28 settembre 2016

Storia di un tetto.

Alla fine si è deciso di rifare ex novo anche il tetto del terzo modulo, quello con doppia falda a capanna, che corrisponde alla stanza al primo piano dove ci saranno i bagni e al corridoio lato aia.
Certo fa effetto. Ecco come appariva il tetto, anzi come appariva la sua assenza appena scoperchiato, il 12 settembre:



Converrete che la gestione mentale di questa visione non sarà stata facile per me...


Questo invece è già il giorno dopo, quando comincia a palesarsi la colonna vertebrale (le travi) e le costole (i correnti) della struttura: come uno scheletro di balena:


Ecco le costole che appoggiano sulla colonna vertebrale, le travi secolari...






Da venerdì 16 la pioggia è arrivata abbondante e di conseguenza i lavori sono stati bloccati: un telo ha coperto i correnti. Successivamente sono state gettate le pianelle e i confini delle falde rafforzati con delle strutture armate per ottemperare le normative antisismiche.







Le armature in ferro.




Successivamente sono state messe sopra le pianelle.







Le pianelle vista dal soffitto.

Il materiale isolante.



Si mettono gronde, tegoli e coppi.

Eccolo qua!

26 settembre 2016

Buon compleanno Gallo Nero!


Ho appena aperto una bottiglia di Rancia 2001, uno dei Chianti Classico che preferisco: Felsina. L'occasione é importante: ieri, 24 settembre, ricorreva il trecentesimo anno dal bando del granduca Cosimo III che primo in Europa definiva alcune fra le più importanti zone vinicole toscane. Rancia scorre elegante, sottile e in bocca é ancora presente, quasi setoso. Mi ricordo le mie tante visite dal professore Mazzacolin nel borgo di Felsina, a cavallo fra il Classico e il Colline Senesi. Erano gli anni del Consorzio, il 2005, delle mie peregrinazioni continue tra vigne e cantine, a cercare le sfumature, le differenze, le complessità di quello che subito divenne, e non lo nego lo sia ancora, il mio vino del cuore, checché i miei natali siano in un altro Chianti, quel Rufina "verticale" (come la Genova in Litania di Caproni) che spesso viene equivocato con Ruffino, dove lavoro adesso, da quasi 10 anni, in una "sottile linea rossa" che mi unisce a territori dall'anima così vicina così lontana. Mi verso un secondo calice - la bevibilitá del Chianti Classico é uno dei suoi punti di forza: carezza e rinfresca. Un'altra scaglia di parmigiano. Il pranzo latita ma i profumi invitano alla temperanza dell'attesa: pasta al salmone, limone e semi di chia, deinde il mitico polpo alla luciana sono in arrivo. Chianti Classico con pesce. La più piccola é mogia, forse ha la febbre da primo raffreddore stagionale. Matilde invece procioneggia guardando i nuovi Alvin e the Chipmunks. 300 anni dicevo. Quando lavoravo al consorzio - e ieri ho avuto davvero il piacere di riabbracciare persone a cui volevo bene e da tanto non rivedevo - erano i giorni in cui si faceva il restyling del marchio storico e venne proposto di inserire quel 1716 nel logo. A me, forse eccessivamente ancorato a un pedante rigore storico universitario, sembrava un mezzo errore. Lo dico: mi convince ancora poco questo genetliaco a posteriori. Il Chianti lo avevano inventato ben prima, e non lo trovo per niente qualificante ancorarsi a un bando che secondo me aveva convenienze soprattutto politico - commerciali e niente restituisce della complessità umana, paesaggistica e storica appunto dell'ager clantius. Però ieri sera ho capito che, a meno di 10 anni dalla ricorrenza, ci eravamo messi in casa - allora l'albergaccio del Machiavelli, indimenticata sede consortile dove godevo a starci ("il cibum che solum é mio, e che io nacqui per lui!") - l'occasione importante di celebrazioni, attenzioni dei media e dei politici, che spesso nel vino non sono così acute. Mi é piaciuto molto Renzi ieri, mi é piaciuto moltissimo Giani. Mi é piaciuta la concordia partium con cui per una volta si tenterà di vincere quel guelficontroghibellinismo, mentre non mi é piaciuto il solito noioso miope antagonismo al Chianti, al vino Chianti. Gli altri si alleano, sfidano i mercati mondiali insieme, noi siamo ancora a guardarci l'uno nel piatto dell'altro. Comunque, io al Chianti Classico voglio davvero bene. Mi ha accolto giovane virgulto appena affacciato al professionismo. L'azienda in cui lavoro adesso é fra le protagoniste della denominazione. E attorno a questo vino, attorno al Sangiovese spigoloso ma affascinante, elegante e scorbutico ma poi cordiale e costante, fedele a se stesso ma tuttavia voluttuoso con ogni vitigno con cui poi si accoppia, ci ho costruito una vita, una famiglia, affetti, sapori, viaggi lontani, un concetto di casa diffuso. Deglutisco l'ultimo goccio del Rancia, il pranzo é servito: lo assaggio con le penne al salmone (sono buonissime: 7.9 solo perché gravate da un eccesso di sapidità, avrei potuto salire...), le bambine sono a tavola pronte al banchetto, al convivio, al simposio, al favoloso pranzo della domenica che sento forte nei miei geni. Buon compleanno Chianti Classico, buon compleanno anche al mio Rufina, a Carmignano e al Valdarno di Sopra, e grazie di tutto!  



