6 settembre 2016

Dopo il diluvio, il vino. Le origini. La storia del vino. Parte 2.


Trecentomila anni fa il rampicante vitis vinifera cresceva spontaneamente nella cosiddetta «fascia viticola», che dalla attuale Spagna si propagava fino alle pendici dell'Himalaya. E' in questa fase preistorica che si crearono le condizioni biologiche per la proliferazione di questa pianta, progenitrice della nostra uva.




La fascia vinicola dove 600000 anni fa (no, non ho messo troppi zero...) il rampicante della vite cresceva spontaneo.
Con un poderoso balzo in avanti nel tempo giungiamo a circa 6000 anni fa quando gli abitanti dell'attuale Armenia e Turchia Orientale, parte dell'antichissima fascia viticola, furono i primi ad addomesticarla con la finalità di farne vino. L'Armenia ai tempi non era definita ovviamente come nazione: quelle terre venivano chiamate in età antica Colchide, la mitica Colchide raggiunta ed esplorata da Giasone e gli Argonauti. Il genere umano era già passato dalla vita nomade alla vita stanziale. L'uomo non conosceva la scrittura, aveva drizzato la schiena e comunicava con quella che può essere considerata una forma di pre-linguaggio.
Giasone prende il vello d'oro: particolare di un vaso greco.
Tuttavia l'origine, la scintilla evolutiva che portò gli abitanti della Colchide alla vinificazione, alla creazione del vino dalla fermentazione controllata dell'uva coltivata è ancora un mistero. L'intervento dell'uomo è fondamentale: del resto la naturale deriva dell'uva è l'acescenza. L'uva non si eleva spontaneamente in vino. E nessun scienziato e storico ha mai spiegato come avvenne "l'invenzione della gioia", per citare il titolo di un meraviglioso libro sul vino di Sandro Sangiorgi. Abbiamo solo concomitanze di ipotesi scientifiche che individuano un grande evento cataclismatico, un diluvio, avvenuto 6000 anni fa: questo il "quando". Per il "come" sfuggiamo dalle algide maglie logiche della scienza per avventurarsi nelle seducenti quanto scivolose prode della suggestione. Infatti autori, scrittori, poeti di culture e popoli lontani fra loro cantano nei loro miti, nei loro testi sacri, fra le loro misteriose leggende, di un drammatico diluvio che quasi provocò l'estinzione del genere umano. Ecco, nel successivo rinascimento di quei pochi superstiti, c'è sempre un eroe, un portatore di luce, un archimandrita che guida il suo popolo e pianta una vite. E questo "come" è quindi affidato a storie, leggende o racconti biblici di popoli vissuti e sviluppatisi qualche millennio dopo il diluvio e che ambientano ai tempi del diluvio queste origini. I Babilonesi, primi in ordine cronologico, amavano e apprezzavano il vino: è di età babilonese il primo documento artistico di persone che bevono vino, lo Stendardo di Ur. I Babilonesi riconoscevano e adoravano un dio, meglio una deità della vite, tale Geshtin, "madre dell'uva". Nella epopea narrata in uno delle loro opere letterarie compare un eroe, Ut Napishtim, che offriva agli operai che stavano costruendo un'arca per affrontare il diluvio il succo della vigna. Dercos-Haelius, "il marinaio del vino nuovo", era un altro eroe tratteggiato che affrontò il diluvio e al termine dell'alluvione piantò una vite in segno di rinascita.
Il primo documento artistiche di persone che bevono vino: lo stendardo di Ur, età babilonese, conservato al British Museum.
Venendo alla civiltà greca, qualcuno di voi forse conoscerà la figura di Deucalione, la cui cagna partorì un tralcio di vite e il figlio Oreste lo piantò.
Infine, e ai più ben noto, il rimando sacro, quello che noi tutti conosciamo, il racconto biblico - si trova infatti nella Genesi - del diluvio universale e dell'arca di Noè. Noè piantò dell’uva e se ne ubriacò, una volta approdato sul monte Ararat in Turchia.
L'Ebbrezza di Noè al cospetto dei figli, come raffigurata dal grande Michelangelo.
Al di là delle leggende e dei racconti biblici che portano un po' di luce, ma non troppa, sul "come" nacque il vino, è coerente col nostro racconto un aforisma di Tucidide: “I popoli del mediterraneo cominciarono a emergere dalla barbarie quando impararono a coltivare la vite e l'olivo”. Lo storico greco sottolinea nella nascita del viticoltura un passaggio fondamentale per la civiltà umana. Come scritto sopra: vino come sinonimo di civiltà. Suggestivo è che questa origine del vino venga collocata e fatta coincidere con un rinascimento, una nuova era aurea, in una ascesi del genere umano, successiva e migliore a quella antidiluviana dominata dalla barbarie e dal peccato. Dopo tanta acqua a lavare i peccati e l'abbruttimento, ecco finalmente il vino!








26 agosto 2016

Si riparte e si ricomincia.

Con il solito sentimento bivalente mi appresto a tornare alle mie "sudate carte, ch'io nacqui per loro": a lavoro in Ruffino, nella mia casetta a San Francesco, fra le mie passioni e i mie demoni, fra la polvere e le problematiche di Bisarno. Settembre, anche se ancora non lo è, è un mese strano: climaticamente il più bello dell'anno. I colori e le temperature di questo mese restituiscono una Toscana esageratamente bella, fuori concorso, da vivere con cene all'aperto, scampagnate, giornate al mare con meno persone, visite nelle città e nei borghi non più mangiati dall'afa. Dall'altra però settembre ti inchioda alle responsabilità di una nuova stagione che si materializza davanti a noi: appunto il lavoro, le preoccupazioni, le necessità quotidiane, le urgenze.
Al lavoro - mai realmente abbandonato quest'anno per colpa di viaggi poco esotici e di una connessione wi-fi ormai presente ovunque (e di una incapacità mia di astrarmi) - incombe Cookstock, un evento che si svolge a Pontassieve e che ci vede protagonisti, con le cantine Ruffino eccezionalmente aperte e con un contributo organizzativo massiccio.
A Bisarno abbiamo ripreso quella che avevo definito in un post di un mese fa circa la "rifondazione comunista": i pavimenti di due piani terra sono stati affondati e vi abbiamo gettato sopra uno strata di "magrone", del cemento molto granuloso. Adesso vi abbiamo posto il "cupolex", un sistema di vasi dalla forma di gusci di tartarughe funzionale a favorire l'areazione. Sopra poi abbiamo messo una rete in maglie di ferro in attesa di ricoprirlo con del cemento. Poi i tubi sopra, deinde il massetto e infine il pavimento. In attesa di preventivi per gli infissi e con sopralluoghi di elettricista e idraulico in atto.
Inside me, umore non altissimo in questi giorni perché si vedono soprattutto macerie, sbrani, costi, spese, problemi e questioni complicate.



