13 novembre 2016

Arsenal - Fiorentina, 27 ottobre 1999

La vita in 10 righe.


Era la fine di ottobre del 1999, avevo 22 anni, mi ero appena lasciato da quello che consideravo con certezza l'amore della mia vita. Mi rifugiavo al cinema, fra le canzoni e i libri e pochissimi importantissimi amici. Lettere sembrava quasi lenire le mie riflessioni sentimentali, offrendomi un campionario di eroine, casi umani, romantici, decadenti, disperati, filosofi nichilisti dalla penna finissima e dalla sensibilitá esagerata dei quali mi abbeveravo con un dolorosissimo piacere. I miei capelli non erano ormai più lunghi e lisci ma tenuti forzatamente corti poichè palesavano già una prima sofferta stempiatura. Non portavo più neanche l'orecchino d'oro a cerchietto, espressione - come i capelli lunghi che mi venivano piastrati adagiato a seni ubertosi di amiche compassionevoli - di una stagione post liceale hippie e sconclusionata. "Stavo bene, stavo male, non sapevo come stare", come mi cantava a squarciagola Giovanni Lindo ai tempi dei CCCP che ascoltavo al chiuso della mia camera a volume altissimo. 



Non credevo a niente, nessuna consolazione alle ulcere della vita (ulcere...col senno di poi tali le sentivo ma di fatto non lo erano). Stavo sviluppando quel mio pensiero cinico e disincantato che oggi mi caratterizza. Ma c'era Batistuta che giocava per la Fiorentina. La Fiorentina del Trap. Di Cecchi Gori. Di Rui Costa e Toldo. Batistuta. i'Bati. L'unico sportivo di cui comprai appena uscita l'autobiografia prostituendo la mia tracotanza da letterato di quei giorni (erano ancora lontani i tempi di "Open" che racconta la storia di Agassi, più che una autobiografia un capolavoro). Quel giorno, il 27 ottobre, ci giocavamo, in una situazione al solito disperata per noi, l'accesso al turno successivo di Champions League. Dovevamo vincere a Londra, a Wembley, contro l'Arsenal di Seaman, di Petit, di Kanu e di Bergkamp. Eravamo da Giovanni, in uno schieramento di tifosi-amici classico. La partita é giocata alla Trapattoni. Corti coi reparti ed esasperata cura della fase difensiva. Scelta che mi parse francamente opinabile. In campionato avevamo perso col Piacenza. L'Arsenal giocava in casa e aveva due risultati su tre. E cercò fin dal primo minuto il gol della sicurezza. Un grande Toldo, culo e tanta sofferenza. Eravamo ancora miracolosamente sullo 0 a 0, come avremmo potuta vincerla senza neanche provare a superare la meta campo? Succede che al minuto 74 la storia ha voglia di incarnarsi in quel tempio del calcio che da lì a pochi mesi sarebbe stato abbattuto, tirato giù, per sempre. La Fiorentina recupera un bel pallone con uno degli operai del calcio che ogni tanto hanno transitato a Firenze e sono stati molto amati per la loro abnegazione sudata, Rossitto. Con una fitta rete di passaggi e una sacchiana aggressione degli spazi (totalmente atipica per noi e per il gioco del Trap), la palla arriva a Heinrich che ha campo davanti a sè e se lo prende portando palla con lento e insicuro caracollare. Heinrich. Heinrich, "lo stupido" come lo chiamavamo per la sua capacità di fare sempre la cosa sbagliata, un tedescono slavato con la faccia da bambino, comprato e impiegato - anche in quella gara - da terzino destro. E invece in quel momento, palla al piede appena passato il centrocampo, Heinrich non sarebbe neanche nella sua posizione. Heinrich che avanza. Che rompe il suo metodico compitino di basso presidio della fascia. Si intravede una possibilità dopo 75 minuti di assedio subito. Le mie mani si irrigidiscono, i muscoli si contraggono e mi avvicino al televisore, buttandomi di schianto sulle ginocchia, come se preconizzassi qualcosa in fieri. "Passala stupido, quanto cazzo la porti...", il più generoso degli incoraggiamenti. Heinrich arriva fino alla tre quarti e impostandosi in un goffo movimento per favorire uno scolastico passaggio di piatto destro aperto la passa al Bati. Il passaggio non é preciso ovviamente e una feroce bestemmia squarcia la cappa tesa del clima dell'azione. Bati la stoppa - é troppo defilato. Con un primo controllo rapido, tecnico e potente, salta l'uomo. Adesso è in area, ma purtroppo in quell'area non pericolosa, dove spesso il difensore saggio ti accompagna per non permetterti di fare male, di puntare la porta. Bati quindi messo malissimo. Io sono già sdraiato per terra deluso, affranto dal disincanto e dalla pallaccia di Heinrich "lo stupido". Ma il tempo e l'azione prosegue. Batistuta é adesso a pochi metri dalla linea di fondo, dalla fine del campo e di ogni sogno. La porta da quell'angolo appare piccola e impenetrabile. L'unica mezza occasione vanificata da un errore del tedesco, "stupido", costato anche un sacco, mastico amaro. Si, perché Cecchi Gori spendeva. Eppure, accade quel qualcosa che rende la solita deprimente storia dei vinti una imperitura imprevedibile rivincita. Bati tenta infatti comunque il tiro. Gelo. Occhi sgranati alla TV. Il colpo parte a una velocità talmente ineffabile da rendere la comprensione razionale del gesto dello spettatore - già stordito e attonito di quel su e giù emotivo - impossibile. Goal. Il replay mostra e mostrerà milioni di volta la balistica del tiro, scagliato a più di 100 chilometri orari e conclusosi al sette, esattamente all'incrocio opposto al palo presidiato da Seaman. 