Il sottoscritto e l'altro pilastro della famiglia...

20 settembre 2016

Storia di un arco albino.

Ci sono storie architettoniche nel restauro di Bisarno che paiono ingrovigliarsi fra mille difficoltà per poi dipanarsi in un lieto fine che regala entusiasmo, energie, motivazioni per le tante altre da affrontare e dal destino ancora da determinare di qui a qualche anno.
Questa che vo' raccontando è proprio bella: infima nella sua inutilità, sconsigliata da tutti, visionaria perché di incerto risultato, dubbia nella filosofia e di ulteriore aggravio economico: "Lascia perdere, sono altre le priorità", intonava il corifeo. Eppure, quei due mozziconi bianchi, in bianco alberese con sfumature gialle, residui di un importante arco strutturale nella torre di difesa, quindi la parte medievale e più antica di Bisarno, quasi invisibili e nascosti e da successive murature e ridefinizioni delle aperture, mi avevano da subito ipnotizzato. Come la siepe del Leopardi. Senza indugiare ulteriormente in una tronfia retorica da spot pubblicitario all'Amaro Montenegro, ecco la cronaca di una anastilosi molto particolare. Concettualmente l'arco non aveva più essenza: non strutturava né scaricava più niente. L'intento era valorizzarlo, ma solo per esaltazione della sua estetica e della sua unicità lapidea, non più per la sua raison d'etre. La logica consigliava una cristallizzazione del residuo, una evidenziazione delle sue periferie per farlo risaltare maggiormente attraverso una stuccatura più marcata. L'arco del resto era stato distrutto dalle successive ridefinizioni murarie e solo l'incipit di destra ancora presente, nascosto nelle murature. 
Tuttavia di archi in quel modo non se ne vedono quasi più. Inoltre, sparsi nel tessuto murario della casa, riutilizzati nella logica del non si butta via niente e della necessità, in zona cantonali o a casaccio nel mosaico litoico della muratura a vista, vi erano i denti che una volta erano i pezzi di quel suggestivo arco bianco in alberese. Lo stesso alberese giallo affiora da Bisarno, sta nel suolo.
Alla fine, quindi, ho optato per una operazione di recupero di gestalt storico-estetica, lasciandone perdere la funzione strutturale ma ricostruendolo in toto, cercando dei modelli coevi (due-trecento turrito del fiorentino) per avere una idea dei disegni archetipici e facendoci guidare dalle curvature che si intravedevano nelle tre pietre residue.
L'arco è un elemento murario che mi ha sempre affascinato ma che di solito alla fine preferisco quasi sempre intonacare, soprattutto negli interni, per evitare l'effetto pizzeria. Questo invece era diverso, diversissimo. Già cercare e ritrovare le pietre è stata una storia nella storia. Le stesse sono state chiaramente predisposte - quelle che non lo erano, perché alcune erano proprio i pezzi dell'arco ma murati altrove come scritto qui sopra -, per ri-farsi arco, attraverso la definizione di una forma trapezoidale con una curvature funzionale a creare un sesto ribassato, attraverso flessibile e scalpello. La chiave di volta, ovvero la pietra centrale, a bisettrice, è quella che ci ha dato più difficoltà: la sua cuspide è stata prima fatta eccessivamente puntuta, quasi arabeggiante, poi alleggerita, addolcita, con una successiva riscrittura a scalpello.
Una anastilosi in piena regola. Lunga, faticosa, complicata, discussa e discettata ma che alla fine ha restituito, secondo me, un pezzo di storia muraria e architettonica, vero con una ricostruzione a posteriori e attraverso la creazione di un "falso storico", ma attendibile e apprezzabile. Siamo tutti molto soddisfatti: l'opera ha creato un bel clima, soprattutto alla fine. Prima, durante e dopo ha generato mille discussioni fra storia, estetica, architettura e spiccia convenienza muraria.




Solo un occhio attento individua il mozzicone d'arco...


Eccolo qua...smurando un po' attorno, è ben visibile.



Un nuovo sasso, dopo molta fatica, viene aggiunto.


Certe pietre necessitano di una angolazione differente: prima il flessibile, poi lo scalpello, ci vengono in aiuto.

La chiave di volta a cuspide. L'avevamo fatta troppo a punta, arabeggiante: meglio addolcirla.





Ed eccoci quasi, linee e curve creano un bell'effetto medievale.
Adesso mancano stuccature e uniformità d'insieme, la gestalt: per questo servirà lo stucco, un po' d'acido e qualche secolo...

16 settembre 2016

Riflessioni bagnate.

Pioggia, diluvio, uggia.
L'acqua che ferma il corso dei lavori. Poca luce. Un venerdì di equivoci e maltempo. Nemmeno una foto da fare ai progressi. Ripasso e perfeziono storia, architettura e agronomia mentre mi ingaglioffo fra preventivi, conti e burocrazie. 