Cupolex: un guscio, una corazza pe favorire l'aereazione sotto il pavimento del piano terra.




La rete sopra il cupolex.




La gettata.

19 agosto 2016

Cosmonauti in Linguadoca.

In voyage fra la Languedoc e la Provence. Ogni tanto penso a quanto mi abbia dato questo indomito ulissismo, Intanto, paradossalmente, ma neanche troppo, mi ha ancorato al mio paese, "se non altro per il gusto di andarmene", e ogni volta tornare. Mi ha istintivamente attratto verso strutture da restaurare e far emergere nella loro personalità e che sapessero raccontare la loro storia. Ha inoltre restaurato anche me, un lifting della mia personalità, costruendomi - nella condivisione e nella conoscenza - come persona curiosa, aperta, progressista.
E sto anche cercando di trasmettere questa malattia, l'ulissimo, la voglia di viaggiare e conoscere ciò che è diverso e distante da noi, non necessariamente innamorandomene, anche alle mie bambine. La più grande ha da un mese compiuto 5 anni, ha già preso venti aerei, calcato treni, pedalato su biciclette a rotelle, ascoltato storie antiche su battelli, remato in canoe, percorso decine di migliaia di chilometri. Distingue il guacamole, il gatzpacho e il rocquefort pur amando su tutto il pesto. Ha sguardi curiosi e aperti verso il mondo e gli altri bambini. Sa stare a tavola coi sapori dei vari paesi trionfanti nel suo piatto (nel calice ancora a presto!), curiosare a zonzo per le città, passare ore in auto senza bizzare e camminare fra paeselli, musei, colline, paludi e montagne per il piacere di stare insieme a noi, apprendere, rispettare e divertirsi: perché qualche gioco più bello dell'avere un mondo intero da scoprire? E la sera disegna le sue scoperte in un album di viaggio, il suo personalissimo diario di bordo di questi strani giorni trascorsi sempre assieme, google map, i crackers contro il mal di macchina e la musica da canticchiare.
E ho infettato anche la mia dolciastra metà, l'azzeccagarbugli di casa, la mia compagna che oggi per altro vede - dalle rive del Gard ai piedi del celeberrimo Pont, dove ci troviamo adesso - scorrere il suo trentanovesimo anno! A dirla tutta lei aveva una vita anche prima di conoscermi, e già viaggiava: noi lo facciamo insieme da "poco". Il primo è stato nel 2002. Lo scorso anno abbiamo festeggiato il suo trentottesimo da Gracia, a mangiare sarde in un locale eclettico e cupo a Barcelona. E se vado a ritroso con la memoria ne abbiamo imbastiti di brindisi esotici! Anche dove il vino era proibito e abbiamo levato succo di uva e tamarindo.
E io sono contento e pieno di orgoglio di avere questa famiglia e questo entusiasmo nel muoverci, viaggiare e crescere tutti insieme. Stasera brindiamo al suo genetliaco con una italianissima bolla di Franciacorta: a noi e alla Francia, emblema di nazione che ha cercato di integrare, farsi una e sincretica, averci regalato l'illuminismo, la libertà di pensiero e l'esempio per fare rivoluzioni e che oggi vede caraccolare, ma non frangersi, le proprie fondamenta ideologiche e culturali.



Le mie donne e il Pont du Gard alle spalle.

Le mie donne per i vicoli di Montpellier.

15 agosto 2016

Il barbacane.

