietà con cui il banchiere tenta il recupero di un rudere abbandonato in mezzo al bel niente, malgrado abbia avuto introiti ben differenti dai miei per sostanziare il suo sogno (quindi una sfida meno complessa della nostra). E cerco di ancorarmi alla passione di entrambi perché ogni giorno Bisarno pone delle situazione vischiose e tortuose e l'approccio mentale con cui le affrontiamo é davvero determinante. 

Sei mesi dicevo. Un mio amico mi chiedeva in che percentuale il restauro fosse compiuto. Se la dovessi computare, questa percentuale, finirei per restarci male.
Deinde, eludo: "Non so dirti, comunque il camino è venuto davvero bene, le ciliegie deliziose, la gatta ha figliato e le bambine godranno delle camere più suggestive del podere, dove abbiamo riesumato anche antiche feritoie medievali...".
"Quindi? A che punto siete?":  A che punto siamo? Siamo in una fase obiettivamente stagnante e pastosa in cui dobbiamo per forza accelerare: al gruppo su Whatsapp di Bisarno ho parlato della necessità di un luglio "matto e disperatissimo", come diceva Leopardi per i suoi studi: da domani a fine mese vorrei poter dare una percentuale più alta di quante ve ne siano che la Fiorentina vinca lo scudetto la prossima stagione, per quanto elevate dalle scorribande di Kats sulla fascia. Finire il tetto e anche un po' di facciate entro il 31. Intanto, in queste ultime settimane ho osservato come si ripristina una antica muratura a faccia vista: una delle fasi più affascinanti è la rimozione, delicata, delle precedenti murature di giunzione. É un lavoro che chiede tempo, protegge le vecchie pietre, riscopre vecchi fori pontai, fa affiorare zone malmesse e scopre nidi di ogni creatura pensabile e impensabile. Infine un idro-lavaggio a ripulire le polveri e detriti rimossi prima della pars construens, che potrà essere più o meno ricostruttiva (the less, the better: più si mantiene meglio è): eventuale sostituzione di pietre e mattoni, poi muratura profonda delle giunzioni, infine stuccatura di superficie (per trovare il tono e il colore che mi piacesse è stata un'impresa, come ho scritto qui), che non sia troppo emergente, non a filo pietra ma rimanga incassata, per lasciare dominanza alla pietra e per evitare l'effetto ragnatela che spesso affiora da stuccature troppo marcate in edifici in pietra.




Qui siamo quasi alla fine del restauro a faccia vista: dopo la stuccatura,  un idropulitura riporterà a vita pietra e mattoni.
Ci vuole moltissimo tempo e bravura, sensibilità per quello che si fa, ma ogni porzione restaurata è in fine un capolavoro che esprime e rispetta il lavoro storico, i colori lapidei e del suolo, riproposto nelle stuccature, e il sapere artigianale di chi, secoli fa, murò le prime pietre e che a lavoro ultimato rivivono nella stessa concezione architettonica che ebbero persone che ci hanno preceduto di quasi 800 anni.

1 luglio 2016

Il pranzo della domenica.

Ricordo ancora i rumorosi pranzi domenicali dalla nonna. La casa era piccola eppure la sala da pranzo, utilizzata solo una volta la settimana e tenuta sempre chiusa, pulita e in ombra, la domenica assumeva un che di sacro che la ingigantiva.
Malgrado non vivessimo distanti, quella era l’occasione per stare insieme e ossequiare attraverso il cibo un valore condiviso da ogni membro, seppur ognuno a modo proprio: la famiglia. Ciò che ancora oggi mi ritorna in mente sono i profumi vividi di quel giorno, di quel rito chiassoso e spensierato che pure aveva le sue regole e un pizzico di formalità.
Quegli odori ogni tanto riappaiono, sono subito quelli: aprendo un cassetto di una vecchia casa, in un colorato mercato di un paese remoto durante un viaggio, addosso a persone sconosciute che subito noti fra tante, è come se tornassi immediatamente alle domeniche di una volta, a quei pranzi ormai lontani.
La tovaglia, quella buona, apparecchiata fin dal mattino. Il sugo a sfrigolare nelle pentole, preparato fin dalla prime ore del giorno. I ravioli fatti in casa, con gli spinaci e la ricotta del pastore. La zia e la mamma a preparare gli immancabili crostini neri. Poi la carne, il “rosbif” o l’arrosto, a seconda della stagione. E sempre tanto pane, quello bianco sciocco: chi solo la crosta, chi solo ma mollica, chi con la fetta sottile, chi larga. Fino al momento così atteso del dolce, preceduto dal formaggio “per pulirsi la bocca”.
A tavola vi era la posizione di rilievo, il nonno, che vigilava bonario il gruppo e si occupava del vino. Ai suoi fianchi gli uomini, i mariti delle figlie, le due sorelle, mia mamma e mia zia, e poi noi bambini. Si mangiava, tanto, troppo. La barocca architettura a quattro tempi del pasto all’italiana si è consolidata durante questo momento: il canovaccio prevede una ricca offerta di antipasti, incentrata sui crostini e gli affettati e modulata poi sul talento della cuoca e la stagione, un primo piatto a base di pasta fresca o asciutta, la carne con un contorno di verdure, l’immancabile dolce, il caffè fatto con la caffettiera che appena “viene su” avvolge col suo profumo esotico tutta la stanza. In tavola il Chianti, storicamente nei bellissimi e larghi fiaschi versato generosamente nei gottini e spesso fatto assaggiare anche ai bambini, “così fa sangue”.
Durante questa maratona gastronomica si parlava di tutto, spesso con confronti anche aspri, ma sempre molto schietti. Da bambino talvolta trovavo molto noioso il dover andare per forza a mangiare dai nonni, la domenica a pranzo. Mi sentivo quasi in dovere di fare le bizze, di affrettare la crescita per darmi un’indipendenza. Eppure quel modo di relazionarsi, affabile, non invasivo, con tanto cibo, il senso del buono così accanto al bello, è come se avesse plasmato il mio modo di essere, la mia persona: una sorta di educazione sentimentale fatta di bocconi e parole. Il pranzo della domenica è ancora un momento cardinale nella vita delle nostre famiglie. Sono passati tanti anni e i bambini di allora sono le mamme e i babbi di oggi. I nonni sono sempre i nonni, anche se i volti e i nomi sono cambiati. É curioso vedere come certe situazioni si rincorrano e si ripetano. Sono ancora i profumi il filo conduttore: il sugo, l’odore di casa, le preparazioni più lunghe ed elaborate, dedicate a quel ritrovo, una certa compitezza nel prepararsi al mattino prima di uscire, la fretta nei gesti per non essere gli ultimi ad arrivare che il nonno vuole mangiare presto. Suono il campanello. Non siamo gli ultimi. Le bambine corrono gioiose a farsi sbaciucchiare dai nonni. Vedo un senso di malinconica dolcezza che affiora negli occhi dei nonni incantati dai movimenti festosi dei nipoti. E’ già tutto pronto e inappuntabile da ore. La casa ci avvolge di profumi e non resisto alla tentazione di afferrare un crostino nero già in tavola, godendo del rimprovero di mia mamma. Un nuovo pranzo della domenica è iniziato. 
 