Il momento in cui ho percepito, intuito che fosse goal é complicato da raccontare. Ho goduto precocemente. Poi ricordo pugni presi in faccia, urla, una maglia strappata, olezzo di sudore, urla ora fioche ora ferine. Situazioni di non dignità che il Bati ci ha regalo al Camp Nou, zittendo peraltro lo stadio (quanta fiorentinitá in quel gesto), o al quarto gol in due gare, con un mirabile pallonetto a Pagliuca nella semifinale di Coppa Italia contro l'Inter, poi vinta in finale con l'Atalanta grazie a due gol del Bati, ça va sans dire, o al Manchester, o al Da Luz in Coppa Coppe. Quanti altri ne ricordo, sempre decisivi sempre bellissimi. Ma questo, al 74eimo minuto di Arsenal-Fiorentina, al canto del cigno di Wembley, li supera tutti. Mancano però ancora 15 minuti. E in questi quindici minuti si elevano altri 3 protagonisti a presidiare la creazione del divino centravanti fiorentino: due con la casacca viola e un ragazzotto di colore, fuoriclasse sgangherato, sfortunato e atipico, nelle fila dei Gunners. Sto parlando di Rossitto, del portiere Toldo e del centravanti avversario Kanu. Il primo mi avrebbe ricordato Cannavaro gli ultimi 10 minuti della semifinale con la Germania ai Mondiali del 2006. Toldo e Kanu fanno 410 centimetri in due e sono loro a recitare l'ultimo soggetto di questo epico dramma che pare scritto da Ionescu. Tocca a Kanu l'ultima grande occasione per l'1-1, la palla, facile a dirla tutta, che avrebbe consegnato il pareggio alla gara, la qualificazione all'Arsenal e a noi viola un mesto ritorno alla normalità. Kanu calcia a colpo sicuro. Toldo d'istinto, a un metro dal calciante, riesce a pararla. Una esultanza come se fosse stato un gol, una delle parate più eccezionali della storia del calcio, quindici minuti dopo che Batigol, ragazzo di Santa Fe, argentino, novello Dertycia commentava un idiota juventino, 30 anni compiuti e da 10 a deliziare Firenze, aveva appena segnato un gol storico.



Storie nella storia. Quante emozioni in quella partita, come una poesia di Montale: la "Felicità raggiunta". Come Le Invasioni Barbariche, Tutto su mia madre e Barry Lindon. Come By this river di Brian Eno, Fade Out dei Radiohead, Nomadi di Battiato e Bad degli U2. L'arbitro fischia tre volte. Una santa melodica trinità! É finita. Siamo passati al turno successivo (che ci avrebbe visto ovviamente eliminati repente dal Valencia, peraltro con un gol bono annullato a Rui Costa). Ma non é quello il punto: se avessi goduto della Fiorentina per i successi da albo d'oro sarei malinconicamente vergine. Ma le gioie che la Fiorentina sa regalare nelle singole tappe, nelle battaglie, sono strasicuro che nessun altro tifoso le può capire e provare. Erano giornataccie per me, quelle della fine del '99. La prima cosa che ho fatto é prendere la macchina e andare a fare un carosello solitario per Pontassieve. In auto a squarciagola "A Tratti" dei CSI ("sono un povero stupido so solo che, chi é stato é stato e chi é stato non é / non fare di me un idolo lo brucerò") e clacson clacson clacson con qualche spontanea, insignificante, sentita lacrima. Per il calcio si. Senza vergogna e conscio della levità della materia. Perché il calcio mi tira fuori tanto. Perché la vita é fatta di pochissime Arsenal-Fiorentina e di molte partite perse e pareggiate con poche vittorie. Il segreto é sapersi tenere strette nel cuore quelle poche partite uniche, come quella giocata 17 anni fa e vinta grazie alll'ottimismo della volontà e al mio grande eroe col 9 che si oppose, per una volta, al pessimismo della realtà.


11 novembre 2016

Bisarno dove sei?

"Fratello dove sei" è il titolo di un film parzialmente riuscito - fra i tanti capolavori - dei fratelli Coen, interpretato dal Giorgione di'Clooney. È un film che rimanda alla recherche, alla ricerca, e all'attesa. L'attesa che può essere umoristica, atrabiliare perché vana, di un senso delle cose rivelato, come in un monologo di Moni Ovadia sull'ebraismo. O l'attesa di un nemico che giustifica, assegna un significato a una esistenza altrimenti vacua, come si legge ne "Il deserto dei tartari". O la ricerca di una memoria familiare che ci faccia sentire parte di un tutto, appartenenti e non sradicati, esperita anche semplicemente degustando una madeleine all'ora del tè, come nella proustiana "Ricerca del tempo perduto". Ricerca e attesa, i motori della classica "Odissea", di cui "Fratello dove sei" ne è una strana rilettura. L'"Odissea" è un classico e racconta la spinta contrastante che ognuno di noi coltiva nel proprio animo: l'anelito a un affettuoso ritorno a casa contro il demone dell'ulissismo che spinge a fare giri immensi, cercare la "canoscenza" per non "vivere come bruti". Cesare Pavese esprime questa bivalenza in una frase emblematica del suo odi et amo interiore: "un paese serve, se non altro per il piacere di andarsene". Nell'incommensurabilmente struggente "Nomadi", così canta Franco Battiato: "Camminatore che vai, cercando la pace al crepuscolo, la troverai".





Ricerca e attesa, culto della stasi, ferinità d'azione  sono anche le mie sensazioni. E Bisarno è al contempo l'amata Itaca e la voluttuosa Circe, la casa e la pulsione ad abbandonarla. Siamo nell'ennesima fase "matta e disperatissima" che dovrebbe concludersi in un mese circa con la realizzazione dei primi due moduli al piano terra: una stanza letto, un cucinotto e un bagnetto. Metà della facciata è pressoché completata ed è venuta davvero bene. Anche un po' di intonaci e i davanzali delle finestre nelle stanze ristrutturate, rifiniti con il cotto storico che avevamo nei pavimenti. 


Davanzale con cotto storico della casa.

Intonaco prima del velo.



Un dettaglio del tetto.

Tegole antiche mangiate dalla muffa. Splendide! 