Oggi é ferragosto, cardine malinconico e bruciacchiato dell'estate. La smania di dover fare qualcosa - é ferragosto! - non l'ho mai digerita. Come ogni festa comandata direi. I lavori al Bisarno sono congelati fino al 22 circa, ma molti miei pensieri, e riflessioni, ci orbitano attorno. Come durante la pedalata di ieri sulla Colognolese. Un anno fa di questi tempi eravamo in vacanza a Barcellona, ascesi dopo lunga camminata fino al Tibidabo, e aspettavamo una risposta che doveva essere positiva, ma non arrivava mai, alla nostra migliore offerta possibile per l'acquisto di Bisarno. A Bisarno c'erano ancora gli inquilini, e c'era l'intermediatore dei venditori, che oggi é il nostro geometra e ormai amico, che disturbammo con una chiamata Barcellona - isola greca per avere notizie, aneleti, segni di una qualche risposta: risposta che sarebbe arrivata mesi dopo, dopo grottesche situazioni nella trattativa che avrebbero meritato un libro, o un blog a parte. Oggi la situazione é molto meno sospesa, fortunatamente. Bisarno é messa forse peggio di quando la abbiamo finalmente acquistato, l'ultimo giorno del 2015, ma per me rappresenta é una freccia di entusiasmo scagliata verso il domani. E una sfida, un missione, un progetto così mi aiuta a compiermi e definirmi come persona. Ci ritrovo radici, la storia del mio paese, correlativi architettonici e comportamentali (in un podere di campagna) di quel che sono, siamo, momenti di equilibrio psicologico. 
 Ieri ci siamo tolti lo sfizio d fare una giratina con mio suocero nei luoghi della sua infanzia e della sua adolescenza. Campagna contadina sopra Pontassieve. Posti splendidi in cui abbiamo sentito più volte gli spash delle piscine di festosi stranieri (olandesi, francesi e tedeschi su tutti) relaxing under the tuscan sun. Quantum mutatum ab illo. Quanto é cambiata dai giorni agrodolci della mezzadria la nostra campagna. Ci siamo inerpicati dalla chiesa del paese verso le vestigia di un castello demolito quasi mille anni fa dai Guelfi senesi e che costituiva zona di giochi, fra i sassi franati a terra (alberese con una striscia nera fra gli strati) e la torre diruta. Oggi ci sono rovi e macchia e quel ronzio continuo di mosche e moscerini che tanto mi ricorda anche i miei giorni da piccolino in estate in Casentino. Il campo da pallone. Il prete del paese. Il professore ormai vecchissimo, colui che nel paese aveva un po' studiato e si poteva fregiare di un titolo rispettoso ma anche un po' sbeffeggiato. La scusa di questa madelaine proustiana era in realtà verificare sul campo la presenza sulle case contadine di una struttura architettonica non bella ma caratteristica che spesso punzonava le fragili e irregolari murature di campagna e che forse sarà necessaria anche nella facciata vista aia di Bisarno: un elemento murario di sostegno e raccordo chiamato da tutti barbacane.
La parola barbacane non l'avevo mai sentita dire. E a orecchio non direi che rientra nel vocabolario fiorentino contadino delle architetture di campagna. Ma quando le pareti cominciavano a cedere, o si dovevano legare blocchi irregolari, ai costi e ai tempi e alla difficili tecniche di rifare la muratura si preferiva costruire questo dente, questo punzone - in alcuni casi larghi diversi metri e con una ampiezza alla base di quasi mezzo metro, che finiva per ristringersi fino allo zero salendo verso l'alto - che al contempo sosteneva e nascondeva, legandole, due pareti disassate, o un muro "sbombato". 
A Bisarno abbiamo il modulo centrale della torre a cui secoli dopo é stato affiancato il modulo stalla con grandi problemi di filo e di cedimenti, "risolti" nel tempo con una sovrammuratura ormai fatiscente. Questa sovrammuratura peraltro, una volta tolta, ha rivelato una porta ad arco che corrispondeva al sottoscala della scala che porta ai piani superiori. Scala successiva alla torre. Cioè se noi ripristinassimo quell'apertura ci troveremmo davanti il vuoto (riempito) della scala che sale al piano superiore. Probabilmente - e qui sta poi il problema di filo delle murature a vista esterne che richiederanno forse un barbacane di cui sopra - la torre coi suoi tre piani é l'elemento  più antico, del XIII secolo. Successivamente é arrivato il modulo stalla, di cui la porta ad arco costituiva un ingresso per gli animali. Poi si decise di costruire delle scale esterne (esterne alla torre ma dentro la casa, dentro il modulo stalla) per salire sulla torre, mangiando spazio alla stalla e che hanno reso inutile l'ingresso e la fruizione dello spazio posteriore la porta arco (lo spazio posteriore sarebbe divenuto infatti un sottoscala): da qui in concomitanza con la realizzazione delle scale la muratura di quell'arco e gli accrocchi murari che al momento attuale del restauro stanno facendoci valutare di creare un barbacane di giunzione e rafforzamento. Un ultimo dubbio nella ricostruzione storica architettonica: prima delle scale come si saliva e scendeva al primo e secondo piano della torre? Boh! Secondo me (magari un giorno troverò il cabreo che cerco a confermarmelo) la torre, essendo una torre di difesa, aveva dei sistemi di salita a botole e scale in fune. Per isolarsi piano da piano in caso di attacco. Poi a tempi meno bellicosi si era resa necessaria una scala stabile e permanente. Resta ancora un dubbio. Togliendo l'intonaco dalla stanza del camino, il piano terra della torre, é emersa una apertura, murata, piuttosto alta. Che diavolo era? Una finestra così grande non aveva senso in una struttura difensiva. E se fosse una cicatrice di un ingresso al primo piano? Chissà, i misteri architettonici di Bisarno, dovuti alla plasticità con cui le strutture mutavano a seconda delle esigenze, sono ancora tanti...

Un barbacane...

Un secondo barbacane.

Un terzo barbacane...

12 agosto 2016

Il gene della convivialitá. La storia del vino. Parte 1, Prologo.

Gusto sempre con piacere un bel calice di vino in compagnia. Del resto sono, siamo fortunati: lo scenario è quasi sempre incantevole, siano antiche architetture di campagna di galestro e mattoni, accanto al camino durante le cene di inverno, sia il fresco dell'aia, o di un cortile, o nell'atrio di un palazzo quando la stagione è bella. Una lunga tavolata, i miei amici con cui spartire un quieto momento di felicità non proclamata, e attorno a noi la magnificenza della Toscana.
Siamo del resto eredi di una filosofia, di un modus vivendi che ha fatto scuola: il gusto toscano, la bella vita, il sapersela godere con temperanza. Anche col rischio di subire stereotipizzazioni caricaturali per chi ha lo sguardo presbite e abbagliato del lontano. Un calice, anche due - del resto quel formaggio è irresistibile, quel salume mi chiama coi suoi profumi, e poi mi devo "pulire" la bocca - e allora l'atmosfera si fa spesso più sciolta, ci si confida, ci si sente a nostro agio, si affrontano questioni personali, anche intime, gli argomenti si fanno profondi. Si crea un bel clima, una "social catena" che mi fa sentire parte di un tutto. 
Il restauro di Bisarno, la scelta di ingaglioffarmi fra mutui, spese e problemi di ogni tipo, segue proprio questo richiamo interiore, questo istinto.
In fondo in questi momenti noi reincarniamo, riviviamo, quello che per millenni chi ha calpestato, addomesticato, antropizzato queste stesse nostre terre, ha sempre compiuto: parlasse etrusco, latino o fiorentino, lo chiamasse simposio o convivio.
Sì, conviviale è un termine che mi piace, racconta perfettamente cosa è il vino oggi e dove deve porsi: in mezzo a chi si vuol bene, a tavola, fra franche parole. Sembrano fortunatamente finiti, complice anche la recente crisi economica, gli eccessi cattedratici, frigidamente edonistici con cui si è fruito del vino a cavallo del millennio.
Questa convivialità evoluta, questo gusto nello stare insieme, questo modo di essere riaffiora dal nostro istintivo, atavico bagaglio comportamentale e relazionale.
Di come ci siamo arrivati è una bella e lunga storia da raccontare.
Una storia licenziosa, perché parla anche di piaceri della carne.
Avvincente perché le donne, per esempio, l'ammissione al convivio se la sono dovuta sudare attraverso momenti bui, come lo ius osculi (vedremo cosa era), e altri ben più luminosi, come la vita di Caterina de' Medici.
Divina di Dioniso, Bacco e Fufluns. Mito, rito e religione.
Terrestre di fiaschi, mezzadria e arguzie contadine. Di taverne e crapule.
Tragica e comica. Eucaristica e fescennina.
A lieto fine e sempre dal profumo di vino. Quello stesso vino che fermentando nel grande tino dell'esistenza, millennio dopo millennio, ci ha plasmato nella nostra identità toscana e, per molti aspetti, italiana. E pensare che tutto ha avuto inizio molto lontano da qui, nella Colchide di Giasone e degli Argonauti, l'attuale Armenia, circa 6000 anni fa, quando si cominciò ad allevare la vite per farne vino...