13 settembre 2016

Giuggiole e noci

Cookstock si è concluso. Questo evento di lavoro mi avvolge, fin troppo, da metà agosto, ma mi regala sempre grandi soddisfazioni: è molto gratificante vedere le persone fiere del proprio paese e i colleghi, veri protagonisti delle aperture speciali di Ruffino durante Cookstock, così contenti e soddisfatti di farsi ambasciatori del proprio marchio per un giorno, due per l'esattezza.
A Bisarno stanno maturando le giuggiole: da piccole olivete verdi stanno "invaiando", prendendo quel colore fra il marrone e il rosso che ne segna l'apice zuccherino e che ci porta a raccoglierle come ciliegie, ben attenti a non ferirsi fra i pruni dell'albero. Abbiamo anche assaggiato le prime noci, ma sono ancora troppo verdi: ci vuole ancora del tempo.
Nella casa settembre sta proseguendo senza gravi intoppi (non posso dire senza intoppi...). I ritmi sono alti. Abbiamo quasi concluso le due finestrone della stanza del camino e l'ingresso. Sono venute bellissime, con un recupero del materiale murario accurato. Non vedo l'ora che le finestre in ferro - direi che è questa la scelta che più ci convince, anche se i preventivi fanno venir voglia di piangere - siano installate e completino la stanza. Complètino...parolona. Ma intanto, dal fuori, le diano una sensazione di finitezza. Nella stanza ingresso abbiamo invece eretto delle parete divisorie che identificheranno un ingresso, a quel punto piccolino ma bastevole, un bagnetto e davanti una stanza disimpegno. E si prosegue anche con il tetto: siamo oltre metà, un lavoro lunghissimo che ci restituirà un immobile con un ripristino importantissimo sia dal punto di vista strutturale che estetico.  



Singolare tenzone fra mostruosa lumaca e strano insetto scorpionato.
I lavori procedono. Proprio come questa lumaca: lemme, ma sempre un po' di più.



6 settembre 2016

Dopo il diluvio, il vino. Le origini. La storia del vino. Parte 2.


Trecentomila anni fa il rampicante vitis vinifera cresceva spontaneamente nella cosiddetta «fascia viticola», che dalla attuale Spagna si propagava fino alle pendici dell'Himalaya. E' in questa fase preistorica che si crearono le condizioni biologiche per la proliferazione di questa pianta, progenitrice della nostra uva.




La fascia vinicola dove 600000 anni fa (no, non ho messo troppi zero...) il rampicante della vite cresceva spontaneo.
Con un poderoso balzo in avanti nel tempo giungiamo a circa 6000 anni fa quando gli abitanti dell'attuale Armenia e Turchia Orientale, parte dell'antichissima fascia viticola, furono i primi ad addomesticarla con la finalità di farne vino. L'Armenia ai tempi non era definita ovviamente come nazione: quelle terre venivano chiamate in età antica Colchide, la mitica Colchide raggiunta ed esplorata da Giasone e gli Argonauti. Il genere umano era già passato dalla vita nomade alla vita stanziale. L'uomo non conosceva la scrittura, aveva drizzato la schiena e comunicava con quella che può essere considerata una forma di pre-linguaggio.
Giasone prende il vello d'oro: particolare di un vaso greco.
Tuttavia l'origine, la scintilla evolutiva che portò gli abitanti della Colchide alla vinificazione, alla creazione del vino dalla fermentazione controllata dell'uva coltivata è ancora un mistero. L'intervento dell'uomo è fondamentale: del resto la naturale deriva dell'uva è l'acescenza. L'uva non si eleva spontaneamente in vino. E nessun scienziato e storico ha mai spiegato come avvenne "l'invenzione della gioia", per citare il titolo di un meraviglioso libro sul vino di Sandro Sangiorgi. Abbiamo solo concomitanze di ipotesi scientifiche che individuano un grande evento cataclismatico, un diluvio, avvenuto 6000 anni fa: questo il "quando". Per il "come" sfuggiamo dalle algide maglie logiche della scienza per avventurarsi nelle seducenti quanto scivolose prode della suggestione. Infatti autori, scrittori, poeti di culture e popoli lontani fra loro cantano nei loro miti, nei loro testi sacri, fra le loro misteriose leggende, di un drammatico diluvio che quasi provocò l'estinzione del genere umano. Ecco, nel successivo rinascimento di quei pochi superstiti, c'è sempre un eroe, un portatore di luce, un archimandrita che guida il suo popolo e pianta una vite. E questo "come" è quindi affidato a storie, leggende o racconti biblici di popoli vissuti e sviluppatisi qualche millennio dopo il diluvio e che ambientano ai tempi del diluvio queste origini. I Babilonesi, primi in ordine cronologico, amavano e apprezzavano il vino: è di età babilonese il primo documento artistico di persone che bevono vino, lo Stendardo di Ur. I Babilonesi riconoscevano e adoravano un dio, meglio una deità della vite, tale Geshtin, "madre dell'uva". Nella epopea narrata in uno delle loro opere letterarie compare un eroe, Ut Napishtim, che offriva agli operai che stavano costruendo un'arca per affrontare il diluvio il succo della vigna. Dercos-Haelius, "il marinaio del vino nuovo", era un altro eroe tratteggiato che affrontò il diluvio e al termine dell'alluvione piantò una vite in segno di rinascita.
Il primo documento artistiche di persone che bevono vino: lo stendardo di Ur, età babilonese, conservato al British Museum.
Venendo alla civiltà greca, qualcuno di voi forse conoscerà la figura di Deucalione, la cui cagna partorì un tralcio di vite e il figlio Oreste lo piantò.
Infine, e ai più ben noto, il rimando sacro, quello che noi tutti conosciamo, il racconto biblico - si trova infatti nella Genesi - del diluvio universale e dell'arca di Noè. Noè piantò dell’uva e se ne ubriacò, una volta approdato sul monte Ararat in Turchia.
L'Ebbrezza di Noè al cospetto dei figli, come raffigurata dal grande Michelangelo.
Al di là delle leggende e dei racconti biblici che portano un po' di luce, ma non troppa, sul "come" nacque il vino, è coerente col nostro racconto un aforisma di Tucidide: “I popoli del mediterraneo cominciarono a emergere dalla barbarie quando impararono a coltivare la vite e l'olivo”. Lo storico greco sottolinea nella nascita del viticoltura un passaggio fondamentale per la civiltà umana. Come scritto sopra: vino come sinonimo di civiltà. Suggestivo è che questa origine del vino venga collocata e fatta coincidere con un rinascimento, una nuova era aurea, in una ascesi del genere umano, successiva e migliore a quella antidiluviana dominata dalla barbarie e dal peccato. Dopo tanta acqua a lavare i peccati e l'abbruttimento, ecco finalmente il vino!