I crostini coi fegatini! Preparazione e foto di Sandra Pilacchi (Sono io Sandra)

28 giugno 2016

"Un paese ci vuole".

"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via".
La prima volta che mi sono imbattuto in questa frase di Cesare Pavese non avevo ancora vent'anni e divoravo libri, film, poesie con passione bulimica, "matta e disperatissima". C'era "Il mestiere di vivere", per me quasi una bibbia,  ma c'erano anche i suoi racconti e questa frase de "La luna e i falò" - io che non piego mai un libro per non piagare la pagina nè tantomeno lo scarabocchio o evidenzio - l'avevo accuratamente sottolineata e rimarcata: lapis B2 (lo usavo perché mi ricordava la fenomenica B2 Batistuta-Baiano, eredità della mitologica Baggio-Borgonovo) con righello per non andare storto. 
Peraltro era proprio di Pavese la poesia che ci presentò in terza liceo la persona che più disorientò il mio già piccolo universo conoscitivo, il professore di Italiano e Latino: non un grande incipit (almeno per gli altri...) presentarsi a noi studenti spauriti con "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi": io ricordo ancora quanto male - e bene - mi fece quella lettura: il giorno dopo ero alla Feltrinelli di via Cerretani a comprarmi "Lavorare Stanca" e l'altro suggerimento, il "Lettere a un giovane poeta" di Rainer Maria Rilke. Poco prima a San Lorenzo avevo appena comprato l'ennesima sciarpa della Fiorentina: la stagione prometteva bene (e al solito avrebbe mantenuto poco).
Di quei vent'anni ho molti capelli in meno e poche passioni immutate: tutto cambia. Continuo però a divorare libri, seppur molto del tempo intimo (quello in camera prima di addormentarsi, che io ho sempre dedicato alle storie) sia stato violato da internet, dai social, che si sono intrufolati attraverso apparecchi sempre più piccoli e portatili fin sotto le mie lenzuola, accanto alla luce fioca della mia abat-jour con cui ho sempre cercato di costruirmi un prezioso mondo solo mio di bovarismi, velleità, pacificazioni ed eroismi. E quella massima pavesiana sul significato di paese, in vent'anni, non ha perso per me una stilla del suo significato. Al mio paese, correlativo oggettivo del mio modo di essere, ci ho sempre creduto con un sentimento ambivalente: ricordo il piacere che mi dava scorrazzare in bicicletta lungo la Sieve: d'estate il fiume in secca per molti puzza, a me quell'odore di fermo, immobile, é sempre sembrato adeguato, necessario, forse perché mi ci sono abituato, estate dopo estate, corsa in bicicletta dopo corsa in bicicletta. Il fine settimana trascorso al Bisarno è servito proprio per riappropriarmi di questo mondo, visto quanto Bisarno adesso significhi purtroppo astrazione burocratica, tempistiche lente, spese continue.
Oggi quelli del tetto, che dovevano re-iniziare dopo una settimana di stop, mi hanno detto (detto, parolone...ho dovuto informarmi del perché non ci fossero) che torneranno al cantiere mercoledì. E così ci saranno altri due giorni di non-procedere, che sono i peggiori perché fanno solo innervosire e acuire quel senso di frustrazione latente che deriva da un restauro che è e sarà lunghissimo, seppur siano trascorsi solo sei mesi. Sabato dicevo, forti dell'aiuto di due trattori, la compagnia di un cane e l'abbraccio nutriente del sole, abbiamo sbancato della terra, sciocchezzuole, pulito un po' l'ambiente di lavoro, fatto qualche risata, raccolto salvia e susine, conosciuto dei nuovi gattini, immaginato momenti di condivisione ("qui ci si faranno le grigliate"), è venuta anche Matilde a scorrazzare in sandali nel terriccio smosso, lamentandosi continuamente della sabbia nei piedini e curiosando fra gli strani abitanti di Bisarno, fra cui - e qui devo capire come risolverla - un nuovo alveare sciamato chissà da dove.


Il Bisarno dal basso e il simpatico cane del vicino.




Sotto il sole caldo di una estate finalmente iniziata, a torso nudo a sentire il sudore bagnarmi, mi sono ancorato al mio "paese", perché, come prosegue Pavese, "un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti". Si, aspetta. Senza fretta, senza urlare, senza tradire.

25 giugno 2016

Lo "stupido picchio" e la democrazia vanitosa.