4 novembre 2016

Montreal

Sono arrivato a Montreal con la febbre e la lascio con la febbre. Lavorare sul proprio carattere. Imparare a conoscersi e tentare di portare alla luce, se non redimere, alcuni aspetti della propria personalità che possono frenare la propria serenità, le relazioni, la vita in generale. Un esercizio complicato e molto faticoso, che si è reso necessario applicare in questi ultimi giorni sotto l'influenza. Tachipirina prima di addormentarmi per lenire la febbre alta, tachipirina al mattino dopo nottata da tregenda con febbre ancora più alta, doccia catarchica e poi sul marciapiedi di questa accogliente città. Montreal emana un afflato parigino, uno stile europeo e un brio da porto mediterraneo. Mi aspettava (e che calorosi benvenuti!) per eseguire una agenda ricca di iniziative, lezioni, degustazioni, cene, eventi. Scrivo mentre mi trovo all'aeroporto in attesa del volo di rientro, sto risentendo un po' di appetito dopo tre giorni di dieta liquida (speriamo sia un primo segno di guarigione!), che incoraggio con dei tacos e una insalata di gamberetti. E un robusto Cabernet della Central Coast in California. Avrò la boccaccia io ma il vino non aiuta. 
Ieri sera per festeggiare la fine delle mie due settimane di lavoro uno dei miei colleghi mi ha portato a vedere la partita di hockey, una epitome di canedesità, i Canadiens di Montreal contro Vancouver. L'altro grande orgoglio è un cocktail, il Caesar, un Bloody Mary con l'aggiunta di acqua della bollitura delle arselle. Buono malgrado l'ultimo ingrediente insospettisca, ma ne dà un tocco di esotismo e sapidità in più che non ci sta per niente male.
Anche in questo caso le mie condizioni di salute mi avrebbero portato a declinare l'invito ma non sarei stato in pace né con la mia coscienza (quando mi ricapita?) né per il gesto tanto generoso che mi era stato fatto. Non é così banale infatti assistere a una partita di hockey, malgrado le infinite partite della season che dovrebbero annoiare anche il più accanito tifoso. Eppure i palazzetti, da circa 25000 posti, sono sempre esauriti. I biglietti sono molto costosi. Non si va a vedere una partita, si va ad assistere a uno spettacolo in cui incidentalmente si svolge uno sport, sebbene i giocatori di hockey siano strapagati, ben più dei calciatori per fare un esempio nostrano. Sugli spalti, non ci sono improperi o cori contro ma sguardi felici e rilassati come quando io vidi Jurassic Park al cinema, il primo film di grande impatto scenografico grazie agli effetti speciali: divertiti più che tesi per il risultato. Del resto non vi sono nemmeno i tifosi avversari - sarebbe in questo caso una gita fuori porta da 7 ore di aereo e 3 di fuso (Vancouver - Montreal) ma il punto è che nessun tifoso di una squadra di hockey ha il concetto di seguire la squadra in trasferta. Peraltro il risultato conta e non conta, poi ci saranno i playoff. Ma é lo show dell'evento che é davvero esaltante per i grandi e per i tantissimi bambini presenti: le migliori musiche amplificate in un ampianto acustico da teatro greco, continui intervalli al gioco per interagire  con gli spettatori (e nel mentre chi assiste in TV subisce, anzi si diverte con la pubblicità), giochi nei giochi, concorsi a premi, sponsorizzazioni a un livello di entertaiment e di grafica animata mai vista. Per non parlare delle opportunità gastronomiche, altro che il pop corn e la Coca Cola, seppur presentissimi: io indisposto ho optato per una bottiglia di acqua vitaminizzata a gusto di limone. Ovviamente poi si possono fare compere: i dischi utilizzati nel pregara sono stati subito impacchettati, garantiti da un certificato di autenticità e messi subito in vendita negli interminabili intervalli.
La partita non sarebbe lunga, 3 tempi da 20 minuti, ma in sé l'esperienza prende almeno 4 ore. Ho fatto bene ad andarci, é stata una esperienza unica e diversa. Sarebbe stato esaltante portarci le bambine. Hanno vinto 3 a 0 i Canadiens, il terzo gol é stato dato per una certa infrazione che non ho colto, non é servito nemmeno buttare il disco dentro la porta. Mi chiamano al gate. Iniziano le lunghe operazioni di rientro in patria.  

Un caloroso benvenuto alla Scuola di Sommelierie

Questi ci copiano le installazioni da Pontassieve....



Afflati europei nelle architetture di Montreal.


Lo spettacolo della partita di hockey.


Un momento di gioco.

Rara fase di gioco.

3 novembre 2016

Inniskillin e Niagara


Le cascate del Niagara, il vapore acqueo e un gabbiano.


Niagara Falls, le celebri cascate del Niagara: le ho viste, e anche dal loro versante migliore, quello canadese, dopo la visita a una delle nostre aziende sorelle, Inniskillin, dove abbiamo assaggiato i deliziosi vini del ghiaccio, gli ice wine. In questi giorni ho avuto anche modo di assaggiare altri vini della classificazione Niagara Falls, la seconda e ultima doc di qualità dopo Okanagan, che crea una sorta di sentita disfida canadese vinicola fra west contro east. Nella doc Niagara Falls predominano i vini da vitigni nordici: il Riesling e alcune bolle le ho trovate varietali, piacevoli e sapidi, meno i Pinot Nero. Tutti però troppo cari per avere un loro mercato fuori dal Canada, fuori dall'Ontario direi, a parte appunto gli ice wine. A Inniskillin ho visto in vigna le pale elettriche per smuovere l'aria ed evitare ghiacciate (le avevo studiate al corso WSET ma non mi ci ero mai imbattuto) e le uve deputate a ghiacciare sono involucrate - la vendemmia avviene fra dicembre e gennaio - da delle reti per proteggere i dolcissimi chicchi dagli uccelli, raven sopratutto, cornacchie. Altra peculiarità: la pressatura viene fatta immediatamente in vigna, spesso sotto la neve fioccante, perché l'uva gelata non può permettersi di sciogliersi neanche un po' poiché diluirebbe il concentrato zuccherino che è l'anima del chicco congelato.  Di rientro, rapida (e, per la febbre di poi, deleteria) sosta alle cascate. Mi sono piaciute? Senz'altro con un "pero"! Sono indiscutibilmente uno spettacolo della natura unico e la passeggiata sul lato canadese arriva fino a lambire, risalendo contro flusso, davvero a un metro non di più, il precipizio della cascata più ampia. Il rumore è tonitruante e viscerale. Il clima gelido, di mille sfumature grigie e ventoso. La pioggia sferzante che punzecchia di bagnato insieme all'imperioso riverbero del vapore acqueo. Immagino cosa non abbia patito chi ha tentato di andare lì sotto col battello. Però tutta questa antropizzazione (ci sono un casinò, un hotel, innumerevoli negozi di souvenir) in un luogo cosi paesaggisticamente suggestivo guastano un po' il rapporto uomo - natura, e l'ho trovato evitabile ecco. Molto bello e caratteristico invece il villaggio Niagara on the Lakes. 




Dentro Inniskillin.


La carta delle birre in un pub a Niagara on the Lake


Prima delle cascate...






Le cascate del Niagara, sguardo d'insieme.




Io, le cascate e un gabbiano.