26 agosto 2016

Si riparte e si ricomincia.

Con il solito sentimento bivalente mi appresto a tornare alle mie "sudate carte, ch'io nacqui per loro": a lavoro in Ruffino, nella mia casetta a San Francesco, fra le mie passioni e i mie demoni, fra la polvere e le problematiche di Bisarno. Settembre, anche se ancora non lo è, è un mese strano: climaticamente il più bello dell'anno. I colori e le temperature di questo mese restituiscono una Toscana esageratamente bella, fuori concorso, da vivere con cene all'aperto, scampagnate, giornate al mare con meno persone, visite nelle città e nei borghi non più mangiati dall'afa. Dall'altra però settembre ti inchioda alle responsabilità di una nuova stagione che si materializza davanti a noi: appunto il lavoro, le preoccupazioni, le necessità quotidiane, le urgenze.
Al lavoro - mai realmente abbandonato quest'anno per colpa di viaggi poco esotici e di una connessione wi-fi ormai presente ovunque (e di una incapacità mia di astrarmi) - incombe Cookstock, un evento che si svolge a Pontassieve e che ci vede protagonisti, con le cantine Ruffino eccezionalmente aperte e con un contributo organizzativo massiccio.
A Bisarno abbiamo ripreso quella che avevo definito in un post di un mese fa circa la "rifondazione comunista": i pavimenti di due piani terra sono stati affondati e vi abbiamo gettato sopra uno strata di "magrone", del cemento molto granuloso. Adesso vi abbiamo posto il "cupolex", un sistema di vasi dalla forma di gusci di tartarughe funzionale a favorire l'areazione. Sopra poi abbiamo messo una rete in maglie di ferro in attesa di ricoprirlo con del cemento. Poi i tubi sopra, deinde il massetto e infine il pavimento. In attesa di preventivi per gli infissi e con sopralluoghi di elettricista e idraulico in atto.
Inside me, umore non altissimo in questi giorni perché si vedono soprattutto macerie, sbrani, costi, spese, problemi e questioni complicate.



Cupolex: un guscio, una corazza pe favorire l'aereazione sotto il pavimento del piano terra.




La rete sopra il cupolex.




La gettata.

19 agosto 2016

Cosmonauti in Linguadoca.

In voyage fra la Languedoc e la Provence. Ogni tanto penso a quanto mi abbia dato questo indomito ulissismo, Intanto, paradossalmente, ma neanche troppo, mi ha ancorato al mio paese, "se non altro per il gusto di andarmene", e ogni volta tornare. Mi ha istintivamente attratto verso strutture da restaurare e far emergere nella loro personalità e che sapessero raccontare la loro storia. Ha inoltre restaurato anche me, un lifting della mia personalità, costruendomi - nella condivisione e nella conoscenza - come persona curiosa, aperta, progressista.
E sto anche cercando di trasmettere questa malattia, l'ulissimo, la voglia di viaggiare e conoscere ciò che è diverso e distante da noi, non necessariamente innamorandomene, anche alle mie bambine. La più grande ha da un mese compiuto 5 anni, ha già preso venti aerei, calcato treni, pedalato su biciclette a rotelle, ascoltato storie antiche su battelli, remato in canoe, percorso decine di migliaia di chilometri. Distingue il guacamole, il gatzpacho e il rocquefort pur amando su tutto il pesto. Ha sguardi curiosi e aperti verso il mondo e gli altri bambini. Sa stare a tavola coi sapori dei vari paesi trionfanti nel suo piatto (nel calice ancora a presto!), curiosare a zonzo per le città, passare ore in auto senza bizzare e camminare fra paeselli, musei, colline, paludi e montagne per il piacere di stare insieme a noi, apprendere, rispettare e divertirsi: perché qualche gioco più bello dell'avere un mondo intero da scoprire? E la sera disegna le sue scoperte in un album di viaggio, il suo personalissimo diario di bordo di questi strani giorni trascorsi sempre assieme, google map, i crackers contro il mal di macchina e la musica da canticchiare.
E ho infettato anche la mia dolciastra metà, l'azzeccagarbugli di casa, la mia compagna che oggi per altro vede - dalle rive del Gard ai piedi del celeberrimo Pont, dove ci troviamo adesso - scorrere il suo trentanovesimo anno! A dirla tutta lei aveva una vita anche prima di conoscermi, e già viaggiava: noi lo facciamo insieme da "poco". Il primo è stato nel 2002. Lo scorso anno abbiamo festeggiato il suo trentottesimo da Gracia, a mangiare sarde in un locale eclettico e cupo a Barcelona. E se vado a ritroso con la memoria ne abbiamo imbastiti di brindisi esotici! Anche dove il vino era proibito e abbiamo levato succo di uva e tamarindo.
E io sono contento e pieno di orgoglio di avere questa famiglia e questo entusiasmo nel muoverci, viaggiare e crescere tutti insieme. Stasera brindiamo al suo genetliaco con una italianissima bolla di Franciacorta: a noi e alla Francia, emblema di nazione che ha cercato di integrare, farsi una e sincretica, averci regalato l'illuminismo, la libertà di pensiero e l'esempio per fare rivoluzioni e che oggi vede caraccolare, ma non frangersi, le proprie fondamenta ideologiche e culturali.