Non mi piace la politica, semplicemente non mi appassiona, ma non ignoro quanto questa impatti nella mia vita quotidiana: chi é che diceva che l'uomo é necessariamente politico? Il mio disinteresse quindi talvolta mi appare profondamente stupido - lo riconosco - tuttavia ha una sua ragione d'essere che, nelle contingenza di queste ore calde di "brexit", ho avuto modo di rianalizzare.
Leggevo ieri sera un po' di commenti: sia analisi serie che considerazioni su Facebook sia qualche insight delle demografiche che hanno eviscerato ceto, geografia e livello di istruzioni dei perfidi votanti di Albione. Uno di questi mi ha colpito: un analista de Il Sole 24 Ore che amareggiato faceva il conto di quanto i mercati europei avessero bruciato l'indomani la vittoria del brexit, nello stesso momento in cui (fonte Google UK ripresa dal Washington Post) nei trend topic di ricerca in Inghilterra vi sono domande che suonano più o meno così: "What is UE?". Insomma: le mie rate del mutuo saliranno, i miei già piccoli investimenti si afflosceranno a causa di "scelte" compiute a migliaia di chilometri da persone che manco hanno intuito, non dico capito, compreso, analizzato, ma soltanto appunto intuito che cosa implicasse, che cosa significasse, il bivio leave o remain. Ecco che allora mi sento uomo politico e penso, cogito.
Io non ho molte adorazioni: sono un tipo scettico, disincantato che cerca di essere auto-ironico e dissacratorio. Una risata vi salverà! Ecco, una di queste venerazioni, accanto a Batistuta, Pirandello e l'ecke ecken (in posta privata chi é curioso di sapere cosa sia), é Matt Groening. Una puntata miliare dei Simpsons é quella dello "stupido picchio". Al buon Homer viene affidata la sicurezza della centrale nucleare di Springfield. Nel farlo, con le migliori intenzioni, Homer "automatizza" il processo fruendo di un bastoncino a molla che termina col muso di un picchio. Su-click, su-click, su-click: il picchio svolge egregiamente la sua missione e Homer può dedicarsi al riposo contemplativo. Qualcosa però va storto - si insinuano delle complessità, delle complicazioni - e il nocciolo va in fissione, creando un incidente nucleare. "Stupido picchio" é l'epiteto con cui Homer si scaglia infuriato contro il picchio meccanico, mentre il mondo si avvia a un olocausto nucleare.


Lo stupido picchio in azione: una geniale metafora dei paradossi della democrazia!

Ecco, ieri sera a leggere che gli inglesi del brexit stiano googlando ossessivamente cosa sia l'Unione Europea dopo il voto, a conseguenze nefaste in atto, mi ha fatto ripensare a Homer e allo "stupido picchio". Quale é, se c'é, la morale di questa storia? Secondo me, e qui arrivo a una conclusione che ingenererà strali e accuse, é che strumenti delicati, con complesse implicazioni sociali, politiche ed economiche come lasciare o rimanere in Europa non possano essere affidati al popolo e a un referendum. Io non mi sarei sentito in grado di una decisione così rilevante. 
E se la politica non é in grado di rappresentarci prendendo, in autonomia votata, decisioni così alte, affidandole a ventri caldi e rabbiosi (spesso a ragione rabbiosi, peraltro), allora davvero la politica non é più e la democrazia implode nella sua stessa eccessiva vanità.

24 giugno 2016

Universi paralleli

Sono giorni lenti. Oggi il caldo cuoce. Ieri sera eravamo a Roma: le avventure del libro continuano. Anche a questa presentazione le "fiabe" de "La Toscana di Ruffino" sono piaciute e hanno unito molto persone. 

Il bellissimo spazio di Settembrini Libri e Cucina a Roma.
Certo fa proprio effetto: da un lato il portale del fienile di Bisarno, che per l'appunto è il protagonista della copertina, sta girando l'Italia e il mondo, come se si fosse incarnato nel libro. Sembra quasi che abbia preso una vita a sé, come in uno degli onirici libri di Murakami: un Bisarno vivo, suggestivo, abitato.
Dall'altro lato, in un universo so far so close, questo da dove scrivo, attorno a quel portone in realtà crescono adesso le erbacce che hanno quasi nascosto l'aia lastricata. La betoniera, immobile perché i lavori sono a singhiozzo, lucente di calce secca colata accanto all'altalena. Un nido di vespe ronza sopra la porta della casa, accanto ai ponteggi che chissà per quanto tempo ancora nasconderanno la facciata. E' come se ci fosse una visione doppia (a quasi un mese dal mio lasik...): un Dorian Gray eterno giovane a sollazzarsi per Londra e il suo ritratto moralmente abbrutito e senescente fermo ai piedi della Sieve. Eh sì, è un po' così. Periodo prevedibile. Adesso dominano le spese, le scocciature, le burocrazie, gli equivoci nel cantiere fra chi fa il tetto, la facciata e gestisce i ponteggi. Eppur si muove. Intanto, c'è vita al Bisarno: la salvia rigoglia profumata accanto alla lavanda. Dopo le ciliegie, le prime a maturare, adesso è il turno di due piante di susine selvatiche, dolcissime. Ci sono poi tre noci gonfi di frutti. Senza far nulla, la natura procede il suo ciclo, quest'anno come mai continuamente del resto annaffiato da continue piogge. Soprattutto, qualcosa di restaurato si comincia a intravedere. Il tetto a capanna della torretta, per esempio, è pressoché completo. E anche qui che fatica: la prima volta era stato combinato un disastro, e che fatica a farlo rifare. Adesso, però, mi piace, tanto quanto come il fumaiolo che svetta. Così come le prime stuccatore. Abbiamo perso un mese a tentare di miscelare calci con ossidi, calci con coloranti, calci con sabbie per poi ritornare alla prima ipotesi, una calce biologica che comunque regala quell'effetto di terreno asciutto, fra il giallino e il corda, molto suggestiva.

Il camino e la parte alta della parete stuccata.


20 giugno 2016

Breve storia della lingua toscana (dalla parte di chi lavora la terra).

Spesso si sorride ascoltando alcune espressioni della lingua contadina, si ironizza sulle virulente coloriture dialettali della gente dei campi. Ci consideriamo fieri paladini di una lingua colta e forbita che niente condividerebbe con lo schietto periodare, vivo e pulsante, del contado. In realtà non molti sanno che la nostra meravigliosa lingua italiana - il "volgare" così chiamato perché inizialmente veniva parlato dal volgo e dai meno abbienti - soprattutto nei suoi termini più icastici e concreti - si sia lentamente costruita dalle forme della lingua agricola latina prima e del volgare poi. Senza dilungarsi in noiose argomentazioni e semplificando un pizzico, l’italiano è una lingua neolatina che si è sviluppata naturalmente dal progressivo disgregamento del latino, perché serviva un mezzo di comunicazione più efficace, diretto e colloquiale e dal potenziale di oralità più marcato.
La prima attestazione scritta in una nuova lingua, l'italiano! Siamo nell'VIII sec.

