5 dicembre 2016

Post inutile.



Siamo a dicembre. Due volte ammalato in meno di un mese: due febbrate progressivamente risoltesi e una prognosi (di cui nutro qualche dubbio) di una infezione, che spiegherebbe questi picchi di febbre senza sintomi. Nel mezzo debolezza e brividi e le mie paranoie. Io resto spaventato e dubitabondo, con la mia mente che deriva verso paure che si fanno ipocondrie che si trasformano in fantasmi. Penso di avere un carattere un po' strano: avrei sempre bisogno di diagnosi certe, prognosi sicure, remissioni totali. Percorsi e progetti delineati. Non solo a livello medico. Ma la vita gioca una partita con regole un po' strane e rapsodiche, che collide con mia ansia di avere tutto chiaro. Comunque io, fra spericolate autoanalisi, vorticosi giri negli inferi di internet, ansiogene parole con altri medici, depositari loro sì del sapere ma tutti così restii a comunicare e consolare (questa mi rendo conto é una lettura figlia delle mie paturnie), mi sono autodiagnosticato come stressato: lo stress mi avrebbe abbattuto le difese immunitarie, esponendomi a virus e batteri e a quell'indefinito mondo prepatologico ma non meno morboso delle ipocondrie, fra cui quello (chissà cosa) che mi sta tormentando in questo mese. In effetti tornerebbe. Pronuncio sempre la parola stress con pudore, come se non la volessi sottrarre a chi davvero ha motivi per soffrirne. Io del resto mi dico, e mi viene detto, sono una persona fortunata: con una famiglia spettacolare, un lavoro splendido che mi fa esprimere nella mia pazza creatività (l'ultima grande soddisfazione il convegno su vino, eros e salute dello scorso 2 dicembre), un percorso di vita avvincente che prevede il restauro di una vecchia casa di campagna e nell'attesa il mio attuale nido, una deliziosa casetta by this river (anzi, mi viene proprio voglia di metterla, quel capolavoro di Brian Eno). 
Sta proprio qui l'inceppamento dell'ingranaggio. Secondo questa oggettiva fortuna le mie debolezze dovrei quasi nasconderle, fuggirle, non condividerle, non farle uscire, non provarle perché dovrei guardarmi attorno. Perché sono fortunato: certo che sono fortunato, ne è chiara coscienza. Ma questo non mi esenta dalle mie fragilità inconsce. Io ho paura che tutto giri, che le cose cambino, che il filo si spezzi. Un rovescio, una malattia, una deviazione imprevista. Della medaglia, appena il mio fisico mi dá dei cenni di non-perfetta-adesione-a-uno-stato-di-benessere-atarassico, tendo a intravedere, e a indugiare, come se ci fosse una voluptas dolendi di cui tanto parevano bearsi gli antichi. 
Con questa mia fragilità avrei anche imparato a convivere, come una relazione con tanti bassi e qualche alto: del resto é la mia fragilità che mi ha spinto nelle braccia delle humanae litterae. "Cosa avrei visto del mondo, senza questa luce che illumina i miei pensieri neri?" canta il maestro Battiato in "Un oceano di silenzio".