Le mie donne e il Pont du Gard alle spalle.

Le mie donne per i vicoli di Montpellier.

15 agosto 2016

Il barbacane.

Oggi é ferragosto, cardine malinconico e bruciacchiato dell'estate. La smania di dover fare qualcosa - é ferragosto! - non l'ho mai digerita. Come ogni festa comandata direi. I lavori al Bisarno sono congelati fino al 22 circa, ma molti miei pensieri, e riflessioni, ci orbitano attorno. Come durante la pedalata di ieri sulla Colognolese. Un anno fa di questi tempi eravamo in vacanza a Barcellona, ascesi dopo lunga camminata fino al Tibidabo, e aspettavamo una risposta che doveva essere positiva, ma non arrivava mai, alla nostra migliore offerta possibile per l'acquisto di Bisarno. A Bisarno c'erano ancora gli inquilini, e c'era l'intermediatore dei venditori, che oggi é il nostro geometra e ormai amico, che disturbammo con una chiamata Barcellona - isola greca per avere notizie, aneleti, segni di una qualche risposta: risposta che sarebbe arrivata mesi dopo, dopo grottesche situazioni nella trattativa che avrebbero meritato un libro, o un blog a parte. Oggi la situazione é molto meno sospesa, fortunatamente. Bisarno é messa forse peggio di quando la abbiamo finalmente acquistato, l'ultimo giorno del 2015, ma per me rappresenta é una freccia di entusiasmo scagliata verso il domani. E una sfida, un missione, un progetto così mi aiuta a compiermi e definirmi come persona. Ci ritrovo radici, la storia del mio paese, correlativi architettonici e comportamentali (in un podere di campagna) di quel che sono, siamo, momenti di equilibrio psicologico. 
 Ieri ci siamo tolti lo sfizio d fare una giratina con mio suocero nei luoghi della sua infanzia e della sua adolescenza. Campagna contadina sopra Pontassieve. Posti splendidi in cui abbiamo sentito più volte gli spash delle piscine di festosi stranieri (olandesi, francesi e tedeschi su tutti) relaxing under the tuscan sun. Quantum mutatum ab illo. Quanto é cambiata dai giorni agrodolci della mezzadria la nostra campagna. Ci siamo inerpicati dalla chiesa del paese verso le vestigia di un castello demolito quasi mille anni fa dai Guelfi senesi e che costituiva zona di giochi, fra i sassi franati a terra (alberese con una striscia nera fra gli strati) e la torre diruta. Oggi ci sono rovi e macchia e quel ronzio continuo di mosche e moscerini che tanto mi ricorda anche i miei giorni da piccolino in estate in Casentino. Il campo da pallone. Il prete del paese. Il professore ormai vecchissimo, colui che nel paese aveva un po' studiato e si poteva fregiare di un titolo rispettoso ma anche un po' sbeffeggiato. La scusa di questa madelaine proustiana era in realtà verificare sul campo la presenza sulle case contadine di una struttura architettonica non bella ma caratteristica che spesso punzonava le fragili e irregolari murature di campagna e che forse sarà necessaria anche nella facciata vista aia di Bisarno: un elemento murario di sostegno e raccordo chiamato da tutti barbacane.
La parola barbacane non l'avevo mai sentita dire. E a orecchio non direi che rientra nel vocabolario fiorentino contadino delle architetture di campagna. Ma quando le pareti cominciavano a cedere, o si dovevano legare blocchi irregolari, ai costi e ai tempi e alla difficili tecniche di rifare la muratura si preferiva costruire questo dente, questo punzone - in alcuni casi larghi diversi metri e con una ampiezza alla base di quasi mezzo metro, che finiva per ristringersi fino allo zero salendo verso l'alto - che al contempo sosteneva e nascondeva, legandole, due pareti disassate, o un muro "sbombato". 
A Bisarno abbiamo il modulo centrale della torre a cui secoli dopo é stato affiancato il modulo stalla con grandi problemi di filo e di cedimenti, "risolti" nel tempo con una sovrammuratura ormai fatiscente. Questa sovrammuratura peraltro, una volta tolta, ha rivelato una porta ad arco che corrispondeva al sottoscala della scala che porta ai piani superiori. Scala successiva alla torre. Cioè se noi ripristinassimo quell'apertura ci troveremmo davanti il vuoto (riempito) della scala che sale al piano superiore. Probabilmente - e qui sta poi il problema di filo delle murature a vista esterne che richiederanno forse un barbacane di cui sopra - la torre coi suoi tre piani é l'elemento  più antico, del XIII secolo. Successivamente é arrivato il modulo stalla, di cui la porta ad arco costituiva un ingresso per gli animali. Poi si decise di costruire delle scale esterne (esterne alla torre ma dentro la casa, dentro il modulo stalla) per salire sulla torre, mangiando spazio alla stalla e che hanno reso inutile l'ingresso e la fruizione dello spazio posteriore la porta arco (lo spazio posteriore sarebbe divenuto infatti un sottoscala): da qui in concomitanza con la realizzazione delle scale la muratura di quell'arco e gli accrocchi murari che al momento attuale del restauro stanno facendoci valutare di creare un barbacane di giunzione e rafforzamento. Un ultimo dubbio nella ricostruzione storica architettonica: prima delle scale come si saliva e scendeva al primo e secondo piano della torre? Boh! Secondo me (magari un giorno troverò il cabreo che cerco a confermarmelo) la torre, essendo una torre di difesa, aveva dei sistemi di salita a botole e scale in fune. Per isolarsi piano da piano in caso di attacco. Poi a tempi meno bellicosi si era resa necessaria una scala stabile e permanente. Resta ancora un dubbio. Togliendo l'intonaco dalla stanza del camino, il piano terra della torre, é emersa una apertura, murata, piuttosto alta. Che diavolo era? Una finestra così grande non aveva senso in una struttura difensiva. E se fosse una cicatrice di un ingresso al primo piano? Chissà, i misteri architettonici di Bisarno, dovuti alla plasticità con cui le strutture mutavano a seconda delle esigenze, sono ancora tanti...

