27 ottobre 2016

Wanderer in Canada: Vancouver in British Columbia.

Sono arrivato dopo un volo lungo ma gestito con una certa perizia. Aprire gli occhi in quelle che sarebbero state in Italia le due del mattino e qui in Far West invece le tre del pomeriggio è stato un po' traumatico: la sensazione di sfasamento é stata molto netta e mi ha accompagnato fino alla mia partenza da Calgary: le prime 3 notti sono state di non sonno, risvegli improvvisi e un continuo mal di pancia quotidiano a sottolineare come l'organismo non fosse ancora per niente settato. E dire che prendo melatonina ormai da qualche giorno prima della partenza. 
A Vancouver ho avuto l'onore di sostare al Pan Pacific, hotel magniloquente, enorme, affacciato sulla baia. I canadesi sono affettuosi e molto orgogliosi di questa città che per il poco che ho visto è davvero splendida. Ha un ampio frastagliato waterfront da cui si ergono aitanti grattacieli. Attorno le montagne innevate e grandi parchi verdi. Una popolazione asiatica dominante (mi hanno detto il 75% ma mi pare uno sproposito) con una eccellente cucina asiatica: ho mangiato un welcome sushi all'arrivo sontuoso, in un sushi bar chiamato Kome.  Certo, anche il loro salmone é stato mondiale e mi hanno rivendicato la supremazia di questo salmone rispetto a quello eastern del Quebec e dell'Ontario. Ho anche assaggiato un po' delle loro birre - la città sta fermentando di brewery artigianali -. E anche i loro vini, della ragione Okanagan, di cui sono molto orgogliosi, non mi sono parsi per niente male: vini di impatto moderno da vitigni internazionali ma con finezze mediterranee, anche per questioni climatiche. 
Vancouver mi ha ricordato San Francisco, una cera atmosfera giovane e nerd, di esteti attenti al vestiario, senza rifuggire le stesse tendenze yippie della città californiana, ma molto ha anche di proprio, di orgoglio canadese, da westerner, come ribadito da più parti. La sera abbiamo fatto dei passi lungo oceano, nella zona dell'harbour e dell'attracco degli idrovolanti, dove più maestosi svettano  i grattacieli di vetro di Vancouver, attorno al "coudron", il monumento per le recenti olimpiadi. La downtown, attorno al famoso orologio a vapore, con gli aceri rossi nei viali, case basse di mattoni, un'atmosfera green, giovane, con tanti locali e uffici, mi é proprio piaciuta. Peccato per il tempo, piovoso e ventoso, ma quando per un breve lasso di tempo, il sole ha spazzato via le grigie malinconie celesti, la città ha subito preso un aspetto diverso. Poi le persone, la voglia di Ruffino e di abbracciarci nella nostra italianità, l'entusiasmo che mostrano, sono davvero uniche. La sede di Constellation é bellissima e fatta da persone molto giovani. Ho incontrato lavorando colleghi e professionisti che hanno saputo temperare il piacere di stare insieme con proficue occasioni di lavoro, degustazioni, incontri, strizzandomi, come hanno detto, tutta la mia toscanitá a loro beneficio. Chissà se mi capiterà di tornarci, certamente Vancouver é uno di quei posti da vedere, di una bellezza giovane e costruttiva e di una apertura affascinante e cosmopolita.
  

Il miglior sushi mai mangiato fuori dal Giappone.


Io e il mio collega Beppe negli uffici di Constellation a Vancouver.


Vancouver by night.


Vancouver all'alba.


Una foglia di acero caduta a terra.