31 ottobre 2016

Toronto

Mentre le scosse di terremoto continuano a funestare il centro Italia, per lo meno senza mietere vittime - ma se crolla la propria casa si muore un po' comunque - io vivo egoistiche inquietudini e paure, come la scocciante febbrata di freddo e stanchezza che maledetta è affiorata in queste ore e che sto cercando di tamponare con la mia farmacia da viaggio. Al solito mi ci vorrebbe medicine per la psiche, visto che la gestione più complessa è riuscire a viverla bene: non semplice in viaggio lontano, coi giorni di Montreal davanti a me carichi di impegni e le nostalgie per le bambine che si stanno facendo forti. La piccola sala di attesa, quasi spettrale, dell'aeroporto cittadino Billy Bishop non mi aiuta: a breve volerò per Montreal, sperando di lasciare a terra gli umori neri di questa giornata. Toronto ho avuto la fortuna di vederla senza la pioggia di Vancouver, senza la gelida assolata fretta di Calgary, e con il piacere chiaroscurale, malinconico e profondo del muovermi da solo. Sono arrivato qui a Toronto nella east coast giovedì sera e sono stato accolto da una italocanadede dal rassicurante nome Laura, deputata alla concierge in uno degli alberghi più sontuosi, classici ed eleganti in cui abbia mai sostato, il Fairmont Royal King. La mia prima cena è stata in un pub a guardare coi locals la partita di hockey. Poi ho trascorso un giorno, il venerdì, "sul marciapiede", a rappresentare al massimo del mio impegno Ruffino, fra Waterloo e Cambridge, due cittadine non distanti da Toronto. "Italians do it better": qui tutti sembrano stravedere per noi. Non è così frequente essere benvoluti viaggiando per il mondo. In Nord America lo siamo e ogni volta che ci troviamo di fronte a persone che ascoltano le nostre storie abbiamo la gratificante sensazione di piacere, di rappresentare un paese straordinario (frase retorica, vero) e che qualcosa, non solo in un passato ancestrale di banchetti etruschi, simposi romani e galatei rinascimentali, ma anche nel presente della crisi e delle difficoltà siamo noi a insegnare il gusto del buono e del bello, quell'italian lifestyle che ormai sta sostituendo l'abusato made in Italy. E io ne sono proprio orgoglioso, della mia fiorentinità e della mia nazione. Eppure da certi posti noi italiani avremmo tanto da imparare: ho avuto modo di passeggiare, quasi venti chilometri, per le ampie vie di Toronto, in un sabato di mal di pancia che mi accompagna ormai fisso, e una strana tensione che di solito non mi appartiene. Toronto accanto ai maestosi grattacieli in vetro, all'elegante waterfront, alla storia del treni a vapore, ha anche molto di uno stile particolare, il vittoriano industriale. La zona che più lo incarna è il Distillery District, un po' i meatpacking della grande mela un po' i dock di Amburgo: due distillerie del primo novecento ora convertite in botteghe di artigiani, artisti e stilisti. Bello anche il mercato di St Andrews, dove ho assaggiato le mele del Niagara e le polpette di granchio.


Grattacieli da cui svetta la CN Tower.

Un negozio di prodotti fetish.

Verso il Distillery District. 

Il Distillery District.

Dettagli del Distillery District, con mezzi d'epoca ormai solo ornamentali.

Me.

Passeggiata in centro.

Piazza del Town Hall vecchio e nuovo.

Geometrie al tramonto.


27 ottobre 2016

Calgary

Sono atterrato a Calgary dopo l'ennesima notte funestata da continui risvegli e l'ansia di non sentire la sveglia: succede sempre nei voli mattutini. La città mi ha accolto con tre gradi sottozero e una sferzata di luce fresca a darmi il benvenuto. La giornata si è svolta bene, sebbene la stanchezza abbia strisciato anche in questa strana, non bella ma profondamente affascinante città, dal sapore di cercatori d'oro, cacciatori di alci e bisonti, petrolieri, freak con barbe lunghe e fare bighellonante. La downtown é un concentrato di dolci e armoniose contraddizioni: grattacieli di vetro in una atmosfera di paesotto di periferia, installazioni artistiche con ricordi olimpici, una vastissima piatta periferia di cottage in un altipiano ricco di fiumi e laghi. Sullo sfondo, imperiose, montagne innevate. Si ha la sensazione di essere in provincia rispetto alla grandeur di un certo Canada, quello delle grandi metropoli sia western che eastern, eppure anche questa città che sembra piccola ma è grande più di Vancouver mi ha stregato. Avevo voglia di freddo che ti entra addosso e bagni di luce. Le persone qui hanno un loro orgoglio e il solito entusiasmo semplice e accogliente. La degustazione in cui rappresentavo Ruffino si è svolta in un teatro di fine Ottocento. La sera si è svolta una cena in un private club con piscina, per persone facoltose che si sono trovate per una (ottima) cena italiana, che mi ha anche rimesso a posto il pancino: a fine serata ho conosciuto il cuoco napoletano. Dopo, finalmente, la prima vera notte di buon sonno - mi sono svegliato solo per alzarmi alle 6! -, un breve meeting allo Hyatt, ho passeggiato nel freddo della laboriosa Calgary downtown: la piazza olimpica, i grattacieli sobri, la familiarità da villaggio, le numerose installazioni artistiche che dialogano con la città, i baci di luce che mi entravano addosso malgrado sciarpa, cappello e guanti mi hanno dolcemente accompagnato poi all'aeroporto per la terza tappa di questo tour, Toronto. 

Le montagne rocciose: in arrivo a Calgary dall'aereo. 


Calgary dall'aereo.


Serata svolta. Passeggio fra le tante installazioni presenti a Calgary.


Prima di ripartire, monumento alle donne in Olympic Places.


Sempre Olympic Place.


Altra installazione equina.


Prospettive un po' attorcigliate ma che guardano verso l'alto. Mi ci rivedo.

Wanderer in Canada: Vancouver in British Columbia.