Mi ha condotto a cercare rifugio nello studio, nel pensiero altrui. Che mi ha forzato ormai da quasi venticinque anni a prendere in mano penne, biro, matite, picchiettare tastiere di ogni tipo e scrivere, scrivere, scrivere... Scrivo, perché "cantando il suol si disacerba", come dice il Petrarca.
Mi ha permesso di emozionarmi, di "sentire". Mi ha fatto eccitare e piangere per certi film speciali, per certe canzoni scritte a modo, per certe poesie che colpiscono duro l'animo e ti fanno essere così vicino, così germano, al loro autore. A Pirandello, Montale e Pavese, se devo proprio citarne tre, almeno in Letteratura. 
In questi dieci mesi di restauro ho ormai esautorato tutte le mie energie. Le pile sono scariche. Non é tanto la questione economica che preme quanto l'essere, il dover essere, il dover indossare la maschera di quello che motiva tutto e tutti. Io non posso permettermi il dubbio, almeno per Bisarno, o meglio dire non posso permettermi di condividere le preoccupazioni perché la ciurma é organizzata così, e io sono quello delle idee, dell'entusiasmo, del motivatore, del saper affrontare come un carroarmaro ogni possibile questione. L'ho fatto, sempre, e oggi, alle porte di un primo significativo traguardo, ne sento la stanchezza e il peso e forse già un primo senso di rilascio.
Il lavoro stesso non molla, né  posso io mollare di una stilla: il mio lavoro vuole la mia pancia, la mia testa e tanto del mio tempo. Mi continua a dare soddisfazioni e a far viaggiare, ma mi strizza da dentro, fortemente, erodendomi, sottraendomi ogni confine fra spazio professionale e spazio privato. E allora entra in gioco un altro sentimento, ad arricchire questo baccanale di sentimenti ambivalenti: il rimorso. Mi sottrae alla famiglia, alle bambine. Cosa che sta facendo anche Bisarno.
Fuori ormai la nebbia avvolge e il freddo entra nelle ossa. Adesso é buio e la mia solita malinconia (finirò per affezionarmici) é esacerbata da questa seconda inquieta convalescenza.
Dicembre, stagione di poca luce, umido e freddo. Si guarda avanti e si stringe i denti, in attesa che queste linee storte si aggiustino e che alle 17 non sia già buio. Buona notte. 

Vino ed eros fra i Babilonesi e gli Egizi. La storia del vino. Parte 3.

Come si è visto il vino pare aver avuto origine in un periodo risalente a circa 6000/7000 anni orsono in una zona situabile fra la Georgia e l'Armenia, nel Caucaso meridionale. Sono state trovate delle giare di terracotta interrate atte a produrre un "vino" dalla fermentazione della vite spontanea.
La leggenda vuole che gli Argonauti di Giasone, in cerca del vello d'oro, solcarono quelle terre, abbeverandosi in una fonte da cui scorgava vino.
In un intersecarsi continuo e vorticoso fra mitologia e realtà, altre popolazioni lontanissime geograficamente l'un l'altra associano la nascita del vino al mito del diluvio e a una nuova alba di civiltà, come abbiamo raccontato nelle due puntate precedenti qui.
Eccoci adesso arrivare a una terza pagina della storia, questa più svelata e conosciuta: le grandi civiltà del mediterraneo e della mezzaluna fertile dove il vino veste un ruolo da protagonista assoluto in quello spazio indefinito fra eros e trascendenza. E'  in queste terre  fra il Mediterraneo e la valle dei due grandi fiumi, il Tigri e l'Eufrate che si attesta la domesticazione delle vite. Non è chiaro come il vino abbia compiuto il lungo viaggio che dalle zone transcaucasiche lo abbia fatto giungere fino al mediterraneo: l'ipotesi più probante è che sia stato grazie ai commercianti che in quegli anni compivano migliaia di chilometri e leggenderie traversate a cavallo. Un'altra ipotesi altrettanto valida è che la vite nascesse spontanea anche in queste terre.
E, nel vasto mondo delle civiltá mesopotamiche che sappiamo con certezza consumare e amare il vino (soprattutto gli Assiri e i Sumeri), gli antichi Babilonesi - che avevano contribuito al mito del diluvio attraverso la figura di Dercos Haelius, il marinaio del vino nuovo, su cui poi verrá modellato il ben più noto mito greco di Deucalione - sono i primi che ci offrono una testimonianza artistica di persone che bevono vino: si tratta dello Stendardo di Ur (2500 aC, visibile al British Museum). I Babilonesi veneravano anche una deità specifica, tale Geshtin, la madre della vite.