21 ottobre 2016

La valigia - quella volta a Kitzbuhel

Da anni non tolgo più la valigia dalla camera. Questo mi ha aiuta a esorcizzare il mio dicotomico approccio ai viaggi, portando al centro della mia vezzeggiata intimità domestica il più classico simbolo del mio necessario ulissismo. Ormai la mia scafata abitudine al viaggio di lavoro si è palesata in valige sempre più ridotte: oggi mi muovo con una splendida Samsonite con numerose tasche e vani ottimizzati in pochi centimetri che so esattamente come riempire. Più si è leggeri (anche di testa) e meglio si viaggia. Riesco a fare spostamenti di più di una settimana col solo bagaglio a mano. Conquista recente e abilità non innata questa, a onor del vero. Ricordo infatti che, le prime volte fuori casa, anche le più brevi delle trasferte mi autoimponevano una enorme valigia da immigrato e lunghi e meditati giorni di preparazione. Come se mi volessi portare con me tutto il mio piccolo mondo, costituto sempre di maglioni larghi e morbidi, di completi con spalline in cui scomparivo sgangherato e scarpe di un numero più grande modello superpippo, dal quale imitavo spesso anche - ossessionato dagli imprevisti e dalle imprevedibilità della già di per sé fallace scienza meteorologica - l'utilizzo di un pigiama vecchio e stretto portato a mo' di calzamaglia sotto i pantaloni buoni. Il peso della mia assenza dal nido era oggettivamente correlato ai fardelli che mi gravavano il viaggio. Ero ridicolo, goffo, volenteroso e di quel me neanche troppo remoto provo ancora affettuosa tenerezza. Oggi il mio organismo ha caldo, sempre. Sono chirurgico prima di ogni viaggio, sebbene strisci sempre chiaroscurale una certa irrequietudine. Soprattutto da quando sono babbo. Non porto più maglioni ingombranti. Gli hotel in tutto il mondo non soltanto sono più o meno tutti uguali (per questo quando viaggio per piacere esigo delle case tipiche come alloggio per godermi davvero la vacanza e capire il luogo) ma sono sempre anche caldissimi, e con l'aria secca che al mattino a soffiarmi il naso mi viene sempre un po' di sangue: anche il pigiama con gli orsetti in pile che mi occupava da solo un quinto del valigione complicando sempre tutto (ma non ci avrei rinunciato per nessuna ragione) è usato solo per le più algide giornate di gennaio a casa, mai abroad. Il bagaglio ormai è quasi sempre solo a mano perché non sopporto più la gestione del ritiro bagagli agli aeroporti e il dover perdere tempo ad aspettare: quante volte poi me la hanno smarrita, facendomi fare figure imbarazzanti agli eventi in cui ero chiamato a partecipare. A Kitzbuhel una volta non mi consegnarono la valigia dove tenevo tutto. Viaggiavo con l'allora titolare di Ruffino, lui sempre bello, impeccabile, aduso a vivere in viaggio, signorile ed elegante. Era un freddo febbraio del 2008, neve altissima sulle alpi austriache e nel paese famoso per la discesa libera, il casinó e la bella vita. Io avevo fatto il viaggio con un golfone rosso con le renne inguardabile, ma decisamente caldo e coccoloso, conscio che avrei trovato molto freddo e mi sarei potuto poi sistemare con giacca e cravatta in albergo. A Kitzbuhel peraltro dominava una eleganza pacchiana, pelle lucida nera, borchie, trucchi pesanti e pellicce. Sotto il golf avevo una ulteriore maglina bianca di lana. La sera mi aspettava una serata di gala in un sofisticato ristorante in paese. 
Quindi: hotel tardo impero, io senza bagaglio, vestito come il primo uomo al polo nord, a due ore dalla seratona, nessun abito adeguato da indossare. Per di più cominciavo anche a puzzare, vuoi lo stress, vuoi il caldo in albergo, vuoi l'eccesso di protezione che mi dava quello scafandro di lane addosso. Mi spoglio e provo a lavare con acqua e sapone, soprattutto in zona ascelle, almeno la maglina che indossavo sotto il golf. Mi faccio la doccia per cercare un minimo di relax mentre lascio che il phon asciughi da solo la maglina, appoggiandolo accanto alla fruit col tasto on e alla velocità turbo. A un certo punto sotto la doccia sento una sirena violentissima. Allarme antincendio. "Stupido picchio", penso. Mi metto addosso al volo il setoso accappatoio a verificare la natura dell'ennesimo imprevisto della giornata austriaca. Si: la mia fruit surriscaldata dal phon aveva preso fuoco e il fumo aveva attivato il rilevatore antincendio. Rapidamente calpesto la maglina con le prime fiammelle e riesco a spengerla. 
Quella sera mi sono proprio sentito stranito, a cercare di non grattarmi per il pizzicore del maglione rosso rennuto dovuto portare sulla pelle nuda, gli altri bellissimi e sofisticati in smoking o completo scuro. Parevo l'imbecille della serata mentre fuori una calda costante nevicata ovattava il tutto e tutti dentro nei loro eleganti vestiari parevano divertirsi ed essere completamente a loro agio. 
Qualcosa é cambiato ma io sono ancora per molti aspetti quel Francesco carico di vestiti soffici e caldi addosso, non più sgraziatamente portati fuori ma indossati con le stesse affettuose e avvolgenti inadeguatezze dentro di me.
Tempo di andare. La mattinata è grigiastra e i vetri della camera hanno fatto condensa, diluendo come in un quadro impressionista la vista di fuori. Ripiego il pigiama, lo tolgo dal letto e lo chiudo con meticolosità nell'armadio. Si parte.


18 ottobre 2016

#cibiamoci16 e pensieri errabondi.



La serata si sta consumando con un orzo bollente (abbiamo ridotto l'acqua rispetto all'orzo miscelato e finalmente ho trovato un caffeoso compromesso), un po' di musica dall'iphone proiettata dall'home theatre (che avvolge fra le sue spire tersicoree le bambine), fra cui questo pezzo strepitoso dei Gorillaz, e io sbraciolato sul divano col mio pigiama invernale di Snoopy a godermi il dopocena.
È stata un'altra giornata di contatti e spunti: oggi ho avuto la bella occasione di poter raccontare il mio mestiere in un ambiente non convenzionale, all'interno di uno splendido vivaio ormai attivo a Pistoia dal 1909, il Mati. La fiera si chiamava "Cibiamoci".
Ho avuto anche il piacere di beneficiare di una catartica passeggiata nell'orto aziendale del vivaio Mati, orto che rifocilla il neonato ristorante Tuscan Fair, direttamente col titolare e il capo cuoco, e insieme ad alcuni volti a cui sono particolarmente affezionato.
Durante il mio intervento, ho scelto di portare con me con le mie passioni: la storia di noi etruschi e il percorso conviviale che dagli Etruschi ha attraversato i romani fino al Rinascimento Fiorentino di Caterina dei Medici e l'Ottocento mezzadrile rendendoci geneticamente quello che siamo, il cinema, la letteratura con una carnale lettura di un pezzo di Alda Merini. Infilandoci Ruffino, il nuovo fiasco, alcuni strumenti narrativi come il product placement e il libro, di cui ho parlato usque ad taedium e ammorbarvi ancora non vale la pena ma che davvero continua fedele a darmi, a darci soddisfazioni.
Il tempo diuturno è passato dal piovigginoso al soleggiato e veloce come al solito. Nel preserale, un preserale già buio e di nuovo temporalesco, dopo le faccende in ufficio di rientro da Pistoia, sono riuscito anche a fare un salto a Bisarno, a mettermi addosso a pieni polmoni e occhi spalancati i piccoli grandi progressi compiuti. Il rifacimento della facciata è uno degli aspetti più emozionanti - almeno per me devo dire (sono in splendido isolamento di pensiero) - perché vanno a toccare aspetti fra l'estetico, l'etico e lo storico che hanno poca utilità ma grande stimolo intellettuale per me.
Adesso é quasi l'ora di andare a letto: sono chiamato ai vari odietamati rinowash/aerosol alle Upupole moccicose permanentemente prima di metterle a nanna, dopo però subire la classica umiliazione a Memory con la Mati. Vado. Penso alzando gli occhi da questo telefonaccio che mi assorbe sempre: spendo spesso tante parole per il mio lavoro, i miei viaggi, la Toscana, Bisarno soprattutto, ma la casetta qui a San Francesco ha una bellezza intima e affettuosa, curata in ogni dettaglio, di cui chissà come riuscirò a fare a meno il giorno che ci trasferiremo o che dovrò venderla. Questa sarà sempre la casetta.