Sono arrivato dopo un volo lungo ma gestito con una certa perizia. Aprire gli occhi in quelle che sarebbero state in Italia le due del mattino e qui in Far West invece le tre del pomeriggio è stato un po' traumatico: la sensazione di sfasamento é stata molto netta e mi ha accompagnato fino alla mia partenza da Calgary: le prime 3 notti sono state di non sonno, risvegli improvvisi e un continuo mal di pancia quotidiano a sottolineare come l'organismo non fosse ancora per niente settato. E dire che prendo melatonina ormai da qualche giorno prima della partenza. 
A Vancouver ho avuto l'onore di sostare al Pan Pacific, hotel magniloquente, enorme, affacciato sulla baia. I canadesi sono affettuosi e molto orgogliosi di questa città che per il poco che ho visto è davvero splendida. Ha un ampio frastagliato waterfront da cui si ergono aitanti grattacieli. Attorno le montagne innevate e grandi parchi verdi. Una popolazione asiatica dominante (mi hanno detto il 75% ma mi pare uno sproposito) con una eccellente cucina asiatica: ho mangiato un welcome sushi all'arrivo sontuoso, in un sushi bar chiamato Kome.  Certo, anche il loro salmone é stato mondiale e mi hanno rivendicato la supremazia di questo salmone rispetto a quello eastern del Quebec e dell'Ontario. Ho anche assaggiato un po' delle loro birre - la città sta fermentando di brewery artigianali -. E anche i loro vini, della ragione Okanagan, di cui sono molto orgogliosi, non mi sono parsi per niente male: vini di impatto moderno da vitigni internazionali ma con finezze mediterranee, anche per questioni climatiche. 
Vancouver mi ha ricordato San Francisco, una cera atmosfera giovane e nerd, di esteti attenti al vestiario, senza rifuggire le stesse tendenze yippie della città californiana, ma molto ha anche di proprio, di orgoglio canadese, da westerner, come ribadito da più parti. La sera abbiamo fatto dei passi lungo oceano, nella zona dell'harbour e dell'attracco degli idrovolanti, dove più maestosi svettano  i grattacieli di vetro di Vancouver, attorno al "coudron", il monumento per le recenti olimpiadi. La downtown, attorno al famoso orologio a vapore, con gli aceri rossi nei viali, case basse di mattoni, un'atmosfera green, giovane, con tanti locali e uffici, mi é proprio piaciuta. Peccato per il tempo, piovoso e ventoso, ma quando per un breve lasso di tempo, il sole ha spazzato via le grigie malinconie celesti, la città ha subito preso un aspetto diverso. Poi le persone, la voglia di Ruffino e di abbracciarci nella nostra italianità, l'entusiasmo che mostrano, sono davvero uniche. La sede di Constellation é bellissima e fatta da persone molto giovani. Ho incontrato lavorando colleghi e professionisti che hanno saputo temperare il piacere di stare insieme con proficue occasioni di lavoro, degustazioni, incontri, strizzandomi, come hanno detto, tutta la mia toscanitá a loro beneficio. Chissà se mi capiterà di tornarci, certamente Vancouver é uno di quei posti da vedere, di una bellezza giovane e costruttiva e di una apertura affascinante e cosmopolita.
  

Il miglior sushi mai mangiato fuori dal Giappone.


Io e il mio collega Beppe negli uffici di Constellation a Vancouver.


Vancouver by night.


Vancouver all'alba.


Una foglia di acero caduta a terra.



21 ottobre 2016

La valigia - quella volta a Kitzbuhel

Da anni non tolgo più la valigia dalla camera. Questo mi ha aiuta a esorcizzare il mio dicotomico approccio ai viaggi, portando al centro della mia vezzeggiata intimità domestica il più classico simbolo del mio necessario ulissismo. Ormai la mia scafata abitudine al viaggio di lavoro si è palesata in valige sempre più ridotte: oggi mi muovo con una splendida Samsonite con numerose tasche e vani ottimizzati in pochi centimetri che so esattamente come riempire. Più si è leggeri (anche di testa) e meglio si viaggia. Riesco a fare spostamenti di più di una settimana col solo bagaglio a mano. Conquista recente e abilità non innata questa, a onor del vero. Ricordo infatti che, le prime volte fuori casa, anche le più brevi delle trasferte mi autoimponevano una enorme valigia da immigrato e lunghi e meditati giorni di preparazione. Come se mi volessi portare con me tutto il mio piccolo mondo, costituto sempre di maglioni larghi e morbidi, di completi con spalline in cui scomparivo sgangherato e scarpe di un numero più grande modello superpippo, dal quale imitavo spesso anche - ossessionato dagli imprevisti e dalle imprevedibilità della già di per sé fallace scienza meteorologica - l'utilizzo di un pigiama vecchio e stretto portato a mo' di calzamaglia sotto i pantaloni buoni. Il peso della mia assenza dal nido era oggettivamente correlato ai fardelli che mi gravavano il viaggio. Ero ridicolo, goffo, volenteroso e di quel me neanche troppo remoto provo ancora affettuosa tenerezza. Oggi il mio organismo ha caldo, sempre. Sono chirurgico prima di ogni viaggio, sebbene strisci sempre chiaroscurale una certa irrequietudine. Soprattutto da quando sono babbo. Non porto più maglioni ingombranti. Gli hotel in tutto il mondo non soltanto sono più o meno tutti uguali (per questo quando viaggio per piacere esigo delle case tipiche come alloggio per godermi davvero la vacanza e capire il luogo) ma sono sempre anche caldissimi, e con l'aria secca che al mattino a soffiarmi il naso mi viene sempre un po' di sangue: anche il pigiama con gli orsetti in pile che mi occupava da solo un quinto del valigione complicando sempre tutto (ma non ci avrei rinunciato per nessuna ragione) è usato solo per le più algide giornate di gennaio a casa, mai abroad. Il bagaglio ormai è quasi sempre solo a mano perché non sopporto più la gestione del ritiro bagagli agli aeroporti e il dover perdere tempo ad aspettare: quante volte poi me la hanno smarrita, facendomi fare figure imbarazzanti agli eventi in cui ero chiamato a partecipare. A Kitzbuhel una volta non mi consegnarono la valigia dove tenevo tutto. Viaggiavo con l'allora titolare di Ruffino, lui sempre bello, impeccabile, aduso a vivere in viaggio, signorile ed elegante. Era un freddo febbraio del 2008, neve altissima sulle alpi austriache e nel paese famoso per la discesa libera, il casinó e la bella vita. Io avevo fatto il viaggio con un golfone rosso con le renne inguardabile, ma decisamente caldo e coccoloso, conscio che avrei trovato molto freddo e mi sarei potuto poi sistemare con giacca e cravatta in albergo. A Kitzbuhel peraltro dominava una eleganza pacchiana, pelle lucida nera, borchie, trucchi pesanti e pellicce. Sotto il golf avevo una ulteriore maglina bianca di lana. La sera mi aspettava una serata di gala in un sofisticato ristorante in paese. 
Quindi: hotel tardo impero, io senza bagaglio, vestito come il primo uomo al polo nord, a due ore dalla seratona, nessun abito adeguato da indossare. Per di più cominciavo anche a puzzare, vuoi lo stress, vuoi il caldo in albergo, vuoi l'eccesso di protezione che mi dava quello scafandro di lane addosso. Mi spoglio e provo a lavare con acqua e sapone, soprattutto in zona ascelle, almeno la maglina che indossavo sotto il golf. Mi faccio la doccia per cercare un minimo di relax mentre lascio che il phon asciughi da solo la maglina, appoggiandolo accanto alla fruit col tasto on e alla velocità turbo. A un certo punto sotto la doccia sento una sirena violentissima. Allarme antincendio. "Stupido picchio", penso. Mi metto addosso al volo il setoso accappatoio a verificare la natura dell'ennesimo imprevisto della giornata austriaca. Si: la mia fruit surriscaldata dal phon aveva preso fuoco e il fumo aveva attivato il rilevatore antincendio. Rapidamente calpesto la maglina con le prime fiammelle e riesco a spengerla. 
Quella sera mi sono proprio sentito stranito, a cercare di non grattarmi per il pizzicore del maglione rosso rennuto dovuto portare sulla pelle nuda, gli altri bellissimi e sofisticati in smoking o completo scuro. Parevo l'imbecille della serata mentre fuori una calda costante nevicata ovattava il tutto e tutti dentro nei loro eleganti vestiari parevano divertirsi ed essere completamente a loro agio. 
Qualcosa é cambiato ma io sono ancora per molti aspetti quel Francesco carico di vestiti soffici e caldi addosso, non più sgraziatamente portati fuori ma indossati con le stesse affettuose e avvolgenti inadeguatezze dentro di me.
Tempo di andare. La mattinata è grigiastra e i vetri della camera hanno fatto condensa, diluendo come in un quadro impressionista la vista di fuori. Ripiego il pigiama, lo tolgo dal letto e lo chiudo con meticolosità nell'armadio. Si parte.