Fufluns, il dio etrusco del vino: sapeva godersela, tutti noi gli dobbiamo tanto!

8 agosto 2016

Il Bisarno oltre l'Amstel.

Il Bisarno oltre l'Amstel, il fiume che ha dato origine al primo insediamento chiamato Dam, la diga appunto che lo ha reso possibile strappando un primo fazzoletto di terra dal mare. Diga sull'Amstel: Amsterdam, dove ci troviamo in questi giorni. Ricevo whatsapp con foto dei lavori al Bisarno, con l'ansia e la colpa di chi sente quasi di aver tradito qualcosa, allontanandomi dall'ecke ecken nevrotico e sentimentale, appagante e travolgente, di questa fase della mia esistenza: il restauro di questa vecchia casa di campagna. Eppure sembra quasi che senza di me i lavori procedano più veloci, come se in loco la mia stasi di pensiero incagliasse il dinamismo di azione. La facciata posteriore del modulo torre è quasi completa ed è venuta una meraviglia: la contemplo dal piccolo schermo dell'iPhone con questa strana nuova vista dopo il Lasik che mi fa vedere bene da lontano ma mi infastidisce da vicino, quando cala un po' la luce, nelle penombre e nelle stanze con le luci artificiali.
La facciata posteriore: la parte apicale sinistra è quasi completa. A noi piace!
Poco prima della partenza abbiamo anche presentato il cosiddetto "abaco degli infissi", relativo alle aperture afferenti alle due stanze che porteremo in ristrutturazione immediata: la stanza del camino e la stanza ingresso, dove verranno anche individuati un bagno e una lavanderia-spogliatoio. 
Gli schizzi per le prime finestre: opteremo per il ferro, scelta complessa ma che alla fine mi convince più delle altre.

Adesso impugno la bicicletta, simbolo di questo viaggio ad Amsterdam, e torno a immergermi in questa affascinante città fra i canali, che ha un po' della mia Berlino, soprattutto nella zona del porto dove dominano moderne architetture di vetro e acciaio, qualcosa di Barcellona, per un certo tocco mediterraneo negli eccessi ludici e sguaiati, una spolverata giovane, pansessuale e panteista, veggie e hi-tech di San Francisco, una facile analogia con Venezia, con le acque che la irrorano come un sistema sanguigno e i canali che la dominano, a tratti evidenze di Amburgo per quei mattoni scuri, il porto, i dock, l'anima marinaia e commerciale, e, infine, un pizzico anche di Londra, per il tempo bizzoso, spesso ventoso e piovigginoso e il sincretismo delle sue culture che la rendono una città molto divertente anche dal punto di vista gastronomico. Non poco per quella che una volta era solo terra strappata con fatica al mare e buona solo per coltivare patate.

Io e le mie "olandesine".

Un ingresso un po' macabro, ma il font del civico fa molto Amsterdam.




2 agosto 2016

Scavi (interiori e no) e prospettive (architettoniche e no).

Luglio è finito e siamo ormai scivolati nei caldi giorni di agosto. Bisarno è invaso da erbe, piccioni, gattini e insetti di ogni tipo, in dominanza fastidiose zanzare. Non siamo più a pieno organico, per molti sono iniziate le ferie o i ritorni nelle proprie  regioni e quindi non ci sono più i ritmi folli del mese scorso e il caldo sembra quasi creare una atmosfera ovattata e fuori dal tempo. Lo scorso fine settimana abbiamo compiuto un lavorone: lo scavo e gli interramenti dei corrugati per i fili della luce e del telefono, a oggi orribilmente aggrappati direttamente alla nostra facciata quest'ultimi e ancorati in un traliccio di cemento ficcato in mezzo all'aia i primi. Scavi, inserimento dei pozzetti, passaggio dei corrugati e successiva copertura del terriccio smosso. Realizzazione di un casottino affiancato al porcile per contenere il contatore. 
La compagnia è "picciola" ma ben assemblata: abbiamo la fortuna di avere un vicino splendido, una persona deliziosa ed estremamente competente che possiede e sa manovrare i trattori per gli scavi e sta dando un enorme aiuto, anche di presenza ed entusiasmo, a tutta Bisarno. Ci sono i patres, che vigilano, sorvegliano, agiscono e contribuiscono ognuno con le proprie possibilità e abilità C'è un muratore che è un artista e che gestisce ogni aspetto di ripristino murario con sensibilità storica. Un geometra "architettoso" e perito in mille scibili vigila che tutto sia fatto a norma e che il bello ci sia in ogni recupero, e che sia un bello funzionale. C'è la ditta, composta soprattutto da persone, ognuna con la proroga marcata personalità, che sta rifacendo i tetti. I ponteggisti. Le varie professionalità di volta in volta attivate (quante spese ahinoi), la divinità così spesso imprecata. Poi c'è l'architetto, che conosco per lo splendido lavoro della casa attuale in cui vivo e di cui mi fido, con cui stiamo costruendo il progetto Bisarno (chiamato ormai dai miei amici per prendermi in giro Trisarno, Tetrarno, finanche Pentarno) credo con scelte coraggiose e non troppo convenzionali, che ne manterranno la storicità, quel giorno perso nell'orizzonte in cui sarà terminato, ma con un flair di contemporaneità. 

Le mie scarpe hanno ceduto e io le ho raffazzonate in qualche modo.

Il canale per i tubi.

La casottina per il contatore della luce (quasi sprecato!)

24 luglio 2016

Rifondazione comunista a due mesi dalla Lasik.

Che ho fatto durante questo fine settimana? Ho festeggiato le Mignoliadi, una tre giorni di compleanno della mia secondogenita, coccolata da amici e parenti in pantagrueliche libagioni e portato a termine, agens et observans al contempo, la rifondazione dei solai del piano terra della stanza che costituirà il nuovo ingresso, il bagno ospiti e la lavanderia e della stanza camino: con un gioco di parole fra quello che stavo facendo e l'approccio con cui lo abbiamo fatto, questo micro-progetto di lavoro é stato definito "rifondazione comunista".