L'orto al Vivaio Mati. Un bello spunto per Bisarno.



Parole parole: ho detto a chi era venuto ad ascoltarmi che sarei stato peripatetico per trasferire meglio le mie parole...

La casetta di San Francesco, l'open space...

14 ottobre 2016

Food and Book Festival con La Toscana di Ruffino



Di rientro dalla Germania, un viaggio stancante ma molto gratificante come esperienza di lavoro e anche umana, dopo un venerdì fra l'ufficio e Bisarno (mancavo da 4 giorni in cantiere, astinenza pura...), mi appresto a un'altra presentazione - molto emozionante invero - del libro: sono stato invitato al più importante festival di letteratura gastronomica, il Food and Book Festival di Montecatini, come ospite relatore per il mio libro. E così domani mattina, io e Sandra Pilacchi ci apprestiamo, "sesto dopo cotanto senno", ma anche settimi, ottavi a dirla tutta, a raccontare le storie di gusto e vita, di aneddoti e profumi, di nostalgia e affetto che abbiamo cercato di far vivere nella carta con La Toscana di Ruffino insieme a Officina Grafica e a Stefano Caffarri, persona squisita e coltissima che sento molto affine a me di cui sto leggendo con immenso piacere intellettivo il suo "Magon".
Come é palesato dalla foto qui sotto davvero io sono ospite indegno, "di me medesmo meco mi vergogno", ma sono comunque felice di aver l'occasione di esserci...
Un grazie quindi agli organizzatori che hanno pensato a noi: dall'associazione Leggere tutti alla casa editrice Agra Editrice fino a Sergio Auricchio che mi ha personalmente cercato e contattato, altra persona deliziosa e di impianto umanistico a cui sono molto grato.  E ci vediamo domani alle 11, a Montecatini, orchestrati dal grande Sandro Capitani.
Beh, volti ben più noti e celebre del mio domani a Montecatini.

13 ottobre 2016

...Dresden.

La cavalcata wagneriana, l'iter pannonicum, i giorni di lavoro in Germania sono proseguiti con l'ascesa in auto verso Dresden. 
Autostrada molto bella e a metà tragitto circa ci siamo fermati a un autogrill ben organizzato che però aveva i tornelli per i bagni e che ha preteso un ticket di 70 centesimi per permettere la necessaria minzione. Cappuccino indecoroso mentre cookie niente male, dominato dal burro e dal cioccolato ma gradevole.
Una pioggerellina costante e fredda, oserei fra il sovietico e il bladerunneriano, ci ha scortato fino all'arrivo in questa malinconica e grigia città che rivela una bellezza barocca ingrigita, bombardata, sofferente. Ho passeggiato per poche decine di minuti il centro storico sviluppato attorno al fiume Elba. Dresden é chiamata la Firenze della Germania e in effetti, mutatis mutandis, qualche analogia l'ho vagamente intravista. In effetti c'é un bel fiume, Elba, ci sono palazzi, chiese - la più importante ricostruita totalmente dopo i bombardamenti del 1945 - tanta arte, parole meravigliose tedesche come kunst dappertutto. Poi ci sono le persone. Per me sempre l'aspetto  più interessante di un viaggio insieme alla ricerca delle radici gastronomiche. Sono schiavo di questo mio voyeurismo. Penso al film "La vita degli altri", capolavoro assoluto. Gli anni della stasi. Pensavo a Berlino, in certi quartieri, di aver esperito certe sfumature, certe peculiarità, anche certe sofferenze del tedesco della DDR. Passeggio per Dresda e vedo un cartello con la scritta "Spioni", una retrospettiva sugli anni della stasi al museo della guerra della cifra. Sono infastidito che per raccontare una piaga propria del regime postbellico tedesco abbiamo sentito la necessità di ricorrere a una parola italiana. Comunque, dicevo, le persone. Ecco, soprattutto la midlle class dei cinquantenni, quella che ha vissuto il passaggio fra i due mondi, appena ha assaporato la possibilità di volgersi al capitalismo, ai modelli fatui del benessere, ci si é buttata con fare bulimico, ma ben presto si é accorta di non averne le architetture storico-psicologiche per sostenerlo. L'aspetto é quello di persone confuse, che hanno trovato il benessere e l'affermazione personale ma che hanno anche fatto fatica, e i segni estetici e di vestiario lo dimostra, a vivere questo mondo nuovo, a fluire nelle "magnifiche sorti e progressive" della Germania post crollo muro. La cena di lavoro conclusiva si é svolta in uno sfarzoso e decadente hotel a 5 stelle in stile neobarocco in pieno centro che ha fatto un po' da correlativo oggettivo di quanto scrivo. Queste riflessioni me le hanno fatte una coppia di giovani, trentenni con figli ormai bambini, che mi raccontava o dei loro genitori e di quanto per loro fosse già diverso, più naturale, affermarsi come professionisti nell'est, senza rincorrere il modello capitalistico, senza tradirsi per forza. Una coppia molto piacevole, che ha costruito una sorta di hotel nel nulla, come dicono loro. Fuori ho osservato la magnifica Dresda distrutta dalle bombe incendiarie che hanno mietuto il più alto numero di vittime in una città tedesca, osservato chiese e palazzi diruti, alcuni ricostruiti ex novo come la barocca Fraukirchen, altre cristallizzate nella loro distruzione, altre ancora conservate nell'esterno principesco (le bombe erano incendiarie e bucavano le pareti per incendiare gli interni) e all'interno completamente rimurate in calce. Ogni tanto un palazzo in vetro, parallelepipedo perfetto, ricordava gli anni del socialismo sovietico in architettura. Una città strana, direi malinconicamente bella, che vale la pena di conoscere, e che mi ha lasciato un senso di amaro, di cupo, quando la bellezza é nella sua stessa necrosi. Chissà mai se ci tornerò, ma Dresda mi ha toccato in quel poco che mi si é manifestata. 