18 ottobre 2016

#cibiamoci16 e pensieri errabondi.



La serata si sta consumando con un orzo bollente (abbiamo ridotto l'acqua rispetto all'orzo miscelato e finalmente ho trovato un caffeoso compromesso), un po' di musica dall'iphone proiettata dall'home theatre (che avvolge fra le sue spire tersicoree le bambine), fra cui questo pezzo strepitoso dei Gorillaz, e io sbraciolato sul divano col mio pigiama invernale di Snoopy a godermi il dopocena.
È stata un'altra giornata di contatti e spunti: oggi ho avuto la bella occasione di poter raccontare il mio mestiere in un ambiente non convenzionale, all'interno di uno splendido vivaio ormai attivo a Pistoia dal 1909, il Mati. La fiera si chiamava "Cibiamoci".
Ho avuto anche il piacere di beneficiare di una catartica passeggiata nell'orto aziendale del vivaio Mati, orto che rifocilla il neonato ristorante Tuscan Fair, direttamente col titolare e il capo cuoco, e insieme ad alcuni volti a cui sono particolarmente affezionato.
Durante il mio intervento, ho scelto di portare con me con le mie passioni: la storia di noi etruschi e il percorso conviviale che dagli Etruschi ha attraversato i romani fino al Rinascimento Fiorentino di Caterina dei Medici e l'Ottocento mezzadrile rendendoci geneticamente quello che siamo, il cinema, la letteratura con una carnale lettura di un pezzo di Alda Merini. Infilandoci Ruffino, il nuovo fiasco, alcuni strumenti narrativi come il product placement e il libro, di cui ho parlato usque ad taedium e ammorbarvi ancora non vale la pena ma che davvero continua fedele a darmi, a darci soddisfazioni.
Il tempo diuturno è passato dal piovigginoso al soleggiato e veloce come al solito. Nel preserale, un preserale già buio e di nuovo temporalesco, dopo le faccende in ufficio di rientro da Pistoia, sono riuscito anche a fare un salto a Bisarno, a mettermi addosso a pieni polmoni e occhi spalancati i piccoli grandi progressi compiuti. Il rifacimento della facciata è uno degli aspetti più emozionanti - almeno per me devo dire (sono in splendido isolamento di pensiero) - perché vanno a toccare aspetti fra l'estetico, l'etico e lo storico che hanno poca utilità ma grande stimolo intellettuale per me.
Adesso é quasi l'ora di andare a letto: sono chiamato ai vari odietamati rinowash/aerosol alle Upupole moccicose permanentemente prima di metterle a nanna, dopo però subire la classica umiliazione a Memory con la Mati. Vado. Penso alzando gli occhi da questo telefonaccio che mi assorbe sempre: spendo spesso tante parole per il mio lavoro, i miei viaggi, la Toscana, Bisarno soprattutto, ma la casetta qui a San Francesco ha una bellezza intima e affettuosa, curata in ogni dettaglio, di cui chissà come riuscirò a fare a meno il giorno che ci trasferiremo o che dovrò venderla. Questa sarà sempre la casetta.


L'orto al Vivaio Mati. Un bello spunto per Bisarno.



Parole parole: ho detto a chi era venuto ad ascoltarmi che sarei stato peripatetico per trasferire meglio le mie parole...

La casetta di San Francesco, l'open space...

14 ottobre 2016

Food and Book Festival con La Toscana di Ruffino



Di rientro dalla Germania, un viaggio stancante ma molto gratificante come esperienza di lavoro e anche umana, dopo un venerdì fra l'ufficio e Bisarno (mancavo da 4 giorni in cantiere, astinenza pura...), mi appresto a un'altra presentazione - molto emozionante invero - del libro: sono stato invitato al più importante festival di letteratura gastronomica, il Food and Book Festival di Montecatini, come ospite relatore per il mio libro. E così domani mattina, io e Sandra Pilacchi ci apprestiamo, "sesto dopo cotanto senno", ma anche settimi, ottavi a dirla tutta, a raccontare le storie di gusto e vita, di aneddoti e profumi, di nostalgia e affetto che abbiamo cercato di far vivere nella carta con La Toscana di Ruffino insieme a Officina Grafica e a Stefano Caffarri, persona squisita e coltissima che sento molto affine a me di cui sto leggendo con immenso piacere intellettivo il suo "Magon".
Come é palesato dalla foto qui sotto davvero io sono ospite indegno, "di me medesmo meco mi vergogno", ma sono comunque felice di aver l'occasione di esserci...
Un grazie quindi agli organizzatori che hanno pensato a noi: dall'associazione Leggere tutti alla casa editrice Agra Editrice fino a Sergio Auricchio che mi ha personalmente cercato e contattato, altra persona deliziosa e di impianto umanistico a cui sono molto grato.  E ci vediamo domani alle 11, a Montecatini, orchestrati dal grande Sandro Capitani.
Beh, volti ben più noti e celebre del mio domani a Montecatini.

13 ottobre 2016

...Dresden.