Un barbacane...

Un secondo barbacane.

Un terzo barbacane...

12 agosto 2016

Il gene della convivialitá. La storia del vino. Parte 1, Prologo.

Gusto sempre con piacere un bel calice di vino in compagnia. Del resto sono, siamo fortunati: lo scenario è quasi sempre incantevole, siano antiche architetture di campagna di galestro e mattoni, accanto al camino durante le cene di inverno, sia il fresco dell'aia, o di un cortile, o nell'atrio di un palazzo quando la stagione è bella. Una lunga tavolata, i miei amici con cui spartire un quieto momento di felicità non proclamata, e attorno a noi la magnificenza della Toscana.
Siamo del resto eredi di una filosofia, di un modus vivendi che ha fatto scuola: il gusto toscano, la bella vita, il sapersela godere con temperanza. Anche col rischio di subire stereotipizzazioni caricaturali per chi ha lo sguardo presbite e abbagliato del lontano. Un calice, anche due - del resto quel formaggio è irresistibile, quel salume mi chiama coi suoi profumi, e poi mi devo "pulire" la bocca - e allora l'atmosfera si fa spesso più sciolta, ci si confida, ci si sente a nostro agio, si affrontano questioni personali, anche intime, gli argomenti si fanno profondi. Si crea un bel clima, una "social catena" che mi fa sentire parte di un tutto. 
Il restauro di Bisarno, la scelta di ingaglioffarmi fra mutui, spese e problemi di ogni tipo, segue proprio questo richiamo interiore, questo istinto.
In fondo in questi momenti noi reincarniamo, riviviamo, quello che per millenni chi ha calpestato, addomesticato, antropizzato queste stesse nostre terre, ha sempre compiuto: parlasse etrusco, latino o fiorentino, lo chiamasse simposio o convivio.
Sì, conviviale è un termine che mi piace, racconta perfettamente cosa è il vino oggi e dove deve porsi: in mezzo a chi si vuol bene, a tavola, fra franche parole. Sembrano fortunatamente finiti, complice anche la recente crisi economica, gli eccessi cattedratici, frigidamente edonistici con cui si è fruito del vino a cavallo del millennio.
Questa convivialità evoluta, questo gusto nello stare insieme, questo modo di essere riaffiora dal nostro istintivo, atavico bagaglio comportamentale e relazionale.
Di come ci siamo arrivati è una bella e lunga storia da raccontare.
Una storia licenziosa, perché parla anche di piaceri della carne.
Avvincente perché le donne, per esempio, l'ammissione al convivio se la sono dovuta sudare attraverso momenti bui, come lo ius osculi (vedremo cosa era), e altri ben più luminosi, come la vita di Caterina de' Medici.
Divina di Dioniso, Bacco e Fufluns. Mito, rito e religione.
Terrestre di fiaschi, mezzadria e arguzie contadine. Di taverne e crapule.
Tragica e comica. Eucaristica e fescennina.
A lieto fine e sempre dal profumo di vino. Quello stesso vino che fermentando nel grande tino dell'esistenza, millennio dopo millennio, ci ha plasmato nella nostra identità toscana e, per molti aspetti, italiana. E pensare che tutto ha avuto inizio molto lontano da qui, nella Colchide di Giasone e degli Argonauti, l'attuale Armenia, circa 6000 anni fa, quando si cominciò ad allevare la vite per farne vino...