10 ottobre 2016

Munich und...

La settimana é teutonica. Con un cavalcata wagneriana sopra il traffico fiorentino, con l'alba che fatica a imporsi sul cielo grigio primoautunnale, sono giunto verso il nostro piccolo aeroporto fiorentino per volare prima a Munich poi a Dresden.
Munich mi restituisce ormai quasi una atmosfera di casa. Vabbé, tralascio l'aeroporto Strauss - fedele quanto funzionale hub per traversate oversea. La prima volta nella stadt fu per caso: una violenta nevicata ci bloccò per una notte nella capitale bavarese in transito per Instabul. Febbraio 2005, il primo viaggio che feci con la reflex digitale, punto già da qualche anno da vaghezze fotografiche. Poi Munich mi ha chiamato altre tre volte: in una aiutai un collega (ben più bravo di me, io mi dedicai a fare foto e a mettermi in posa a riceverle) ad allestire una "bella notte italiana", una cena offerta a clienti e stampa e preparata in una scuola di cucina locale. Si narra ancora del mio leggendario tiramisù, un pizzico troppo dolce visto che mi erano state decuplicate le dosi dello zucchero e quindi ancora più energizzante. Ma in assoluto la mia Munich più divertente fu a seguito della Fiorentina in Champions League, con Prandelli, Felipe Melo, Mutu, Jovetic, una Fiorentina che aveva ancora voglia di crescere e spendere che, tuttavia, all'Allianz - che invidia rispetto al derelitto Franchi - prese un sonoro 3 - 0. Ero con altri due amici, avevamo trovato i biglietti solo nella curva del Bayern, quella del tifo caldo. In effetti, non ci avrebbero manco notato se, indispettiti per il risultato, adusi a grugnire irosi e blasfemi quando si tratta di guardare la Fiorentina, sul 3-0 per loro un falletto sulla mediana di Felipe Melo su Ribery, imprendibile quanto inguardabile ala del Bayern, non avesse generato in quest'ultimo un volo artificioso e plateale e in sincrono uno strepito di dolore farlocco ed esagerato. Ammonizione. Ribery rantola finto. Melo che si giustifica fra i fischi. Il mio amico si indispettisce, si erge in piedi e urla rivolto al pubblico bavarese, fino ad allora attento più ai boccali che alla partita ed eccitato soltanto da qualche coretto mal organizzato: "Eh, Ribery swimming pool", mimando un plateale tuffo ed ergendosi novello Farinata fra i fan crucchi. Ed ecco che questi si destano, alzano il capo. Cominciano a urlarci contro. L'impropero che ricordo ancora, l'unico che ho forse compreso in quei concitati attimi é un"Italiano raus!", italiani a casa! E nel mentre che io mi scusavo, annuivo umile, balbettavo col mio inglese, l'altro continuava in un crescendo appunto wagneriano con la sua rabbia contro tutto e tutti, tedeschi compresi. 
Questa é quindi la mia quinta volta. In questi giorni ho ritrovato una Munich organizzata, benestante, comunque mediterrenea ma con qualche problema in più, profughi, facce disperate, traffico. Ho conosciuto molti professionisti della ristorazione, molti italiani c'è qui ormai hanno vita e famiglia. La cena finale si é svolta nella torre della televisione (uguale identica ad Alexander Platz a Berlino, chi l'avrebbe mai detto!), un ristorante che gira su stesso offrendo una vertiginosa vista sulla città e le montagne vicine. Una esperienza di lavoro divertente ma non semplice, dopo una giornata a giro per visite di lavoro e dopo il primo giorno di degustazione insieme ai colleghi del Consorzio Chianti Classico. 