La cavalcata wagneriana, l'iter pannonicum, i giorni di lavoro in Germania sono proseguiti con l'ascesa in auto verso Dresden. 
Autostrada molto bella e a metà tragitto circa ci siamo fermati a un autogrill ben organizzato che però aveva i tornelli per i bagni e che ha preteso un ticket di 70 centesimi per permettere la necessaria minzione. Cappuccino indecoroso mentre cookie niente male, dominato dal burro e dal cioccolato ma gradevole.
Una pioggerellina costante e fredda, oserei fra il sovietico e il bladerunneriano, ci ha scortato fino all'arrivo in questa malinconica e grigia città che rivela una bellezza barocca ingrigita, bombardata, sofferente. Ho passeggiato per poche decine di minuti il centro storico sviluppato attorno al fiume Elba. Dresden é chiamata la Firenze della Germania e in effetti, mutatis mutandis, qualche analogia l'ho vagamente intravista. In effetti c'é un bel fiume, Elba, ci sono palazzi, chiese - la più importante ricostruita totalmente dopo i bombardamenti del 1945 - tanta arte, parole meravigliose tedesche come kunst dappertutto. Poi ci sono le persone. Per me sempre l'aspetto  più interessante di un viaggio insieme alla ricerca delle radici gastronomiche. Sono schiavo di questo mio voyeurismo. Penso al film "La vita degli altri", capolavoro assoluto. Gli anni della stasi. Pensavo a Berlino, in certi quartieri, di aver esperito certe sfumature, certe peculiarità, anche certe sofferenze del tedesco della DDR. Passeggio per Dresda e vedo un cartello con la scritta "Spioni", una retrospettiva sugli anni della stasi al museo della guerra della cifra. Sono infastidito che per raccontare una piaga propria del regime postbellico tedesco abbiamo sentito la necessità di ricorrere a una parola italiana. Comunque, dicevo, le persone. Ecco, soprattutto la midlle class dei cinquantenni, quella che ha vissuto il passaggio fra i due mondi, appena ha assaporato la possibilità di volgersi al capitalismo, ai modelli fatui del benessere, ci si é buttata con fare bulimico, ma ben presto si é accorta di non averne le architetture storico-psicologiche per sostenerlo. L'aspetto é quello di persone confuse, che hanno trovato il benessere e l'affermazione personale ma che hanno anche fatto fatica, e i segni estetici e di vestiario lo dimostra, a vivere questo mondo nuovo, a fluire nelle "magnifiche sorti e progressive" della Germania post crollo muro. La cena di lavoro conclusiva si é svolta in uno sfarzoso e decadente hotel a 5 stelle in stile neobarocco in pieno centro che ha fatto un po' da correlativo oggettivo di quanto scrivo. Queste riflessioni me le hanno fatte una coppia di giovani, trentenni con figli ormai bambini, che mi raccontava o dei loro genitori e di quanto per loro fosse già diverso, più naturale, affermarsi come professionisti nell'est, senza rincorrere il modello capitalistico, senza tradirsi per forza. Una coppia molto piacevole, che ha costruito una sorta di hotel nel nulla, come dicono loro. Fuori ho osservato la magnifica Dresda distrutta dalle bombe incendiarie che hanno mietuto il più alto numero di vittime in una città tedesca, osservato chiese e palazzi diruti, alcuni ricostruiti ex novo come la barocca Fraukirchen, altre cristallizzate nella loro distruzione, altre ancora conservate nell'esterno principesco (le bombe erano incendiarie e bucavano le pareti per incendiare gli interni) e all'interno completamente rimurate in calce. Ogni tanto un palazzo in vetro, parallelepipedo perfetto, ricordava gli anni del socialismo sovietico in architettura. Una città strana, direi malinconicamente bella, che vale la pena di conoscere, e che mi ha lasciato un senso di amaro, di cupo, quando la bellezza é nella sua stessa necrosi. Chissà mai se ci tornerò, ma Dresda mi ha toccato in quel poco che mi si é manifestata. 

10 ottobre 2016

Munich und...

La settimana é teutonica. Con un cavalcata wagneriana sopra il traffico fiorentino, con l'alba che fatica a imporsi sul cielo grigio primoautunnale, sono giunto verso il nostro piccolo aeroporto fiorentino per volare prima a Munich poi a Dresden.
Munich mi restituisce ormai quasi una atmosfera di casa. Vabbé, tralascio l'aeroporto Strauss - fedele quanto funzionale hub per traversate oversea. La prima volta nella stadt fu per caso: una violenta nevicata ci bloccò per una notte nella capitale bavarese in transito per Instabul. Febbraio 2005, il primo viaggio che feci con la reflex digitale, punto già da qualche anno da vaghezze fotografiche. Poi Munich mi ha chiamato altre tre volte: in una aiutai un collega (ben più bravo di me, io mi dedicai a fare foto e a mettermi in posa a riceverle) ad allestire una "bella notte italiana", una cena offerta a clienti e stampa e preparata in una scuola di cucina locale. Si narra ancora del mio leggendario tiramisù, un pizzico troppo dolce visto che mi erano state decuplicate le dosi dello zucchero e quindi ancora più energizzante. Ma in assoluto la mia Munich più divertente fu a seguito della Fiorentina in Champions League, con Prandelli, Felipe Melo, Mutu, Jovetic, una Fiorentina che aveva ancora voglia di crescere e spendere che, tuttavia, all'Allianz - che invidia rispetto al derelitto Franchi - prese un sonoro 3 - 0. Ero con altri due amici, avevamo trovato i biglietti solo nella curva del Bayern, quella del tifo caldo. In effetti, non ci avrebbero manco notato se, indispettiti per il risultato, adusi a grugnire irosi e blasfemi quando si tratta di guardare la Fiorentina, sul 3-0 per loro un falletto sulla mediana di Felipe Melo su Ribery, imprendibile quanto inguardabile ala del Bayern, non avesse generato in quest'ultimo un volo artificioso e plateale e in sincrono uno strepito di dolore farlocco ed esagerato. Ammonizione. Ribery rantola finto. Melo che si giustifica fra i fischi. Il mio amico si indispettisce, si erge in piedi e urla rivolto al pubblico bavarese, fino ad allora attento più ai boccali che alla partita ed eccitato soltanto da qualche coretto mal organizzato: "Eh, Ribery swimming pool", mimando un plateale tuffo ed ergendosi novello Farinata fra i fan crucchi. Ed ecco che questi si destano, alzano il capo. Cominciano a urlarci contro. L'impropero che ricordo ancora, l'unico che ho forse compreso in quei concitati attimi é un"Italiano raus!", italiani a casa! E nel mentre che io mi scusavo, annuivo umile, balbettavo col mio inglese, l'altro continuava in un crescendo appunto wagneriano con la sua rabbia contro tutto e tutti, tedeschi compresi. 
Questa é quindi la mia quinta volta. In questi giorni ho ritrovato una Munich organizzata, benestante, comunque mediterrenea ma con qualche problema in più, profughi, facce disperate, traffico. Ho conosciuto molti professionisti della ristorazione, molti italiani c'è qui ormai hanno vita e famiglia. La cena finale si é svolta nella torre della televisione (uguale identica ad Alexander Platz a Berlino, chi l'avrebbe mai detto!), un ristorante che gira su stesso offrendo una vertiginosa vista sulla città e le montagne vicine. Una esperienza di lavoro divertente ma non semplice, dopo una giornata a giro per visite di lavoro e dopo il primo giorno di degustazione insieme ai colleghi del Consorzio Chianti Classico. 