Lo Stendardo di Ur

Ma i primi veri coltivatori esporti della vite, quelli che per primi ne hanno tentato un approccio agronomico propedeutico alla vinificazione sono gli antichi Egizi. 
Anche loro avevano un pantheon associato al mondo del vino: Osiride, divinità della agricoltura e della vita oltre la morte, è il signore del vino al tempo della piena e signore dei bagordi della festa. Altrove il vino è il sudore di Ra o le lacrime di Horus.
Uno dei momenti più curiosi che caratterizzano la civiltà egizia sono le cosiddette "feste dell'ubriacatezza", dove il vino ancora una volta è unito alla sfera sessuale: vino e il piacere della carne, tutto in condivisione, inducono a uno stato teofanico, cioè permettono di percepire un'estasi associabile a un qualcosa di extra - corporeo, una divinità o una trascendenza. 
Il vino ancora non é bevanda popolare - il popolo in Egitto beveva birra - ma viene bevuto da ceti più ricchi e i religiosi come elemento in grado di portare a un livello superiore la percezione: del vino si é ammaliati dalla sua ambivalenza fra il tremendum e il fascinans, questo disequilibrio funzionale fra l'io e il super io, uno stato altro della coscienza. In questo la sessualità, il piacere riveste un ruolo altrettanto determinante nella cultura egizia. 

Il Papiro Erotico.






3 dicembre 2016

Un'astronave.



Sembra una astronave!
Ancora non é chiaro come sarà energizzata Bisarno, se con caldaia a legna, a pellet o a metano (anche se quest'ultima opzione, che sarebbe la mia preferita, non dipende da noi) ma intanto in questi mesi di primo restauro abbiamo preso una decisione sul tipo di irradiazione del calore: attraverso dei pannelli radianti da pavimento. Economicamente, rispetto ai radiatori da comprare perchè assenti e agli inevitabili scassi nelle pareti di pietra che avrei dovuto fare non hanno rappresentato una spesa molto più alta. Avevo saggiato una casa con questa tecnologia durante una vacanza in Norvegia, in una villetta nella campagna di Trondheim e la sensazione di uniformità del calore (serviva il riscaldamento anche ad agosto) era spettacolare. Certo, la casa era tarata per avere una temperatura costante tutto l'anno, con un piccolo dislivello a favore della zona notte. E i costi di riscaldamento lassù sono ben inferiori perché le case hanno un livello di coibentazione eccezionale (con Bisarno non ci sarà mai possibile raggiungerlo) e l'energia elettrica necessaria per far lavorare l'impianto ben minore. La loro centrale era rappresentata da una pompa di calore. 
Esperienze di clima in casa ben diverse dalle nostre ma che rendevano la casa enormemente confortevole. Vediamo se almeno in parte i pannelli radianti riusciranno a restituire quel clima ovattato e accogliente. Adesso, installati prima del massetto finale, hanno trasformato Bisarno in una specie di astronave!
Un altro dettaglio!

26 novembre 2016

Via i ponteggi! Il Bisarno restituito (a metà!).

Oggi a Bisarno abbiamo pulito un po' il cantiere e soprattutto valorizzato, con delle pulizie e piccoli scavi attorno grazie al mitico vicino di dimora, la grande novità di questa settimana: la rimozione di metà dei ponteggi perimetrali. Una sorta di epifania, di restituzione, dopo otto mesi in cui Bisarno (metà lo é ancora) è stato abbracciato dai ponteggi per il ripristino delle murature e del tetto. Una bella ventata di entusiasmo in un periodo in cui si fa un po' fatica a gestire le tante incombenze economiche. Avanti così: stanchi ma ancora in piedi e determinati. Flector non frangor anche se ho diverse rughe e pensieri in più che mi hanno piagato, non spezzato, il fisico.

Uno sguardo d'insieme.

Altro sguardo d'insieme.

Il recupero dello scannafosso.


20 novembre 2016

Il velo.