8 ottobre 2016

Milano 2002- Milano 2016

Pioggia e primo freddo stagionale in Toscana. Un sabato da cambio dell'armadio e qualche starnuto. Vengo da due giorni di lavoro a Milano. Milano é una città strana. Ci ho vissuto con poche gioie e molte apprensioni in una delle stagioni più buie della storia della metropoli meneghina, fra il 2002 e il 2003. E anche io vivevo una stagione della mia vita non propriamente aurea. Eppure grazie a Milano sono diventato il professionista che credo di essere e, in fondo, anche l'uomo, il Francesco Sorelli di oggi: Milano é stata maieutica per me. Ha preso il mio io intriso di letteratura e lirismo, spaventato e goffo, e mi ha lentamente plasmato in un comunicatore, bravo nelle relazioni e più immediato ed efficace nel mie mezzi espressivi: la parola e la scrittura certo, ma anche l'immagine, la fotografia, il linguaggio del corpo. Sono stati quattordici mesi densi, umorali, quasi dolorosi quelli al Master in Accademia di Comunicazione: eravamo agli albori del digitale e ho avuto la fortuna di studiare professionalmente cosa significa comunicare su mezzi effimeri, peculiari e veloci come internet. In quei mesi ho semplicemente assorbito, questo é il verbo migliore: ho scritto molto, ho frequentato con matta bulimia cinema e teatri, leggevo avido tre-quarto libri in contemporanea sul mio comodino prima di dormire. Ogni sera mi piaceva intrufolarmi in qualche storia: mai vissute, sempre fruite attraverso mezzi caldi e accoglienti come la pagina, o la pellicola, o la penna. E ogni mattino salivo sul bus 90 di viale Tibaldi con un senso di curiosa e al contempo schiva responsabilità. L'inverno piovoso del 2002 lasciò il posto alla primavera e all'estate più calda che io possa ricordare, il torrido e zanzaroso 2003. Fotografie di quei giorni di afa: il mio sudore che dalla pelle mi appiccicava le magliette colorate addosso, gli odori  sporchi  della metropolitana, le zanzare dei Navigli, la vittoria carosellata della Champions League del Milan mentre io cercavo vanamente di prender sonno e appassionarmi a una Fiorentina moscia (mai quanto l'attuale, va detto). 
E, a fine percorso di master, le ansie per il placement, per l'ingresso nel mondo del lavoro: i quattordici mesi erano stati duri, anche divertenti, ma sempre sopraffatti dall'impegno economico che avevamo dovuto tutti affrontare e dalla necessità, dall'obbligo quindi, di un loro ritorno. Per molti dei miei talentuosi compagni (che classe eravamo!), un impiego nel dorato mondo (indeed, non lo era già più neanche allora) dei creativi, come copy.
Io scelsi di tornare in Toscana, forte anche delle parole di Enzo Baldoni. Che storia col senno di poi. Che amarezza. Avevo conosciuto Baldoni fra Accademia e Le Balene, la sua agenzia. Fu il primo che con grande determinazione, nelle stanze della sua agenzia "Le balene", mi disse di accettare senza indugio alcuno lo stage al Consorzio Chianti Classico che mi era stato prospettato.  "Per il resto fregatene, viaggia, non ti fermare, sei sveglio: verranno da sè le cose". Lacrima. Soprattutto Milano mi regalò, ficcandole dentro il mio mondo schivo e ben poco inclusivo e solo apparentemente aperto, delle amicizie che sento profonde, vere. Una l'ho rivista ieri, nel mio giro meneghino; l'altra si é trasferita a Firenze e, seppur troppo poco, riesco ogni tanto a vedere, e a ritrovare quella splendida consonanza che così tanto mi piaceva sentire nei giorni malinconici di Milano. Ci si confrontava ("mi manca la mi'mamma", "sono sempre con la valigia in mano", "vorrei un figlio" - quest'ultimo preciso non era un mio pensiero) perché allora, oggi ancora di più ahimè, i sogni da ventenni erano spesso guastati dalle paure di un paese in lenta crisi.  
Tutto ha preso oggi - grazie ai vendittiani giri larghi della vita - una meravigliosa piega: anche la mia prolifica storia di amore che, a Milano, a distanza, appena nata, ebbe modo di provarsi, testarsi e funzionare sul terreno sottovalutato della distanza. E Laura esisteva davvero, checchè i miei compagni dubitassero della cosa...
Torno spesso a Milano. Adesso, da professionista, con una capacità di spesa e di vivere la città diversa da quello sgangheratissimo biennio. Esattamente come il vino ha avuto due vendemmie stranissime, problematiche, così la mia vita, prima di indirizzarsi nel mondo vinicolo, mi ha regalato quei due anni altrettanto stranissimi. Una sottile linea rossa (che film...).
Milano oggi é davvero un'altra città. Ho avuto la fortuna di viaggiare e vivere buona parte del mondo e di innamorarmi di tutto. Milano allora non aveva niente di quel che vantava di avere mentre adesso ha molto di più di certe città che invidia con un evidente ingiustificato senso di inferiorità. Secondo me l'Expo ha fatto molto bene alla città. Ci sono nuovi quartieri, zone meno degradate, c'é finalmente un senso estetico ed é meno manicheo lo iato fra borghesia e popolo. Si é ripreso in mano il grande lascito del design milanese e la moda é tornata nelle strade, fra la gente. Milano sembra aver riconquistato il suo monopolio economico e la sua fierezza, dopo quasi vent'anni di sofferta ridefinizione dagli anni neri, della Milano da bere, della tangentopoli, dello yuppismo berlusconiano che avevano a loro volta scosso e sconvolto la città delle ricche famiglie industriali borghesi secondonovencentesche. E questa nuova identità di Milano, fatta di razze diverse, di diverse egemonie, di una nuova corsa, seppur zoppa e non dimentica del suo chiaroscurale passato, a me piace molto. E a Milano ieri ho mangiato uno dei miei migliori dim sum. 