Inoltre il latino, a differenza di altre lingue classiche come il greco o il tedesco, non ha mai presentato una matrice lessicale a base filosofico-speculativa (più semplicemente: non esistevano termini che definissero i concetti), ma si è formato come lingua grazie all’apporto di alcuni dialetti tecnici, sui quali prevalse per importanza la lingua dell’agricoltura, peraltro la principale risorsa economica dell’antica Roma. Quindi, non è improprio sostenere che l’italiano sia nato proprio nei campi, fra le fatiche, le soddisfazioni, gli accidenti che coltivare la terra comporta. Proprio come “i fiori” nella canzone di De Andrè, la lingua che parliamo tutti i giorni, è sbocciata dal fango, dai ritmi del tempo scanditi dal sole, dalle piogge, dalle campane, dalle geometrie del volo degli uccelli, dai cicli di vita delle piante e degli alberi.
Le prime e più grandi opere letterarie in volgare vengono vergate nel Trecento in una lingua nuova che si parlava in Toscana da qualche secolo: Dante, Petrarca e Boccaccio, i babbi della lingua italiana, pur mantenendo una certa letterarietà espressiva, attingono da subito al mondo agricolo, a metafore agresti, a parole sonore, gorgoglianti e icastiche proprie della civiltà contadine.


Alessandro Manzoni per il suo romanzo nazionale sceglie il fiorentino scritto, "sciacquando i panni in Arno" e fruendo di una lingua comprensibile da tutti e colloquiale.
Il fiorentino, lingua viva su cui poi è stato normatizzato e codificato l'italiano, inizialmente nel Cinquecento grazie alla "questione della lingua" sollevata dal veneziano Bembo, successivamente col milanese Manzoni nell'Ottocento e, infine, grazie alla radiotelevisione irradiata da Roma e all'alfabetizzazione del XX secolo (riducendone ahimè l'ampiezza lessicale e opacizzandone la coloritura espressiva) ha avuto il merito di innestare sistematicamente questo lascito classico nel mondo mezzadrile che ha caratterizzato l'Italia centrale per quasi un millennio.
In questo microcosmo sociale e culturale, anche il linguaggio, necessariamente comunicativo e raramente scritto, si è plasmato in esclamazioni, lessici, non di rado imprecazioni tipiche del lavoratore dei campi e che sono arrivate fino a oggi come parte integrante del vocabolario italiano. Infatti queste espressioni di vita agreste, originate dal latino, riprese nel volgare fiorentino, si sono durante i secoli camaleontizzate nel nostro parlato quotidiano più di quanto si possa immaginare. Qualche esempio? Si pensi al termine “lieto”, che nell’italiano d’uso indica uno stato d’animo sereno e felice. “Laetus”, in latino, è un aggettivo che significa “grasso, concimato”. Una spia del significato originario del vocabolo, del resto, lo troviamo nel termine “letame”, che c’è giunto dal sostantivo latino “laetamen”, in questo caso senza traslarsi, mantenendo quindi intatto il significante agricolo. Potrei portare centinaia d’esempi: attualmente io sto “scrivendo”, voi “leggendo”. In realtà “scribère” e “lègere” (i verbi latini) significavano rispettivamente “incidere” e “raccogliere”, con chiaro riferimento a gesti propri della giornata nei campi. “Condurre”, “conducente”, “condottiero” risalgono al verbo latino “dùcere”, dal significato originale di “guidare il bestiame”. “Egregio” altro non è chi si distingue perché esce dal gregge (“ex gregiis”), “delira” chi sta fuori dal solco segnato dal vomere. La “lacrima”, nobile espressione dei nostri più intimi sentimenti, indicava la gocciolina che trasudava dalle piante e, nella vite, la linfa che saluta il risveglio vegetativo.
Una eredità colta e popolare al contempo, costruita in millenni di fatica agricola ancora oggi viva e pulsante, che ha reso noi toscani abili oratori ed efficaci comunicatori: "Ho desinato con due braciole rifatte, poi ho rigovernato i cocci nell'acquaio e li ho asciugati con l'asciughino".
Quanta forza visiva, storica, culturale - quanta unicità e bellezza? - ha una espressione come questa?

3 giugno 2016

Silère

Il Bisarno è davvero oltre la Sieve oggi. Scrivo dalla pineta di Roccamare, a pochi metri dal mare limpido e azzurro della Maremma. Un luogo dove riposare e silére, trovare pace, dopo gli ultimi mesi in corsa folle. 


Di sera, la risacca sulla spiaggia.