Alla fine ce l'abbiamo fatta!
Intanto, luglio sta volgendo al termine e la prima settimana di agosto sarò in vacanza in nord Europa, ma finalmente i lavori al Bisarno hanno preso un bel ritmo e le soddisfazioni, per quanto sudate - carriola dopo carriola dopo carriola di terriccio portato via - non stanno mancando. Fra qualche giorno saranno anche due mesi dalla mia "vista nuova". Mi sto abituando a un nuovo modo di vedere: da lontano, in condizioni di buona luce - né troppo abbagliante né troppo ombrosa - mi pare di aver attivato l'alta definizione; al buio la vista invece si fa precaria, gli effetti della luce artificiale fastidiosi, e anche le le ombre non mi restituiscono una visione nitidissima; da vicino, infine, faccio fatica a leggere le parole più piccole, come se ci fossero i prodromi di una imminente presbiopia. Ultimo e collaterale, l'occhio sinistro mi pizzica sempre tantissimo. Mi sono anche imbattuto in letture particolari, in cui si predicano i miracoli della ginnastica visiva: qualcosa ho tentato, ma temo il mio istintivo scetticismo mi freni, e se non ci credi profondamente a queste cose l'efficacia é molto ridotta. Sono soddisfatto, lo rifarei? Direi di sì, senza tracimanti entusiasmi perché i fastidi sopra elencati non mi piacciono per niente ma tutto sommato i pro vincono sui contro. L'intervento infine pare abbia avuto anche una gradita funzionalità estetica, rendendo i miei occhi più fermi nello sguardo e sgranandoli un po' di più. Ne sono molto contento! In questo selfie a razzolare al Bisarno una delle mie prime foto senza occhiali. 


Eccomi qua!

22 luglio 2016

La Toscana di Ruffino, il video della presentazione e le nuove tappe.

Post atipico, che interrompe per un attimo i pensieri grevi e onerosi di lavoro e restauro e ci riproietta alla presentazione del libro al Mercato Centrale, svoltasi a fine maggio scorso e qui riportata in un video integrale grazie al grande lavoro degli amici di Tele Iride.
L'indomani mi sarei fatto il lasik agli occhi e il libro avrebbe poi vissuto altri suggestivi momenti di presentazione. Intanto, per chi avesse voglia di rivedere quel momento, per chi non ci fosse stato, ecco qua:










19 luglio 2016

Il soffitto della stanza del camino.

L'obiettivo era ambizioso: i correnti del soffitto della stanza del camino erano rovinati, le pianelle sotto cui erano ancorati sostituite di recente con tabelle moderne, brutte a vedersi e dipinte di nero con uno sgraziato tocco dark. Le grandi travi di un rosso arterioso.


Come era prima...

La soluzione di restauro "classica" avrebbe imposto l'acquisto di nuovi correnti (con inevitabile effetto Ikea, malgrado la piallature industriali volte a scimmiottare un effetto "fiume", levigato dal tempo...), un costo senz'altro ma anche un tradire, a mio avviso, la volontà di perpetrare certe forme dell'architettura contadina. In fondo, da varie demolizioni erano avanzati dei correnti di cipresso, altri giacevano accatastati vicino al fienile, da precedenti demolizioni.
Ci siamo quindi organizzati questo fine settimana per dare ai muratori 33 correnti recuperati! Una faticaccia ma anche un divertimento e una grande soddisfazione! Qualche settimana prima avevamo sabbiato le travi, cercando con difficoltà di eliminare la vernice rossa. I correnti storici sono stati prima spazzolati per ritrovare l'anima del tronco, poi piallati per aumentarne le sinuosità e il senso di vissuto, poi tagliati alle dimensioni necessari per stare appoggiati sulle due grandi travi di sostegno - che dopo la sabbiatura hanno ritrovato la loro magniloquente austerità tarlata - e infine trattati con una vernice speciale.

Piallatore in azione!




Lo scrivente in azione: sega in mano e avanti tutta!

Lunedì mattina i muratori hanno trovato tutti i correnti pronti per essere montati: 

I correnti rifatti!

Nel mentre, abbiamo comprato (qui purtroppo non avevamo alternative più economiche) delle pianelle in cotto storico che hanno concluso la trama del soffitto a travi e correnti. Ancora mancano delle rifiniture (il rosso deve essere ancora mandato via meglio, i legni trattati), ma il risultato, converrete, non è niente male!

Come è adesso (manca ancora qualcosina...)

15 luglio 2016

Io e Sherazade.