1 ottobre 2016

Ottobre: habemus tectum!

Siamo a ottobre. Uno dei pezzi meno noti degli U2, strumentale con un breve haiku lirico, trasferisce perfettamente le meravigliose dicotomie di un mese acceso di luce e colori a un passo dalla sua necrosi.


Avevo definito luglio un mese matto e disperatissimo. Non lo è stato agosto per le vacanze di gran parte della truppa. E' tornato invece a esserlo settembre, un settembre con pochissima pioggia (buono per la fase finale della maturazione dell'uva) che ci ha permesso di riprendere ritmi decisamente alti, senza interruzioni.
Soprattutto, l'ultimo giorno di settembre abbiamo concluso, dopo cinque mesi, il rifacimento di tutte le coperture di Bisarno. Sì, il tetto è finito! Un lavorone che mi ha fatto conoscere professionisti in gamba e divertenti, che mi hanno aiutato a restituire alla colonica uno degli elementi più importanti, che ci dà entusiasmo e forze, visto i precari, precarissimi equilibri economici su cui stiamo aleggiando, visto che ancora non siamo riusciti a vendere la nostra casetta di San Francesco. Adesso in Bisarno manca tutto dentro e ancora molto nelle facciate esterne e interne, ma abbiamo solide fondamenta - costruttive e mentali - su cui trovare nuovo slancio!
E come qualche mese fa mi ero lamentato di un oceano ancora vasto e infinito davanti a me, la navicella adesso naviga con un discreto umore collettivo e, se non la proda finale, si comincia a intravedere almeno una isoletta cui adagiarsi e che ci permetterà di rifiatare, amoreggiare con Circe, guardare meglio le mappe e prepararsi all'altra perigliosa ed eccitante metà della traversata, che dovrebbe concludersi fra l'estate e l'autunno prossimo: "Fatti non foste a viver come bruti, ma a perseguir virtute e canoscenza". Caro Dante, ci provo, da sempre e in ogni ambito che caratterizza la mia vita: Ulisse sempre!


La falda del tetto sopra camera nostra.

30 settembre 2016

A room with a view.

Nel mentre che ci ingaggliofamo fra le tante burocrazie e i preventivi e le beghe con le infrastrutture, più o meno tutte assenti in una casa di campagna e tutte necessarie per una famiglia del XXI secolo, si procede alacremente con le facciate (e le relative aperture) dei due moduli (ingresso e stanza del camino) al piano terra. Questa è la finestra della camera-lavanderia con vista. Forse (dico forse) sarà persino piacevole stirare e lavare...





Una bella vista!

29 settembre 2016

San Michele

Giorno di San Michele, patrono di Pontassieve - il comune dove si trova Bisarno - festeggiato dai commercianti del borgo con una splendida, suggestiva e divertente coreografia di ombrelli rossi sospesi a cura di un talentuoso architetto locale: la giornata preautunnale è meravigliosa e gli ombrelli creano una situazione incantata che mi ha ricordato le suggestioni pittoriche e scultoree di un Magrit e di un Folon. Bravi a tutti. Davvero un piacere passeggiare lungo il borgo e trovarmi a fotografare il mio paese.
Questa installazione durerà fino a Natale ed è una bella occasione per visitare Pontassieve, così vicino a Firenze da esserne quasi fagocitato ma con una grazia industriosa, una dignità architettonica, una sensazione di provincia da renderlo proprio un bel post per viverci e da visitarlo da turisti. Attorno, poi, le colline del Chianti Rufina, meravigliose in queste ore di vendemmia, i loro sapori, completeranno il vostro detour fuori porta.



Foto dal fondo borgo.

La torre dell'Orologio.

Altro dettaglio con sullo sfondo la torre.

28 settembre 2016

Storia di un tetto.

Alla fine si è deciso di rifare ex novo anche il tetto del terzo modulo, quello con doppia falda a capanna, che corrisponde alla stanza al primo piano dove ci saranno i bagni e al corridoio lato aia.
Certo fa effetto. Ecco come appariva il tetto, anzi come appariva la sua assenza appena scoperchiato, il 12 settembre:



Converrete che la gestione mentale di questa visione non sarà stata facile per me...


Questo invece è già il giorno dopo, quando comincia a palesarsi la colonna vertebrale (le travi) e le costole (i correnti) della struttura: come uno scheletro di balena:


Ecco le costole che appoggiano sulla colonna vertebrale, le travi secolari...






Da venerdì 16 la pioggia è arrivata abbondante e di conseguenza i lavori sono stati bloccati: un telo ha coperto i correnti. Successivamente sono state gettate le pianelle e i confini delle falde rafforzati con delle strutture armate per ottemperare le normative antisismiche.







Le armature in ferro.




Successivamente sono state messe sopra le pianelle.







Le pianelle vista dal soffitto.

Il materiale isolante.



Si mettono gronde, tegoli e coppi.

Eccolo qua!

26 settembre 2016

Buon compleanno Gallo Nero!