Abbiamo finalizzato l'iter di acquisto di Bisarno il 30 dicembre, entro l'anno 2015, per assecondare una delle tante esigenze del venditore. Da quel giorno non ho mai avuto modo di fermarmi e di riflettere, anche solo per il piacere di gustarmi il ricordo, il sapore di certe soddisfazioni che obiettivamente non sono mancate. Infatti i lavori di restauro sono partiti quasi subito. Idem le maglie burocratiche, i garbugli amministrativi, le magagne economiche. Immediatamente Bisarno ha regalato gioie e al contempo creato complicazioni. Erano peraltro gli stessi frenetici giorni in cui dovevo concludere il libro - i più "matti e disperatissimi" - e fra le altre stavo incontrando gli editori per discutere la pubblicazione. Il libro è finalmente uscito a marchio Cucchiaio d'Argento in anteprima ad aprile al Vinitaly, per poi approdare nelle librerie il 25 maggio. La sua promozione ha mangiato da subito energie, bruciato adrenaline, provocato entusiasmi: nè più nè meno che la sua lunga gestazione, 18 mesi, forse qualcosa di più. Il lavoro di ufficio nel frattempo chiedeva testa, entusiasmo e presenza: non potevo dedicarmi solo al progetto. Ogni tanto qualche trasferta all'estero o fuori regione ad arricchire, a complicare, lo scenario: il Vinitaly, Düsseldorf, Roma, Milano. Poi l'ultima settimana, quest'ultima settimana, a cavallo fra maggio e giugno, che mi ero calendarizzato con attento studio: un incastro di momenti, occasioni e impegni che pensavo perfetto e invece a posteriori é risultato fallace, implodendo,  proprio a causa della sua stessa apparente eccellente definizione. I fatti: decido di operarmi agli occhi col laser (sono, ero!, molto miope) al seguito di una visita con un chirurgo appena conosciuto dopo che per anni avevo nicchiato, tentennato e diffidato di tutto e tutti. Scelta d'impulso e io d'impulso di solito non deieziono neanche. Il giorno è scientemente fissato per il 26 maggio, proprio l'indomani la grande soiree del 25 al Mercato Centrale, la prima de "La Toscana di Ruffino", di cui ho già raccontato. "Così" - mi ero esaltato della mia stessa capacità di razionalizzare - "l'onda emotiva sarà focalizzata sul 25 e arriverò all'operazione senza carichi di stress, senza pensarci troppo". Illuso. Comunque, presentazione che va a meraviglia, non faccio neanche tardissimo la sera, ma a letto un non so cosa - l'adrenalina di rilascio e la tensione preoperatoria - mi impedisce di dormire. Mi opero l'indomani di buon mattino a pezzi: assonnato, cisposo, con una punta di mal di gola, convinto erroneamente di affrontare poco più di un intervento ambulatoriale, sottostimando non tanto l'hic (durante male non si sente, se non l'odore stile pollo sul gas dei miei occhi bruciacchiati dal laser) ma il post, i giorni che stanno seguendo, le imperfezioni della vista. E non é che dal giorno dopo si veda meravigliosamente bene, ecco. "Mica siamo macchine" - ha chiosato l'oculista alle mie prime ansiose domande. Ma io non posso stare fermo, ho tanti impegni incastrati: l'agenda era ancora carica di impegni. Il venerdì, the day after, torno già in ufficio; il sabato accolgo con grande piacere degli amici genovesi in tenuta e a giro per la Toscana. Poi la domenica volo a Parigi per tre giorni di lavoro sotto la pioggia battente (e subito si innestano tipiche paure sorelliane, in questo caso da vista non ancora perfetta, acuite dalla lontananza e dallo sradicamento dal nido). Il martedì 31 maggio rientro su Peretola e da Firenze a casa guido io. Avevo del resto guidato già dopo 24 ore dall'operazione. Le gallerie al buio sono fastidiosissime e amplificano le mie paranoie. L'indomani, il primo giugno, a una settimana, controllo in clinica ("tutto bene ma ci vorrà del tempo per la vista ottimale"), pomeriggio in azienda e la sera un'altra botta di emozioni, con la presentazione de "La Toscana di Ruffino" a Pontassieve, fra gli amici di sempre, la sala gremita, le luci accese a non farmi vedere niente ma un momento davvero intenso, "proustiano", con nostalgie di un passato andato, il professore del liceo, una presentazione che si è fatta chiacchierata e da lì una merenda, una bevuta. A notte tarda il rientro e, il giorno dopo, la partenza per il mare dove mi trovo ora, a cercare di dare un significato alla parola convalescenza, a godermi le creazioni più belle  di questi anni intensi, Costanza e Matilde, e a riposizionarmi su ritmi più umani e, last but not least, su una vista ripristinata e soddisfacente. Per qualche giorno, senza rumori. Silére. L'anno è solo a metà e c'è ancora tanto da fare. 



La pancia e l'ombelico.

28 maggio 2016

Occhi nuovi

"Il vero viaggio di scoperta non consiste nell'avere terre nuove da scoprire, ma occhi nuovi". Ho sempre adorato questo aforisma. E così, la mattina successiva alla lunga serata della presentazione del libro al Mercato Centrale di Firenze (ci saranno state quasi 100 persone: una emozione davvero grande e una non piccola soddisfazione personale), dopo una travagliata notte in bianco per l'adrenalina post-evento e un po' di tensione pre-operazione, mi sono sottoposto a un intervento di chirurgia laser per ridurre la mia tanta miopia e anche il non lieve astigmatismo. Eh sì, "occhi nuovi", caro Proust. Ora sono in convalescenza attiva: in qualche settimana saranno chiari gli esiti. Intanto, sono senza occhiali. Il giorno stesso dell'intervento l'ho trascorso a letto, e ho pensato, avendo poco da agire, al D'Annunzio ferito e accecato per una scheggia all'occhio che si mise a comporre il suo "Notturno" scrivendo i versi su della carta igienica, colto da un raro momento di autentica ispirazione. Io supino e al buio mi sono sentito all'infinito la canzone di Peppino Gagliardi, "Che vuole questa musica stasera", che avevo scoperto in una scena capolavoro di un film capolavoro, "The Man from Uncle" di Guy Ritchie ma, come era prevedibile, non ho lasciato tracce scritte imperiture del momento, se non scribacchiate riflessioni acidule. Oggi è sabato e ho ripristinato una certa normalità, se non visiva senz'altro comportamentale: nel primo meriggio arrivano degli amici da Genova con cui trascorrere una piacevole giornata di gran caldo (oggi sono previsti oltre 30 gradi) fra le nostre meravigliose colline, a far assaporare vini e cibi nostrani. E domenica, tanto per scongiurare qualsiasi effetto noia, mi aspetta subito una partenza aerea, direzione Parigi, la mia quinta volta nella Ville Lumiere, la prima "a nuova vista restituito", per una degustazione Ruffino al Marais. Rientrerò di mercoledì, preciso per la presentazione del libro a Pontassieve durante il Toscanello d'Oro, a cui tengo particolarmente.




il Vate orbo

24 maggio 2016

La Toscana di Ruffino al Mercato Centrale, ci siamo.