Un fine settimana divertente, senza soste, su mille fronti come piace a me, anche se non sono riuscito a togliermi queste occhiaie di stanchezza e stress che mi sono venute nell'ultimo mese. Venerdì sera a festeggiare una edizione del fiasco di Ruffino a firma di Andy dei Bluvertigo: il fiasco d'Andy ci ha fatto ballare nel ventre produttivo di Ruffino. Ma quanta fatica per arrivare a questo evento. Sabato ennesima - ho quasi pudore ormai a raccontarle -, soddisfazione per "La Toscana di Ruffino", in concorso al premio letterario più folle che io conosca, "Quarta di copertina" (c'é lo zampino dei goliardi) e premiato nella sezione libri di cucina. La domenica a casa dei miei, a partecipare a un gorgogliante e partecipato pranzo della domenica, arrosto girato il tema, per il compleanno di mio babbo - e anche per la gioia incontenibile delle bambine, che davvero adorano i compleanni e, per non farcelo dimenticare, hanno già cominciato un serrato conto alla rovescia per i giorni del Natale. Chissà se Natale 2017 verrà celebrato a Bisarno. Il 2016 no di sicuro ma manco era in programma. Spazi non mancherebbero ma dubito di averli già ristrutturati tutti. Intanto mi godo la politica dei piccoli passi per la quale nelle tre stanze che sono in "ristrutturazione accelerata" abbiamo dato il velo. E il velo rende una casa...una casa. Non l'avrei detto ma c'é davvero una sensazione di casa grazie al velo, che é la rifinitura, l'ultimo strato dell'intonaco. Dopo di che le pareti dovranno soltanto essere verniciate. 
Dettagli delle pareti col velo.

Altro dettaglio.

Altro dettaglio ancora.

Sto diventando un po' troppo dettagliato!

13 novembre 2016

Arsenal - Fiorentina, 27 ottobre 1999

La vita in 10 righe.


Era la fine di ottobre del 1999, avevo 22 anni, mi ero appena lasciato da quello che consideravo con certezza l'amore della mia vita. Mi rifugiavo al cinema, fra le canzoni e i libri e pochissimi importantissimi amici. Lettere sembrava quasi lenire le mie riflessioni sentimentali, offrendomi un campionario di eroine, casi umani, romantici, decadenti, disperati, filosofi nichilisti dalla penna finissima e dalla sensibilitá esagerata dei quali mi abbeveravo con un dolorosissimo piacere. I miei capelli non erano ormai più lunghi e lisci ma tenuti forzatamente corti poichè palesavano già una prima sofferta stempiatura. Non portavo più neanche l'orecchino d'oro a cerchietto, espressione - come i capelli lunghi che mi venivano piastrati adagiato a seni ubertosi di amiche compassionevoli - di una stagione post liceale hippie e sconclusionata. "Stavo bene, stavo male, non sapevo come stare", come mi cantava a squarciagola Giovanni Lindo ai tempi dei CCCP che ascoltavo al chiuso della mia camera a volume altissimo. 