Ho appena aperto una bottiglia di Rancia 2001, uno dei Chianti Classico che preferisco: Felsina. L'occasione é importante: ieri, 24 settembre, ricorreva il trecentesimo anno dal bando del granduca Cosimo III che primo in Europa definiva alcune fra le più importanti zone vinicole toscane. Rancia scorre elegante, sottile e in bocca é ancora presente, quasi setoso. Mi ricordo le mie tante visite dal professore Mazzacolin nel borgo di Felsina, a cavallo fra il Classico e il Colline Senesi. Erano gli anni del Consorzio, il 2005, delle mie peregrinazioni continue tra vigne e cantine, a cercare le sfumature, le differenze, le complessità di quello che subito divenne, e non lo nego lo sia ancora, il mio vino del cuore, checché i miei natali siano in un altro Chianti, quel Rufina "verticale" (come la Genova in Litania di Caproni) che spesso viene equivocato con Ruffino, dove lavoro adesso, da quasi 10 anni, in una "sottile linea rossa" che mi unisce a territori dall'anima così vicina così lontana. Mi verso un secondo calice - la bevibilitá del Chianti Classico é uno dei suoi punti di forza: carezza e rinfresca. Un'altra scaglia di parmigiano. Il pranzo latita ma i profumi invitano alla temperanza dell'attesa: pasta al salmone, limone e semi di chia, deinde il mitico polpo alla luciana sono in arrivo. Chianti Classico con pesce. La più piccola é mogia, forse ha la febbre da primo raffreddore stagionale. Matilde invece procioneggia guardando i nuovi Alvin e the Chipmunks. 300 anni dicevo. Quando lavoravo al consorzio - e ieri ho avuto davvero il piacere di riabbracciare persone a cui volevo bene e da tanto non rivedevo - erano i giorni in cui si faceva il restyling del marchio storico e venne proposto di inserire quel 1716 nel logo. A me, forse eccessivamente ancorato a un pedante rigore storico universitario, sembrava un mezzo errore. Lo dico: mi convince ancora poco questo genetliaco a posteriori. Il Chianti lo avevano inventato ben prima, e non lo trovo per niente qualificante ancorarsi a un bando che secondo me aveva convenienze soprattutto politico - commerciali e niente restituisce della complessità umana, paesaggistica e storica appunto dell'ager clantius. Però ieri sera ho capito che, a meno di 10 anni dalla ricorrenza, ci eravamo messi in casa - allora l'albergaccio del Machiavelli, indimenticata sede consortile dove godevo a starci ("il cibum che solum é mio, e che io nacqui per lui!") - l'occasione importante di celebrazioni, attenzioni dei media e dei politici, che spesso nel vino non sono così acute. Mi é piaciuto molto Renzi ieri, mi é piaciuto moltissimo Giani. Mi é piaciuta la concordia partium con cui per una volta si tenterà di vincere quel guelficontroghibellinismo, mentre non mi é piaciuto il solito noioso miope antagonismo al Chianti, al vino Chianti. Gli altri si alleano, sfidano i mercati mondiali insieme, noi siamo ancora a guardarci l'uno nel piatto dell'altro. Comunque, io al Chianti Classico voglio davvero bene. Mi ha accolto giovane virgulto appena affacciato al professionismo. L'azienda in cui lavoro adesso é fra le protagoniste della denominazione. E attorno a questo vino, attorno al Sangiovese spigoloso ma affascinante, elegante e scorbutico ma poi cordiale e costante, fedele a se stesso ma tuttavia voluttuoso con ogni vitigno con cui poi si accoppia, ci ho costruito una vita, una famiglia, affetti, sapori, viaggi lontani, un concetto di casa diffuso. Deglutisco l'ultimo goccio del Rancia, il pranzo é servito: lo assaggio con le penne al salmone (sono buonissime: 7.9 solo perché gravate da un eccesso di sapidità, avrei potuto salire...), le bambine sono a tavola pronte al banchetto, al convivio, al simposio, al favoloso pranzo della domenica che sento forte nei miei geni. Buon compleanno Chianti Classico, buon compleanno anche al mio Rufina, a Carmignano e al Valdarno di Sopra, e grazie di tutto!  



Il sottoscritto e l'altro pilastro della famiglia...

20 settembre 2016

Storia di un arco albino.