Domani è il gran giorno della presentazione del libro. Dal 26 maggio La Toscana di Ruffino sarà in vendita nelle librerie, in tutte le più importanti (e questa è un'altra grande soddisfazione!) e domani, il 25 maggio alle 18.30, daremo il via alle danze con una presentazione in un luogo simbolico e suggestivo, il meraviglioso primo piano del Mercato Centrale di Firenze.






In queste ore il libro è stato visto da qualche persona, sia l'italiano che l'inglese, e abbiamo gongolato per i tanti complimenti ricevuti. Ci sono video molto gratificanti:





E faccio torto non voluto ad altri contributi che adesso dimentico. E agli altri che verranno. E a chi il libro poi lo comprerà, si prenderà la briga di cercarlo in libreria o di acquistarlo on line. Grazie! Siamo tutti un po' emozionati perché il progetto ha toccato corde personali e non solo professionali. E dopo la presentazione fiorentina di domani sono molto contento di anticiparvi che il primo giugno alle 21 saremo nel mio amatissimo "natio borgo selvaggio", a Pontassieve, ospiti di una manifestazione storica come Toscanello d'Oro.
E a fine luglio valicheremo la Sieve per una serata sulla rive gauche di "Live in Sieve", a San Francesco, qui davvero casa mia, con gli amici di Sulla Sieve. In entrambe le presentazioni saremo supportati dalla libreria di Pontassieve La Fortuna.
Poi ci saranno tante altre serate, a Porto Santo Stefano all'Argentario all'osteria La Pace, a Roma, a Milano, a Padova e Genova, al Salone del Gusto di Torino e a Vipiteno.
Noi incrociamo le dita, per domani e per le sorti del libro, che siano "magnifiche e progressive". 
Io di nuovo - lo farò sempre perché non è vuota retorica - ci tengo a ringraziare Ruffino che ha creduto e finanziato il progetto quando era ancora carta vuota di pensiero, oltre ai colleghi che lo hanno arricchito in mille modi, il Cucchiaio d'Argento che lo ha abbracciato e irrorato di risorse professionali e umane uniche (Stefano, Alessandra, Elisabetta, Paola, Roberto), infine e soprattutto gli altri autori. Sandra: si potrebbe scrivere un libro nel libro su quante ne abbiamo vissute per farlo, sugli inciampi, sulle risate, sulle crescite, sulle quadrature, sui nuovi spunti, sui piatti rifatti all'infinito, e su quanto, da inguaribili cultori del nostalgico, adesso bruci che sia finito, andato quel periodo. Tommaso e Vincenzo: lo avete aggraziato col vostro tratto elegante, lo avete elevato con le vostre opere a introduzione di ogni capitolo e con la foto di copertina pazzesca (e che mi è cara anche per un altro personalissimo motivo), lo avete evoluto assecondando e limando le peculiarità fotografiche e narrative mie e di Sandra, che oscillano fra il lezioso e il baracco ma abbondano di sentimento, raccontando sempre La Toscana di Ruffino attraverso un segno grafico distintivo e che ha legato meravigliosamente il tutto, meglio della besciamella di Caterina de' Medici.
Vabbè, ho debordato di nuovo nella prolissità. Chiudo brevemente con delle parole del libro, che rappresentano una dedica alla persona che più lo ha ispirato, mia nonna, che mi ha lasciato anni fa. Ancora oggi mi commuovo a pensarla, ricordando quanto abbia fatto per me. 

"Non avevo mai troppa fame e questo dannava mia nonna che pretendeva di alimentarmi costantemente e mai e poi mai avrebbe permesso che saltassi la merenda: arrivava a rincorrermi - e lo ha fatto fino all'ultimo inerpicandosi su collinette, declinando col suo bastone verso il fiume fra i ciottoli e i rovi, interrompendo accanite partite di pallone - per portarmi inesorabilmente ogni giorno, alle quattro in punto, la merenda. Insieme alla merenda, una spugna imbevuta d'acqua e sapone con cui mi puliva le ginocchia, annerite e "sbucciate" per le cadute o per le mie arrampicate: del resto caracollavo dinoccolato con le mie gambe spigolose e lunghe e inciampavo dappertutto. La merenda della mia nonna, il rito di quella pausa di gusto che imbrigliava per un attimo le nostre scorribande, ci ha entrambi addomesticati, abituandoci a un gesto d'affetto ogni giorno ripetuto, a una consuetudine d'amore di cui ci si accorge della mancanza solo quando poi non c'è più."


21 maggio 2016

"Non credo nelle ideologie chiuse".


La settimana é corsa veloce, funestata dalla notizia della morte di Giacinto Pannella, per il quale nutrivo una immensa stima (malgrado alcune derive proprie della politica che lo avevano inquinato nella acutezza di pensiero negli ultimi anni), lontana dalla retorica dei tanti coccodrilli che sto leggendo qua e là. 
Di fatto il cantiere é stato fermo: stiamo aspettando il materiale isolante da mettere nel tetto che dovrebbe arrivare lunedì. Oggi abbiamo raccolto un po' di pietre dalla macia, dalla sassicaia di una vigna vicina e perfezionato la rete di recinzione. Il mio lavoro, quello quotidiano, mi ha regalato una settimana intensa, culminata con una cena a casa dell'ambasciatore a Roma nella sua meravigliosa villa. Sono rientrato ieri, di venerdì, in tempo per un paio di riunioni in Ruffino, una rapida uscita tardo-pomeridiana per assistere a una mini recita della bambina più grande, per poi tornare in sede ad accogliere l'assemblea dei soci della banca del territorio, la BCC Pontassieve. La cena si é svolta in un ambiente di lavoro di grande suggestione e valenza simbolica, la parte del magazzino di Ruffino deputata al carico-scarico: le bottiglie qui vengono stoccate e poi smistate attraverso degli autoarticolati che arrivano fino a ridosso della struttura, che si apre all'esterno con delle bocche propedeutiche a facilitare il carico dei mezzi. In quasi 140 anni di storia, che io sappia solo due volte sono state organizzate attività conviviali: archeologia industriale nel ventre dell'azienda. Molto bello. Domani giornata di comunioni da parenti e poi lunedì si avvia una nuova settimana, non solo importante per Bisarno, ma anche per il mio io professionista, con la presentazione ufficiale de "La Toscana di Ruffino" al Mercato Centrale, e per il mio io privato, con un piccolo intervento chirurgico l'indomani. Non ci si annoia mai e questo aspetto, tutto sommato, conoscendomi, lo trovo un bene. Chiudo questo post con una meravigliosa frase del compianto Pannella, che ho trovato spulciando nella sua lunga e contrastata biografia: "Io non credo nelle ideologie, non credo nelle ideologie codificate e affidate ai volumi rilegati e alle biblioteche e agli archivi. Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale. L'ideologia te la fai tu, con quello che ti capita, anche a caso. Io posso essermela fatta anche sul catechismo che mi facevano imparare a scuola, e che per forza di cose poneva dei problemi, per forza di cose io ero portato a contestare". (Playboy, 1975)