Tutto é cominciato una volta, fra le pagine mangiucchiate di una vecchia edizione de "Le mille e una notte". Poi é proseguito con uno strano piatto che deliziava le mie vacanze siciliane da ragazzino: il cous cous di pesce a San Vito Lo Capo. C'é stato un periodo, ancora non del tutto concluso, in cui viaggiavo. Non erano vacanze, malgrado ne avessero i connotati di limitatezza, ma esperienze vissute con occhi sgranati ed estasiati verso mondi lontani e diversi che in parte avevo studiato a scuola, all'università e in parte riecheggiavano nelle parole musicate di uno dei miei maestri, Franco Battiato. La prima volta con la civiltà araba fu in Europa. Un viaggio in Andalusia mi sedusse per i colori delle architetture moresche. L'Alambra, la Mezqita, l'Alcazar: mi piaceva l'idea di danze di luce costruite fra i colori e i riflessi per venerare il proprio dio. Anno dopo anno ho visitato la Turchia, la Siria, il Libano e la Giordania. Brevi privilegiate tappe da cosmonauta occasionale, con soldi e Imodium in tasca e succo di tamarindo a dissetarmi. A Maulula, piccola enclave cristiana abbarbicata sopra la Damasco di Assad e del meraviglioso porticato della Grande Moschea, ho avuto il privilegio di sentire parlare in aramaico. Con l'arrivo rosa del tramonto, ad Aleppo, la città più antica del mondo, la fine del Ramadan era festeggiata da sciami di persone fra il festoso e il nevrotico che si inebriavano di succo d'uva e i ristoranti all'aperto - fra candele a terra, luci soffuse, arredi in cedro intarsiato e profumi di tabacco e albicocche - davano vita a spettacolari banchetti di frutta, pesce, carne e verdura. Aleppo: la sua cittadella e il suo suk di spezie. Un anziano signore ci inseguì per darci il resto di quanto avanzavamo dopo esserci riempiti di curcuma, zafferano, datteri, pistacchi e pepe nero. Una miseria avanzavamo e avevamo inteso lasciarla a quel signore che non voleva invece niente in più del dovuto. La sera mi deliziavo di kebap d'agnello con le amarene, il piatto tipico: una squisitezza. Le acque del vicino Eufrate sono balneabili e i pesci appena pescati (non da noi ma da abili pescatori con le reti) gustosi da attrarre - l'odore della grigliata - vespe ipertrofiche che per cacciarle via ci siamo ingegnati tecniche primitive quanto efficaci: a cartonate, scagliate via come pirulini. E poi Palmira, la regina del deserto, fra il nulla e le palme, antica città romana che si fa arancio al tramonto. Nella Bekaa Valley i vigneti alternavano piantine di cannabis e i carrarmati, per noi che discendevamo dalla Siria verso quel fazzoletto di bosco e contraddizioni strozzato sul mare e grondante vitalità che é il Libano, ci seguivano col loro naso da pinocchio sempre mirato contro. A Balbeek, dove millenni fa si cercava l'estasi con orge lussuriose, una carezza alla dea della fertilità di lì a pochi mesi avrebbe reso tutte le ragazze della compagnia in lieta attesa. Ci eravamo sentiti chic e un po' seventies fra la corniche di Beirut e il lungomare di Byblos prima di discendere verso la Giordania attraverso la spettacolare strada dei re, fra i capolavori musivi di Madiba fino al deserto rosso fuoco del Wadi Rum e Petra. Petra: semplicemente la cosa più bella mai vista. Ci siamo persino risvegliati il giorno dopo alle 4 e mezzo del mattino, per rivederla da soli, all'alba. Non si può spiegare Petra. Stanchi di tante emozioni il giorno successivo ci eravamo coccolati nel Mar Morto, galleggiando nelle acque salatissime e leggere, anneriti dai fanghi termali delle sue sponde. Fra la Siria e la Turchia abbiamo visitato le città morte della Mesopotamia, insediamenti evoluti afferenti alla polis di Antiochia. Dovevamo stare attenti ai cani randagi e al caldo impetuoso. Poi la Turchia. La regione dei laghi dove abbiamo conosciuto un popolo nomade sceso a valle per barattare i suoi formaggi per un po' di frutta e verdura. La Cappadocia coi suoi "camini" color cipria e l'uva passa. L'ascesa alla montagna di cotone, Pamukkale, sormontata da una città romana perfettamente preservata. Ogni giorno ci nutrivamo di una pita, quella che noi chiamiamo pizza: a forma di ogiva, la mia preferita era col ragù di agnello e i peperoni verdi tagliati a cubetti. Poi Istanbul, Costantinopoli, Bisanzio, una e trina, tre imperi, tre religioni, lo yogurt di Galatasaray, Europa e Asia e un caffè al Pierre Loti a godersi l'infinitezza della città. Nei bagni turchi ho imparato a rilassarmi e a godermi il caldo umido, il muscolo che si scioglie, la conversazione lenta. Una sera ci siamo protratti troppo e usciti avevamo la febbre. I canti dei muezzim al mattino ci svegliavano sempre, ipnotizzati da quel canto litanico proveniente dai minareti della città. Attraversavo venendo da Sultanhammet a piedi il ponte di Galata con il panino di pesce in mano verso Taksim dove tentavo, con mosse sgangherate e scimmiottando gli ipnotismi dei dervisci turner di Konia, con mosse tersicoree, fortune precarie con ragazze dal colore olivastro e occhi di gatto in discoteche immense che si riflettevano sul Bosforo. Viaggio, e forse in fondo ora ancora più di prima: con la testa, coi ricordi e guardando queste fotografie. Quel mondo esotico e ammaliante che avevo vagheggiato da bambino, intuito in un cous cous a quattordici anni e, seppur in confinata misera parte, esperito fino alle soglie della paternità, oggi é lontano. Ci appare nemico - l'Isis, i talebani, gli stati canaglia, gli attentatori - e forse lo é davvero anche se faccio fatica a crederlo: del resto a un amore antico e perduto il ricordo perdona anche i dolori inflitti. Penso a Sherazade e alle sue storie. Sfoglio con nostalgia la mia "Le mille e una notte" salvata dalla casa dei nonni e ingiallita come carta da fritto mentre la televisione scorre le immagini di Nizza e la presa turca da parte dei militari. Apro una bottiglia di vino, penso che la mia passione per il vino mi abbia permesso di godere anche degli odori di quelle terre: bevo Syrah, Siria, le spezie, é vellutato, una via della seta che lentamente mi accompagna sinuosa alla fine di questa sera.




Non lontano dall'Iraq, un bel bar..

Bambine ad Aleppo.




Le bellissime e pescose acque dell'Eufrate.

Soffitti, quante storie...

Una strana e fresca giornata ventosa e con irose sferzate di pioggia sta concludendo la settimana.
E' stata una settimana piena di piccoli grandi progressi nel restauro della Sagrada Familia. Non sono mancate le problematiche, i costi addizionali, ma tutto sommato si è dato, si sta dando, un concreto seguito alle intenzioni di un "luglio matto e disperatissimo" che mi auguravo a inizio mese.
Intanto, sono state completate le falde del tetto del modulo torre e del modulo che guarda a nord e i ponteggisti hanno iniziato a smontare per rimontare negli altri due moduli. Le facciate apicali, a ridosso dei tetti, sono concluse: dopo un primo tentativo di finitura con la sabbiatrice, abbiamo dovuto optare per una pulizia meno invasiva con l'idropulitrice: sono venute uno spettacolo! Adesso manca soltanto una mano di protettivo, di impregnante, per renderle idrorepellenti. Ma ci sono anche delle novità nell'interno, dove abbiamo rimesso il solaio della futura cucina, che era il più malmesso. Ogni solaio ha la sua storia. Ci sono delle travi a sostenere una intelaiatura di correnti, travi più piccole di 8 o 10 cm che corrono in perpendicolare. la maglia è poi riempita storicamente da pianelle in cotto di varie dimensioni. Soluzioni meno affascianti prevedono delle tabelle. In altre case, ho visto anche dei listoni di legno: legno su legno su legno, non mi convince. In una stanza abbiamo le voltine, una stanza che era inizialmente concepita come stalla. Quando non siamo riusciti a preservare, abbiamo acquistato correnti levigati, erosi, vissuti e abbiamo optato per del cotto storico. Le soluzioni mostrate qui sotto sono ancora parziali: alcuni correnti dovranno essere piallati, alcuni verniciati in bianco, ma è innegabile il fascino emanato da queste architetture povere.