Fufluns, il dio etrusco del vino: sapeva godersela, tutti noi gli dobbiamo tanto!

8 agosto 2016

Il Bisarno oltre l'Amstel.

Il Bisarno oltre l'Amstel, il fiume che ha dato origine al primo insediamento chiamato Dam, la diga appunto che lo ha reso possibile strappando un primo fazzoletto di terra dal mare. Diga sull'Amstel: Amsterdam, dove ci troviamo in questi giorni. Ricevo whatsapp con foto dei lavori al Bisarno, con l'ansia e la colpa di chi sente quasi di aver tradito qualcosa, allontanandomi dall'ecke ecken nevrotico e sentimentale, appagante e travolgente, di questa fase della mia esistenza: il restauro di questa vecchia casa di campagna. Eppure sembra quasi che senza di me i lavori procedano più veloci, come se in loco la mia stasi di pensiero incagliasse il dinamismo di azione. La facciata posteriore del modulo torre è quasi completa ed è venuta una meraviglia: la contemplo dal piccolo schermo dell'iPhone con questa strana nuova vista dopo il Lasik che mi fa vedere bene da lontano ma mi infastidisce da vicino, quando cala un po' la luce, nelle penombre e nelle stanze con le luci artificiali.
La facciata posteriore: la parte apicale sinistra è quasi completa. A noi piace!
Poco prima della partenza abbiamo anche presentato il cosiddetto "abaco degli infissi", relativo alle aperture afferenti alle due stanze che porteremo in ristrutturazione immediata: la stanza del camino e la stanza ingresso, dove verranno anche individuati un bagno e una lavanderia-spogliatoio. 
Gli schizzi per le prime finestre: opteremo per il ferro, scelta complessa ma che alla fine mi convince più delle altre.

Adesso impugno la bicicletta, simbolo di questo viaggio ad Amsterdam, e torno a immergermi in questa affascinante città fra i canali, che ha un po' della mia Berlino, soprattutto nella zona del porto dove dominano moderne architetture di vetro e acciaio, qualcosa di Barcellona, per un certo tocco mediterraneo negli eccessi ludici e sguaiati, una spolverata giovane, pansessuale e panteista, veggie e hi-tech di San Francisco, una facile analogia con Venezia, con le acque che la irrorano come un sistema sanguigno e i canali che la dominano, a tratti evidenze di Amburgo per quei mattoni scuri, il porto, i dock, l'anima marinaia e commerciale, e, infine, un pizzico anche di Londra, per il tempo bizzoso, spesso ventoso e piovigginoso e il sincretismo delle sue culture che la rendono una città molto divertente anche dal punto di vista gastronomico. Non poco per quella che una volta era solo terra strappata con fatica al mare e buona solo per coltivare patate.

Io e le mie "olandesine".

Un ingresso un po' macabro, ma il font del civico fa molto Amsterdam.




2 agosto 2016

Scavi (interiori e no) e prospettive (architettoniche e no).

Luglio è finito e siamo ormai scivolati nei caldi giorni di agosto. Bisarno è invaso da erbe, piccioni, gattini e insetti di ogni tipo, in dominanza fastidiose zanzare. Non siamo più a pieno organico, per molti sono iniziate le ferie o i ritorni nelle proprie  regioni e quindi non ci sono più i ritmi folli del mese scorso e il caldo sembra quasi creare una atmosfera ovattata e fuori dal tempo. Lo scorso fine settimana abbiamo compiuto un lavorone: lo scavo e gli interramenti dei corrugati per i fili della luce e del telefono, a oggi orribilmente aggrappati direttamente alla nostra facciata quest'ultimi e ancorati in un traliccio di cemento ficcato in mezzo all'aia i primi. Scavi, inserimento dei pozzetti, passaggio dei corrugati e successiva copertura del terriccio smosso. Realizzazione di un casottino affiancato al porcile per contenere il contatore. 
La compagnia è "picciola" ma ben assemblata: abbiamo la fortuna di avere un vicino splendido, una persona deliziosa ed estremamente competente che possiede e sa manovrare i trattori per gli scavi e sta dando un enorme aiuto, anche di presenza ed entusiasmo, a tutta Bisarno. Ci sono i patres, che vigilano, sorvegliano, agiscono e contribuiscono ognuno con le proprie possibilità e abilità C'è un muratore che è un artista e che gestisce ogni aspetto di ripristino murario con sensibilità storica. Un geometra "architettoso" e perito in mille scibili vigila che tutto sia fatto a norma e che il bello ci sia in ogni recupero, e che sia un bello funzionale. C'è la ditta, composta soprattutto da persone, ognuna con la proroga marcata personalità, che sta rifacendo i tetti. I ponteggisti. Le varie professionalità di volta in volta attivate (quante spese ahinoi), la divinità così spesso imprecata. Poi c'è l'architetto, che conosco per lo splendido lavoro della casa attuale in cui vivo e di cui mi fido, con cui stiamo costruendo il progetto Bisarno (chiamato ormai dai miei amici per prendermi in giro Trisarno, Tetrarno, finanche Pentarno) credo con scelte coraggiose e non troppo convenzionali, che ne manterranno la storicità, quel giorno perso nell'orizzonte in cui sarà terminato, ma con un flair di contemporaneità. 