Ci sono storie architettoniche nel restauro di Bisarno che paiono ingrovigliarsi fra mille difficoltà per poi dipanarsi in un lieto fine che regala entusiasmo, energie, motivazioni per le tante altre da affrontare e dal destino ancora da determinare di qui a qualche anno.
Questa che vo' raccontando è proprio bella: infima nella sua inutilità, sconsigliata da tutti, visionaria perché di incerto risultato, dubbia nella filosofia e di ulteriore aggravio economico: "Lascia perdere, sono altre le priorità", intonava il corifeo. Eppure, quei due mozziconi bianchi, in bianco alberese con sfumature gialle, residui di un importante arco strutturale nella torre di difesa, quindi la parte medievale e più antica di Bisarno, quasi invisibili e nascosti e da successive murature e ridefinizioni delle aperture, mi avevano da subito ipnotizzato. Come la siepe del Leopardi. Senza indugiare ulteriormente in una tronfia retorica da spot pubblicitario all'Amaro Montenegro, ecco la cronaca di una anastilosi molto particolare. Concettualmente l'arco non aveva più essenza: non strutturava né scaricava più niente. L'intento era valorizzarlo, ma solo per esaltazione della sua estetica e della sua unicità lapidea, non più per la sua raison d'etre. La logica consigliava una cristallizzazione del residuo, una evidenziazione delle sue periferie per farlo risaltare maggiormente attraverso una stuccatura più marcata. L'arco del resto era stato distrutto dalle successive ridefinizioni murarie e solo l'incipit di destra ancora presente, nascosto nelle murature. 
Tuttavia di archi in quel modo non se ne vedono quasi più. Inoltre, sparsi nel tessuto murario della casa, riutilizzati nella logica del non si butta via niente e della necessità, in zona cantonali o a casaccio nel mosaico litoico della muratura a vista, vi erano i denti che una volta erano i pezzi di quel suggestivo arco bianco in alberese. Lo stesso alberese giallo affiora da Bisarno, sta nel suolo.
Alla fine, quindi, ho optato per una operazione di recupero di gestalt storico-estetica, lasciandone perdere la funzione strutturale ma ricostruendolo in toto, cercando dei modelli coevi (due-trecento turrito del fiorentino) per avere una idea dei disegni archetipici e facendoci guidare dalle curvature che si intravedevano nelle tre pietre residue.
L'arco è un elemento murario che mi ha sempre affascinato ma che di solito alla fine preferisco quasi sempre intonacare, soprattutto negli interni, per evitare l'effetto pizzeria. Questo invece era diverso, diversissimo. Già cercare e ritrovare le pietre è stata una storia nella storia. Le stesse sono state chiaramente predisposte - quelle che non lo erano, perché alcune erano proprio i pezzi dell'arco ma murati altrove come scritto qui sopra -, per ri-farsi arco, attraverso la definizione di una forma trapezoidale con una curvature funzionale a creare un sesto ribassato, attraverso flessibile e scalpello. La chiave di volta, ovvero la pietra centrale, a bisettrice, è quella che ci ha dato più difficoltà: la sua cuspide è stata prima fatta eccessivamente puntuta, quasi arabeggiante, poi alleggerita, addolcita, con una successiva riscrittura a scalpello.
Una anastilosi in piena regola. Lunga, faticosa, complicata, discussa e discettata ma che alla fine ha restituito, secondo me, un pezzo di storia muraria e architettonica, vero con una ricostruzione a posteriori e attraverso la creazione di un "falso storico", ma attendibile e apprezzabile. Siamo tutti molto soddisfatti: l'opera ha creato un bel clima, soprattutto alla fine. Prima, durante e dopo ha generato mille discussioni fra storia, estetica, architettura e spiccia convenienza muraria.




Solo un occhio attento individua il mozzicone d'arco...


Eccolo qua...smurando un po' attorno, è ben visibile.



Un nuovo sasso, dopo molta fatica, viene aggiunto.


Certe pietre necessitano di una angolazione differente: prima il flessibile, poi lo scalpello, ci vengono in aiuto.

La chiave di volta a cuspide. L'avevamo fatta troppo a punta, arabeggiante: meglio addolcirla.





Ed eccoci quasi, linee e curve creano un bell'effetto medievale.
Adesso mancano stuccature e uniformità d'insieme, la gestalt: per questo servirà lo stucco, un po' d'acido e qualche secolo...

16 settembre 2016

Riflessioni bagnate.

Pioggia, diluvio, uggia.
L'acqua che ferma il corso dei lavori. Poca luce. Un venerdì di equivoci e maltempo. Nemmeno una foto da fare ai progressi. Ripasso e perfeziono storia, architettura e agronomia mentre mi ingaglioffo fra preventivi, conti e burocrazie. 

13 settembre 2016

Giuggiole e noci

Cookstock si è concluso. Questo evento di lavoro mi avvolge, fin troppo, da metà agosto, ma mi regala sempre grandi soddisfazioni: è molto gratificante vedere le persone fiere del proprio paese e i colleghi, veri protagonisti delle aperture speciali di Ruffino durante Cookstock, così contenti e soddisfatti di farsi ambasciatori del proprio marchio per un giorno, due per l'esattezza.
A Bisarno stanno maturando le giuggiole: da piccole olivete verdi stanno "invaiando", prendendo quel colore fra il marrone e il rosso che ne segna l'apice zuccherino e che ci porta a raccoglierle come ciliegie, ben attenti a non ferirsi fra i pruni dell'albero. Abbiamo anche assaggiato le prime noci, ma sono ancora troppo verdi: ci vuole ancora del tempo.
Nella casa settembre sta proseguendo senza gravi intoppi (non posso dire senza intoppi...). I ritmi sono alti. Abbiamo quasi concluso le due finestrone della stanza del camino e l'ingresso. Sono venute bellissime, con un recupero del materiale murario accurato. Non vedo l'ora che le finestre in ferro - direi che è questa la scelta che più ci convince, anche se i preventivi fanno venir voglia di piangere - siano installate e completino la stanza. Complètino...parolona. Ma intanto, dal fuori, le diano una sensazione di finitezza. Nella stanza ingresso abbiamo invece eretto delle parete divisorie che identificheranno un ingresso, a quel punto piccolino ma bastevole, un bagnetto e davanti una stanza disimpegno. E si prosegue anche con il tetto: siamo oltre metà, un lavoro lunghissimo che ci restituirà un immobile con un ripristino importantissimo sia dal punto di vista strutturale che estetico.  



Singolare tenzone fra mostruosa lumaca e strano insetto scorpionato.
I lavori procedono. Proprio come questa lumaca: lemme, ma sempre un po' di più.