 

6 luglio 2016

Telefonami fra vent'anni: il blog e i suoi capitoli.

Ieri era il compleanno di Matilde, la bambina più grande, deliziata ed entusiasta di ogni ricorrenza, capace di esaltarsi per epifaniche intuizioni quali "Lo sai sono nata nello stesso giorno del mio compleanno?". 
Matilde è stata capace di far vivere, anche a me burbero e scontroso, uno splendido compleanno, a metà maggio. Quindi ultimamente grazie a lei ho questa nuova attitudine a far caso alle ricorrenze: e come il restauro di Bisarno ha da poco compiuto mezzo anno, così anche questo piccolo esercizio di stile, questo abbecedario della vita di campagna, il blog insomma, ha compiuto 6 mesi e, lo confesso, stanno arrivando le prime inattese soddisfazioni. 
Alcuni post hanno superato le  mille visualizzazioni e, seppur siano ancora numeri piccolissimi, spiccioli, inezie nel mare magno e sperduto del web dei guru e degli influencer che lo padroneggiano con fiero cipiglio, fa effetto vedere la crescita rispetto alle prime settimane quando verificavo non più di 20 visualizzazioni per post (parenti e poco più, peraltro) quando andava bene.
In fondo, lo scopo de "Il Bisarno oltre la Sieve" non è stato mai attrarre con argomenti facili, ma annotare, sulla spina dorsale del diario di bordo delle vicissitudini del restauro della nostra futura casa di campagna, le storie personali e universali che le stanno attorno.
Le etichette, che sono le aggregazioni tematiche, con cui ho indicizzato il blog si dividono in due macrocosmi, l'io e la casa di campagna. "Bisarno e il suo restauro" è invece l'etichetta madre che narra tutto il percorso tortuoso del restauro.
Per quanto riguarda l'io, Francesco, ci sono due etichette a vezzeggiarlo: "Le riflessioni extra-vaganti di un comunicatore" racchiude il mio es che si occupa di comunicazione e si è formato da letterato e si apre a commenti di libri, film, canzoni, storie e pensieri sparsi. "Ulissimo" coccola le mie inquietudini e la mia passione per i viaggi. 
Tutte le altre etichette definiscono il secondo macrocosmo, il sistema casa di campagna con le sue forme, i sapori e i colori.
"Le architetture di campagna" si concentra sulle strutture abitative della campagna (le murature in pietra e mattoni, le case torre, i fienili etc.). 
"Il genio toscano" racchiude storie contadine di guizzo, talento, arguzia e intuito, il genio toscano appunto, elevato da un colorato e saporitissimo dialetto (l'etichetta "Il vocabolario fiorentino" parla proprie delle espressioni più icastiche, maledette e colorate del toscano). Infine, una delle etichette più apprezzate, "Il vino e i mangiari", mi permette di parlare di cibo, gusto e, above all, di vino, che è la materia del mio io comunicatore e al contempo una delle mie grandi passioni. Questa etichetta diverrà sempre più preponderante fra le storie de "Il Bisarno oltre la Sieve". 
Il tono per tutte le etichette è sempre quello del gioco, degli affetti, dell'ironia, del non prendersi troppo sul serio e sul dissacrare tutto e tutti, a partire dalle mie turbe. 
Colonna sonora di questo post? Il capolavoro di Lucio Dalla, uno dei capolavori di Lucio Dalla, "Telefonami fra vent'anni", a quasi 5 anni dal decesso, visto che i post mi piace che siano aperti e circolari al contempo: non certo un compleanno questo, ma un appuntamento da non dimenticare.
Ma tanto non si muore mai se si riesce a lasciare in vita parole come queste. Buon ascolto e grazie!






3 luglio 2016

Un luglio "matto e disperatissimo".

Ne "La meglio gioventù", film di Marco Giordana secondo solo a "Novecento" di Bertolucci nell'affrescare la storia contemporanea del bel paese, c'é una scena, alla fine, che a suo tempo mi colpì molto: uno dei protagonisti, il banchiere alla Banca di Italia, si innamora di un rudere nella campagna toscana e ne affida il restauro all'amico di una vita, operaio, con cui, da studente, l'altro già in fabbrica, aveva condiviso le lotte sessantottine. E' una scena molto forte che più volte mi é tornata a mente in questi primi sei mesi di restauro di Bisarno. Mi immedesimo in entrambi i caratteri, pur sentendomi più vicino all'operaio che sente il carico, la responsabilità di una direzione lavori complessa, costosa e impegnativa e che, tuttavia, ripudia con sdegno soluzioni di restauro poco rispettose, come i proverbiali infissi in linoleum, segno del pessimo gusto imperante: "No, in linoleum no" é proprio il titolo con cui é indicizzata la scena. Però mi ritrovo anche nel coraggio e nella temerarietà con cui il banchiere tenta il recupero di un rudere abbandonato in mezzo al bel niente, malgrado abbia avuto introiti ben differenti dai miei per sostanziare il suo sogno (quindi una sfida meno complessa della nostra). E cerco di ancorarmi alla passione di entrambi perché ogni giorno Bisarno pone delle situazione vischiose e tortuose e l'approccio mentale con cui le affrontiamo é davvero determinante. 