Le mie scarpe hanno ceduto e io le ho raffazzonate in qualche modo.

Il canale per i tubi.

La casottina per il contatore della luce (quasi sprecato!)

24 luglio 2016

Rifondazione comunista a due mesi dalla Lasik.

Che ho fatto durante questo fine settimana? Ho festeggiato le Mignoliadi, una tre giorni di compleanno della mia secondogenita, coccolata da amici e parenti in pantagrueliche libagioni e portato a termine, agens et observans al contempo, la rifondazione dei solai del piano terra della stanza che costituirà il nuovo ingresso, il bagno ospiti e la lavanderia e della stanza camino: con un gioco di parole fra quello che stavo facendo e l'approccio con cui lo abbiamo fatto, questo micro-progetto di lavoro é stato definito "rifondazione comunista".

Alla fine ce l'abbiamo fatta!
Intanto, luglio sta volgendo al termine e la prima settimana di agosto sarò in vacanza in nord Europa, ma finalmente i lavori al Bisarno hanno preso un bel ritmo e le soddisfazioni, per quanto sudate - carriola dopo carriola dopo carriola di terriccio portato via - non stanno mancando. Fra qualche giorno saranno anche due mesi dalla mia "vista nuova". Mi sto abituando a un nuovo modo di vedere: da lontano, in condizioni di buona luce - né troppo abbagliante né troppo ombrosa - mi pare di aver attivato l'alta definizione; al buio la vista invece si fa precaria, gli effetti della luce artificiale fastidiosi, e anche le le ombre non mi restituiscono una visione nitidissima; da vicino, infine, faccio fatica a leggere le parole più piccole, come se ci fossero i prodromi di una imminente presbiopia. Ultimo e collaterale, l'occhio sinistro mi pizzica sempre tantissimo. Mi sono anche imbattuto in letture particolari, in cui si predicano i miracoli della ginnastica visiva: qualcosa ho tentato, ma temo il mio istintivo scetticismo mi freni, e se non ci credi profondamente a queste cose l'efficacia é molto ridotta. Sono soddisfatto, lo rifarei? Direi di sì, senza tracimanti entusiasmi perché i fastidi sopra elencati non mi piacciono per niente ma tutto sommato i pro vincono sui contro. L'intervento infine pare abbia avuto anche una gradita funzionalità estetica, rendendo i miei occhi più fermi nello sguardo e sgranandoli un po' di più. Ne sono molto contento! In questo selfie a razzolare al Bisarno una delle mie prime foto senza occhiali. 


Eccomi qua!

22 luglio 2016

La Toscana di Ruffino, il video della presentazione e le nuove tappe.

Post atipico, che interrompe per un attimo i pensieri grevi e onerosi di lavoro e restauro e ci riproietta alla presentazione del libro al Mercato Centrale, svoltasi a fine maggio scorso e qui riportata in un video integrale grazie al grande lavoro degli amici di Tele Iride.
L'indomani mi sarei fatto il lasik agli occhi e il libro avrebbe poi vissuto altri suggestivi momenti di presentazione. Intanto, per chi avesse voglia di rivedere quel momento, per chi non ci fosse stato, ecco qua:










19 luglio 2016

Il soffitto della stanza del camino.

L'obiettivo era ambizioso: i correnti del soffitto della stanza del camino erano rovinati, le pianelle sotto cui erano ancorati sostituite di recente con tabelle moderne, brutte a vedersi e dipinte di nero con uno sgraziato tocco dark. Le grandi travi di un rosso arterioso.


Come era prima...

La soluzione di restauro "classica" avrebbe imposto l'acquisto di nuovi correnti (con inevitabile effetto Ikea, malgrado la piallature industriali volte a scimmiottare un effetto "fiume", levigato dal tempo...), un costo senz'altro ma anche un tradire, a mio avviso, la volontà di perpetrare certe forme dell'architettura contadina. In fondo, da varie demolizioni erano avanzati dei correnti di cipresso, altri giacevano accatastati vicino al fienile, da precedenti demolizioni.
Ci siamo quindi organizzati questo fine settimana per dare ai muratori 33 correnti recuperati! Una faticaccia ma anche un divertimento e una grande soddisfazione! Qualche settimana prima avevamo sabbiato le travi, cercando con difficoltà di eliminare la vernice rossa. I correnti storici sono stati prima spazzolati per ritrovare l'anima del tronco, poi piallati per aumentarne le sinuosità e il senso di vissuto, poi tagliati alle dimensioni necessari per stare appoggiati sulle due grandi travi di sostegno - che dopo la sabbiatura hanno ritrovato la loro magniloquente austerità tarlata - e infine trattati con una vernice speciale.

Piallatore in azione!




Lo scrivente in azione: sega in mano e avanti tutta!

Lunedì mattina i muratori hanno trovato tutti i correnti pronti per essere montati: 

I correnti rifatti!

Nel mentre, abbiamo comprato (qui purtroppo non avevamo alternative più economiche) delle pianelle in cotto storico che hanno concluso la trama del soffitto a travi e correnti. Ancora mancano delle rifiniture (il rosso deve essere ancora mandato via meglio, i legni trattati), ma il risultato, converrete, non è niente male!

Come è adesso (manca ancora qualcosina...)