8 ottobre 2016

Milano 2002- Milano 2016

Pioggia e primo freddo stagionale in Toscana. Un sabato da cambio dell'armadio e qualche starnuto. Vengo da due giorni di lavoro a Milano. Milano é una città strana. Ci ho vissuto con poche gioie e molte apprensioni in una delle stagioni più buie della storia della metropoli meneghina, fra il 2002 e il 2003. E anche io vivevo una stagione della mia vita non propriamente aurea. Eppure grazie a Milano sono diventato il professionista che credo di essere e, in fondo, anche l'uomo, il Francesco Sorelli di oggi: Milano é stata maieutica per me. Ha preso il mio io intriso di letteratura e lirismo, spaventato e goffo, e mi ha lentamente plasmato in un comunicatore, bravo nelle relazioni e più immediato ed efficace nel mie mezzi espressivi: la parola e la scrittura certo, ma anche l'immagine, la fotografia, il linguaggio del corpo. Sono stati quattordici mesi densi, umorali, quasi dolorosi quelli al Master in Accademia di Comunicazione: eravamo agli albori del digitale e ho avuto la fortuna di studiare professionalmente cosa significa comunicare su mezzi effimeri, peculiari e veloci come internet. In quei mesi ho semplicemente assorbito, questo é il verbo migliore: ho scritto molto, ho frequentato con matta bulimia cinema e teatri, leggevo avido tre-quarto libri in contemporanea sul mio comodino prima di dormire. Ogni sera mi piaceva intrufolarmi in qualche storia: mai vissute, sempre fruite attraverso mezzi caldi e accoglienti come la pagina, o la pellicola, o la penna. E ogni mattino salivo sul bus 90 di viale Tibaldi con un senso di curiosa e al contempo schiva responsabilità. L'inverno piovoso del 2002 lasciò il posto alla primavera e all'estate più calda che io possa ricordare, il torrido e zanzaroso 2003. Fotografie di quei giorni di afa: il mio sudore che dalla pelle mi appiccicava le magliette colorate addosso, gli odori  sporchi  della metropolitana, le zanzare dei Navigli, la vittoria carosellata della Champions League del Milan mentre io cercavo vanamente di prender sonno e appassionarmi a una Fiorentina moscia (mai quanto l'attuale, va detto). 
E, a fine percorso di master, le ansie per il placement, per l'ingresso nel mondo del lavoro: i quattordici mesi erano stati duri, anche divertenti, ma sempre sopraffatti dall'impegno economico che avevamo dovuto tutti affrontare e dalla necessità, dall'obbligo quindi, di un loro ritorno. Per molti dei miei talentuosi compagni (che classe eravamo!), un impiego nel dorato mondo (indeed, non lo era già più neanche allora) dei creativi, come copy.
Io scelsi di tornare in Toscana, forte anche delle parole di Enzo Baldoni. Che storia col senno di poi. Che amarezza. Avevo conosciuto Baldoni fra Accademia e Le Balene, la sua agenzia. Fu il primo che con grande determinazione, nelle stanze della sua agenzia "Le balene", mi disse di accettare senza indugio alcuno lo stage al Consorzio Chianti Classico che mi era stato prospettato.  "Per il resto fregatene, viaggia, non ti fermare, sei sveglio: verranno da sè le cose". Lacrima. Soprattutto Milano mi regalò, ficcandole dentro il mio mondo schivo e ben poco inclusivo e solo apparentemente aperto, delle amicizie che sento profonde, vere. Una l'ho rivista ieri, nel mio giro meneghino; l'altra si é trasferita a Firenze e, seppur troppo poco, riesco ogni tanto a vedere, e a ritrovare quella splendida consonanza che così tanto mi piaceva sentire nei giorni malinconici di Milano. Ci si confrontava ("mi manca la mi'mamma", "sono sempre con la valigia in mano", "vorrei un figlio" - quest'ultimo preciso non era un mio pensiero) perché allora, oggi ancora di più ahimè, i sogni da ventenni erano spesso guastati dalle paure di un paese in lenta crisi.  
Tutto ha preso oggi - grazie ai vendittiani giri larghi della vita - una meravigliosa piega: anche la mia prolifica storia di amore che, a Milano, a distanza, appena nata, ebbe modo di provarsi, testarsi e funzionare sul terreno sottovalutato della distanza. E Laura esisteva davvero, checchè i miei compagni dubitassero della cosa...
Torno spesso a Milano. Adesso, da professionista, con una capacità di spesa e di vivere la città diversa da quello sgangheratissimo biennio. Esattamente come il vino ha avuto due vendemmie stranissime, problematiche, così la mia vita, prima di indirizzarsi nel mondo vinicolo, mi ha regalato quei due anni altrettanto stranissimi. Una sottile linea rossa (che film...).
Milano oggi é davvero un'altra città. Ho avuto la fortuna di viaggiare e vivere buona parte del mondo e di innamorarmi di tutto. Milano allora non aveva niente di quel che vantava di avere mentre adesso ha molto di più di certe città che invidia con un evidente ingiustificato senso di inferiorità. Secondo me l'Expo ha fatto molto bene alla città. Ci sono nuovi quartieri, zone meno degradate, c'é finalmente un senso estetico ed é meno manicheo lo iato fra borghesia e popolo. Si é ripreso in mano il grande lascito del design milanese e la moda é tornata nelle strade, fra la gente. Milano sembra aver riconquistato il suo monopolio economico e la sua fierezza, dopo quasi vent'anni di sofferta ridefinizione dagli anni neri, della Milano da bere, della tangentopoli, dello yuppismo berlusconiano che avevano a loro volta scosso e sconvolto la città delle ricche famiglie industriali borghesi secondonovencentesche. E questa nuova identità di Milano, fatta di razze diverse, di diverse egemonie, di una nuova corsa, seppur zoppa e non dimentica del suo chiaroscurale passato, a me piace molto. E a Milano ieri ho mangiato uno dei miei migliori dim sum.