Sei mesi dicevo. Un mio amico mi chiedeva in che percentuale il restauro fosse compiuto. Se la dovessi computare, questa percentuale, finirei per restarci male.
Deinde, eludo: "Non so dirti, comunque il camino è venuto davvero bene, le ciliegie deliziose, la gatta ha figliato e le bambine godranno delle camere più suggestive del podere, dove abbiamo riesumato anche antiche feritoie medievali...".
"Quindi? A che punto siete?":  A che punto siamo? Siamo in una fase obiettivamente stagnante e pastosa in cui dobbiamo per forza accelerare: al gruppo su Whatsapp di Bisarno ho parlato della necessità di un luglio "matto e disperatissimo", come diceva Leopardi per i suoi studi: da domani a fine mese vorrei poter dare una percentuale più alta di quante ve ne siano che la Fiorentina vinca lo scudetto la prossima stagione, per quanto elevate dalle scorribande di Kats sulla fascia. Finire il tetto e anche un po' di facciate entro il 31. Intanto, in queste ultime settimane ho osservato come si ripristina una antica muratura a faccia vista: una delle fasi più affascinanti è la rimozione, delicata, delle precedenti murature di giunzione. É un lavoro che chiede tempo, protegge le vecchie pietre, riscopre vecchi fori pontai, fa affiorare zone malmesse e scopre nidi di ogni creatura pensabile e impensabile. Infine un idro-lavaggio a ripulire le polveri e detriti rimossi prima della pars construens, che potrà essere più o meno ricostruttiva (the less, the better: più si mantiene meglio è): eventuale sostituzione di pietre e mattoni, poi muratura profonda delle giunzioni, infine stuccatura di superficie (per trovare il tono e il colore che mi piacesse è stata un'impresa, come ho scritto qui), che non sia troppo emergente, non a filo pietra ma rimanga incassata, per lasciare dominanza alla pietra e per evitare l'effetto ragnatela che spesso affiora da stuccature troppo marcate in edifici in pietra.




Qui siamo quasi alla fine del restauro a faccia vista: dopo la stuccatura,  un idropulitura riporterà a vita pietra e mattoni.
Ci vuole moltissimo tempo e bravura, sensibilità per quello che si fa, ma ogni porzione restaurata è in fine un capolavoro che esprime e rispetta il lavoro storico, i colori lapidei e del suolo, riproposto nelle stuccature, e il sapere artigianale di chi, secoli fa, murò le prime pietre e che a lavoro ultimato rivivono nella stessa concezione architettonica che ebbero persone che ci hanno preceduto di quasi 800 anni.

1 luglio 2016

Il pranzo della domenica.

Ricordo ancora i rumorosi pranzi domenicali dalla nonna. La casa era piccola eppure la sala da pranzo, utilizzata solo una volta la settimana e tenuta sempre chiusa, pulita e in ombra, la domenica assumeva un che di sacro che la ingigantiva.
Malgrado non vivessimo distanti, quella era l’occasione per stare insieme e ossequiare attraverso il cibo un valore condiviso da ogni membro, seppur ognuno a modo proprio: la famiglia. Ciò che ancora oggi mi ritorna in mente sono i profumi vividi di quel giorno, di quel rito chiassoso e spensierato che pure aveva le sue regole e un pizzico di formalità.
Quegli odori ogni tanto riappaiono, sono subito quelli: aprendo un cassetto di una vecchia casa, in un colorato mercato di un paese remoto durante un viaggio, addosso a persone sconosciute che subito noti fra tante, è come se tornassi immediatamente alle domeniche di una volta, a quei pranzi ormai lontani.
La tovaglia, quella buona, apparecchiata fin dal mattino. Il sugo a sfrigolare nelle pentole, preparato fin dalla prime ore del giorno. I ravioli fatti in casa, con gli spinaci e la ricotta del pastore. La zia e la mamma a preparare gli immancabili crostini neri. Poi la carne, il “rosbif” o l’arrosto, a seconda della stagione. E sempre tanto pane, quello bianco sciocco: chi solo la crosta, chi solo ma mollica, chi con la fetta sottile, chi larga. Fino al momento così atteso del dolce, preceduto dal formaggio “per pulirsi la bocca”.
A tavola vi era la posizione di rilievo, il nonno, che vigilava bonario il gruppo e si occupava del vino. Ai suoi fianchi gli uomini, i mariti delle figlie, le due sorelle, mia mamma e mia zia, e poi noi bambini. Si mangiava, tanto, troppo. La barocca architettura a quattro tempi del pasto all’italiana si è consolidata durante questo momento: il canovaccio prevede una ricca offerta di antipasti, incentrata sui crostini e gli affettati e modulata poi sul talento della cuoca e la stagione, un primo piatto a base di pasta fresca o asciutta, la carne con un contorno di verdure, l’immancabile dolce, il caffè fatto con la caffettiera che appena “viene su” avvolge col suo profumo esotico tutta la stanza. In tavola il Chianti, storicamente nei bellissimi e larghi fiaschi versato generosamente nei gottini e spesso fatto assaggiare anche ai bambini, “così fa sangue”.
Durante questa maratona gastronomica si parlava di tutto, spesso con confronti anche aspri, ma sempre molto schietti. Da bambino talvolta trovavo molto noioso il dover andare per forza a mangiare dai nonni, la domenica a pranzo. Mi sentivo quasi in dovere di fare le bizze, di affrettare la crescita per darmi un’indipendenza. Eppure quel modo di relazionarsi, affabile, non invasivo, con tanto cibo, il senso del buono così accanto al bello, è come se avesse plasmato il mio modo di essere, la mia persona: una sorta di educazione sentimentale fatta di bocconi e parole. Il pranzo della domenica è ancora un momento cardinale nella vita delle nostre famiglie. Sono passati tanti anni e i bambini di allora sono le mamme e i babbi di oggi. I nonni sono sempre i nonni, anche se i volti e i nomi sono cambiati. É curioso vedere come certe situazioni si rincorrano e si ripetano. Sono ancora i profumi il filo conduttore: il sugo, l’odore di casa, le preparazioni più lunghe ed elaborate, dedicate a quel ritrovo, una certa compitezza nel prepararsi al mattino prima di uscire, la fretta nei gesti per non essere gli ultimi ad arrivare che il nonno vuole mangiare presto. Suono il campanello. Non siamo gli ultimi. Le bambine corrono gioiose a farsi sbaciucchiare dai nonni. Vedo un senso di malinconica dolcezza che affiora negli occhi dei nonni incantati dai movimenti festosi dei nipoti. E’ già tutto pronto e inappuntabile da ore. La casa ci avvolge di profumi e non resisto alla tentazione di afferrare un crostino nero già in tavola, godendo del rimprovero di mia mamma. Un nuovo pranzo della domenica è iniziato. 
 
I crostini coi fegatini! Preparazione e foto di Sandra Pilacchi (Sono io Sandra)