Pannella durante una delle sue battaglie di civiltà.

16 maggio 2016

-365

Il primo post di questo blog si intitola "15 maggio 2017" ad auspicare la data del trasferimento a tempo pieno a Bisarno. Quel giorno compirò 40 anni, una cifra tonda che sento molto cardinale nel mio cammino di vita. Ieri era quindi il mio compleanno numero 39, e grazie a Matilde, la bambina più grande che lo ha vezzeggiato, aspettato e dolcemente celebrato, penso sia stato il compleanno più bello che io ricordi. Di solito non amo festeggiare questa ricorrenza, manco raccontare al mondo la mera cronaca di un altro giro trascorso più o meno indenne, ma ieri i festeggiamenti - un semplice pranzo fuori fra crostini di fegato, tortelli di patate, arrosto col mitologico piccione passato fra i quattro nonni, dolciastra metà e le bambine - li ho accolti con serenità, trasformati in energia positiva per trovare la carica per le tante sfide davanti a me, a noi, da qui al prossimo 15 maggio. Sempre "in direzione ostinata e contraria". Intanto abbiamo iniziato le stuccature, partendo dalla torre. La scelta dell'impasto della malta è stato ozioso, lungo, ho studiato tecniche, filologia, percorso storico, come miscelare i colori e, alla fine, ho optato per la prima delle almeno 40 prove fatte. Il gruppo si è un po' indispettito, ma la decisione ha accolto anche molte perplessità di chi poi avrebbe dovuto lavorarla, questa calce, miscelarla, colorarla, garantirne una presa sicura. Alla fine, sia per un risparmio economico, sia per la difficoltà di riproposizione della miscela su larga scala, la scelta di una premiscelata in purezza, senza neanche l'addizione dell'inerte locale, ci è parsa la migliore: se non la più bella, la più efficiente. Qui ci sono le prime foto: il colore da bagnato è splendido, da asciutto forse è un pizzico troppo chiaro rispetto al mio desiderata, ma pur sempre gradevole. Soprattutto, sono anche molto contento di come stiano riproponendosi nel loro splendore le murature storico. Siamo alla parte apicale della torretta, dove è stata restituita alla sua presenza originaria medievale anche una finestra con arco: io trovo il restauro molto aggraziato, se si può mutuare un termine proprio della scultura alla muratura.


Stuccature secche di un giorno della finestra sulla torretta.






14 maggio 2016

Super hanc petram.

Siamo ripartiti: dopo una settimana di stagnazione burocratica e una empasse sulla organizzazione del lavoro, abbiamo ripreso con maggiore forza e ancora più braccia per accelerare i lavori sul tetto.  
In questi giorni però non sono stato fermo (ci mancherebbe!) e mi sono dedicato a uno degli aspetti che parrebbe marginale o perlomeno non prioritario ma che mi regala grandi energie ed entusiasmo fondamentali, ovvero il tentare di dare una logica di movimento e destinazione alla zona esterna, quella che scivola verso fiume sotto il fienile e la porcilaia. Ci sono dei metri di terreno, pochissimi, in pendenza talvolta brusca, che erano precedentemente lasciati all'abbandono.
Noi avevamo già fatto una prima opera di pulizia delle erbe e arbusti infestanti, poi avevamo tagliato le erbacce con un tagliaerba, dopodiché ci siamo messi a ripulire dai rifiuti abbandonati. Infine, aiutati da una ruspa, abbiamo spianato di qualche centimetro le gibbosità: un lavoraccio.
E questa mattina di sabato, ancora una volta perturbata e fangosa, mi sono messo a "disossare" dal terreno lavorato le tante formazioni lapidee, sassi e rocce, che sono affiorate dal terreno smosso: serviranno per nuove murature, muriccioli, il lastricato dell'aia che é ormai incompleto e dei recuperi di parti danneggiate. Fa uno strano effetto osservare da vicino le pietre, mentre tento di riprendermi un minimo dal sudore umido che mi bagna: è un piacere riconoscere il galestro, che ogni volta che lo lancio si sgretola in scaglie di un grigio acceso. Poi c'è il colombino, col suo marrone caldo, cupo, poroso. Il sasso di fiume, piccolo e stondato dai flussi delle acque. La pietra serena grigia. L'alberese, peraltro dominante anche come materiale costruttivo nella casa. Poi la mia preferita, "innominata" perché nessuno mi sa dire con certezza cosa sia e che dovrebbe essere un alberese ma è ricco di striature dal giallo canarino al giallo ocra molto atipiche: bellissima, sembra raccontare coi suoi scarabocchi cromatici la sua formazione millenaria. La terra che le custodiva è  cupa, carica, grassa: dovrebbe essere molto argillosa. Nel mentre delle mie fatiche - sono sporco di fango fino agli occhiali - due gatti si danno da fare (temo una prolificazione a breve di micetti, a meno che stiano solo giocando, ma i miagolii di lei me lo farebbero escludere, oltre alle convulse e sgangherate ancate dell'agitato maschietto), il ciliegio sta dando le prime ciliegie - sane, profumate, buone: è la prima volta che mangio un frutto della mia proprietà, una bella sensazione), un fagiano maschio è sempre qui con me a farmi compagni, con merli, storni, gazze e colombe ad allietarmi col loro cinguettio. Avverto una gradevole sensazione di panismo che pensavo esistesse solo come atteggiamento forzato e letterariamente costruito nei libri di poesia, fra Virgilio e D'Annunzio. Invece no!



Ecco qua la mia pietra preferita!

5 maggio 2016

Ferdinando, il Vate e il Bonaparte manzoniano.

In giorni in cui a Bisarno ci siamo ingaglioffati in garbugli e noie di ogni tipo, che hanno rallentato fino alla paludosa stasi il già lento incedere dei lavori, mi piace pensare a una persona di qualche secolo fa che, a pochi chilometri da qui, costruì il suo sogno abitativo, un castello in stile eclettico immaginifico e fiabesco: Ferdinando Panciatichi Ximenes e il suo Castello di Sammezzano. Il mio daemon (leggetevi "II  codice dell'anima" di Hillman: il daemon é una delle poche teorie che hanno fatto presa sul mio pensiero scettico e miscredente) mi pone ogni tanto davanti questi modelli, questi exampla, come volermi spronare ad andare avanti senza tentennamenti. Spesso mi trovo "solo" nel pensiero e nell'azione, ed è una sensazione bivalente, che mi esalta e mi inquieta al contempo. Certe cose so di volerle fare, sento di doverle realizzare, e in certi momenti questa coazione inconscia è tracimante. E così, in treno verso Milano, sono casualmente (o forse non casualmente) incappato in un numero abbandonato dal passeggero precedente di Vogue Casa: sfogliandolo per curiosità, mi sono imbattuto in un articolo scritto peraltro molto bene - e mi dispiace non ricordare il nome dell'autore - sul Castello di Sammezzano e sulla visione del mondo del suo artiere, il buon Ferdinando. Mutatis mutandis, qualche secolo dopo Gabriele D'Annunzio avrebbe creato il suo complesso, il Vittoriale, come proiezione brillante del suo ego, della sua "vita inimitabile". Bisarno é una semplice struttura contadina, non é né un castello di stile moresco né il correlativo maestoso e scintillante dell'animo gonfio e tonitruante del vate pescarese. Ma non è questo il punto, la sinestesia è un'altra: io condivido col Panciatichi non le risorse e la maestria architettonica, ma le inquietudini anarchiche, la voglia di affermarsi con una colonna policroma e una sequoia secolare; col Vate non il fascismo in nuce o certi eccessi di maniera, ma l'ego un po' tronfio e le ambizioni di proiettare in una dimora le sue gesta (anche se nessuna deriva museale o egotica vorrei fosse mai percepita a casa mia). E mi va di pensare in queste ore pastose e faticose a una casa che un giorno possa davvero raccontarmi ed esprimermi, e raccontare ed esprimere quello spirito che la ha generata e plasmata negli anni, anche quando non ci sarò più e "pulvis fuimus". E infine, ennesima casualità forse non casuale, mi accorgo - giusto ora alla fine di questo sproloquiare - che é il 5 Maggio: nel 1821 moriva Napoleone, altro tizio che visse la sua vita "a rebour", contro corrente, come Ferdinando e come D'Annunzio: il buon Manzoni ne compose una ode bellissima che al liceo facevo fatica a capire ma che oggi mi pare splendida, sofferta, terrestre e divina, di grande ispirazione, soprattutto nella chiusa, lenta, dolce che ritrae Bonaparte sul letto di morte a confronto con sè, il suo passato e le paure di un domani non necessariamente carezzato dalle sicurezze cristiane dell'aldilà, dopo una vita trascorsa a scrivere la storia con le sue azioni: "Tu dalle stanche ceneri / sperdi ogni ria parola: / il Dio che atterra e suscita / che affanna e che consola / sulla deserta coltrice / accanto a lui posò". Oggi il mio daemon mi ha aiutato così.



Una sala di Sammezzano.

Una stanza del Vittoriale, piena di oggetti che ricordano le gesta del vate.

28 aprile 2016

Crolli murari e sbalzi d'umore.

Oggi è una giornata uggiosa. Piovizzola, fa freddo e soffia un ventaccio grigio. Si è riaffacciata anche una questioncina di salute che come sempre riesce a spaventarmi e a tirarmi giù, riprecipitandomi fra i recessi malinconici e ipocondriaci del mio io. Non il miglior approccio per le tante, tantissime questioni che mi circondano: le mie bambine e la loro crescita, il lavoro che chiede continuamente nuove idee e immediati risultati e, ovviamente, il restauro di Bisarno che mi avvolge fra le sue mille spire, molte dolci, dolcissime, altre amare, amarognole. Questa settimana, una settimana atipica di ritorno al freddo quasi invernale, é stata scossa da un piccolo cedimento strutturale fra il primo e il secondo piano della torre. Racconto l'accaduto al passato, come a scacciare, esorcizzare, rimuovere l'episodio, anche se la questione è ancora urticante e la messa in sicurezza in emergenza del crollo attraverso una grande longarina di ferro, un paio conficcato fra i due lati dell'apertura, ancora da rifinire, murare e nascondere. Ma come si è arrivati a questo? La casa aveva all'altezza del crollo una spanciatura, un "bozzolo", una pancia, e nel cercare di attenuarla, parte della zona interessata é collassata dopo la rimozione di un paio di pietre, trovando una naturale conclusione nell'architrave a testa di un sottostante finestrone che ha limitato il danno. Il materiale murario a collante della torre, del resto, é vecchio di ottocento anni, eroso dal tempo e nelle fessure fra pietra e pietra si sono insinuati nidi di uccelli, storni, merli e piccioni, che hanno riempito di calde pagliuzze le strutture, beccando via quel già poco di calce, di muratura, rimasta a legare le pietre e i mattoni. Imprevisti che possono capitare, che mi sono stati riferiti solo a giornata conclusa, tanto che se ne fossi stato edotto non sarebbe cambiato il corso delle cose e il mio supporto non avrebbe portato altro che ansie e nervosismo.



Qui il crollo è stato già tamponato, come si può vedere dalle pietra stuccate sopra la longarina.