Non credevo a niente, nessuna consolazione alle ulcere della vita (ulcere...col senno di poi tali le sentivo ma di fatto non lo erano). Stavo sviluppando quel mio pensiero cinico e disincantato che oggi mi caratterizza. Ma c'era Batistuta che giocava per la Fiorentina. La Fiorentina del Trap. Di Cecchi Gori. Di Rui Costa e Toldo. Batistuta. i'Bati. L'unico sportivo di cui comprai appena uscita l'autobiografia prostituendo la mia tracotanza da letterato di quei giorni (erano ancora lontani i tempi di "Open" che racconta la storia di Agassi, più che una autobiografia un capolavoro). Quel giorno, il 27 ottobre, ci giocavamo, in una situazione al solito disperata per noi, l'accesso al turno successivo di Champions League. Dovevamo vincere a Londra, a Wembley, contro l'Arsenal di Seaman, di Petit, di Kanu e di Bergkamp. Eravamo da Giovanni, in uno schieramento di tifosi-amici classico. La partita é giocata alla Trapattoni. Corti coi reparti ed esasperata cura della fase difensiva. Scelta che mi parse francamente opinabile. In campionato avevamo perso col Piacenza. L'Arsenal giocava in casa e aveva due risultati su tre. E cercò fin dal primo minuto il gol della sicurezza. Un grande Toldo, culo e tanta sofferenza. Eravamo ancora miracolosamente sullo 0 a 0, come avremmo potuta vincerla senza neanche provare a superare la meta campo? Succede che al minuto 74 la storia ha voglia di incarnarsi in quel tempio del calcio che da lì a pochi mesi sarebbe stato abbattuto, tirato giù, per sempre. La Fiorentina recupera un bel pallone con uno degli operai del calcio che ogni tanto hanno transitato a Firenze e sono stati molto amati per la loro abnegazione sudata, Rossitto. Con una fitta rete di passaggi e una sacchiana aggressione degli spazi (totalmente atipica per noi e per il gioco del Trap), la palla arriva a Heinrich che ha campo davanti a sè e se lo prende portando palla con lento e insicuro caracollare. Heinrich. Heinrich, "lo stupido" come lo chiamavamo per la sua capacità di fare sempre la cosa sbagliata, un tedescono slavato con la faccia da bambino, comprato e impiegato - anche in quella gara - da terzino destro. E invece in quel momento, palla al piede appena passato il centrocampo, Heinrich non sarebbe neanche nella sua posizione. Heinrich che avanza. Che rompe il suo metodico compitino di basso presidio della fascia. Si intravede una possibilità dopo 75 minuti di assedio subito. Le mie mani si irrigidiscono, i muscoli si contraggono e mi avvicino al televisore, buttandomi di schianto sulle ginocchia, come se preconizzassi qualcosa in fieri. "Passala stupido, quanto cazzo la porti...", il più generoso degli incoraggiamenti. Heinrich arriva fino alla tre quarti e impostandosi in un goffo movimento per favorire uno scolastico passaggio di piatto destro aperto la passa al Bati. Il passaggio non é preciso ovviamente e una feroce bestemmia squarcia la cappa tesa del clima dell'azione. Bati la stoppa - é troppo defilato. Con un primo controllo rapido, tecnico e potente, salta l'uomo. Adesso è in area, ma purtroppo in quell'area non pericolosa, dove spesso il difensore saggio ti accompagna per non permetterti di fare male, di puntare la porta. Bati quindi messo malissimo. Io sono già sdraiato per terra deluso, affranto dal disincanto e dalla pallaccia di Heinrich "lo stupido". Ma il tempo e l'azione prosegue. Batistuta é adesso a pochi metri dalla linea di fondo, dalla fine del campo e di ogni sogno. La porta da quell'angolo appare piccola e impenetrabile. L'unica mezza occasione vanificata da un errore del tedesco, "stupido", costato anche un sacco, mastico amaro. Si, perché Cecchi Gori spendeva. Eppure, accade quel qualcosa che rende la solita deprimente storia dei vinti una imperitura imprevedibile rivincita. Bati tenta infatti comunque il tiro. Gelo. Occhi sgranati alla TV. Il colpo parte a una velocità talmente ineffabile da rendere la comprensione razionale del gesto dello spettatore - già stordito e attonito di quel su e giù emotivo - impossibile. Goal. Il replay mostra e mostrerà milioni di volta la balistica del tiro, scagliato a più di 100 chilometri orari e conclusosi al sette, esattamente all'incrocio opposto al palo presidiato da Seaman. 



Il momento in cui ho percepito, intuito che fosse goal é complicato da raccontare. Ho goduto precocemente. Poi ricordo pugni presi in faccia, urla, una maglia strappata, olezzo di sudore, urla ora fioche ora ferine. Situazioni di non dignità che il Bati ci ha regalo al Camp Nou, zittendo peraltro lo stadio (quanta fiorentinitá in quel gesto), o al quarto gol in due gare, con un mirabile pallonetto a Pagliuca nella semifinale di Coppa Italia contro l'Inter, poi vinta in finale con l'Atalanta grazie a due gol del Bati, ça va sans dire, o al Manchester, o al Da Luz in Coppa Coppe. Quanti altri ne ricordo, sempre decisivi sempre bellissimi. Ma questo, al 74eimo minuto di Arsenal-Fiorentina, al canto del cigno di Wembley, li supera tutti. Mancano però ancora 15 minuti. E in questi quindici minuti si elevano altri 3 protagonisti a presidiare la creazione del divino centravanti fiorentino: due con la casacca viola e un ragazzotto di colore, fuoriclasse sgangherato, sfortunato e atipico, nelle fila dei Gunners. Sto parlando di Rossitto, del portiere Toldo e del centravanti avversario Kanu. Il primo mi avrebbe ricordato Cannavaro gli ultimi 10 minuti della semifinale con la Germania ai Mondiali del 2006. Toldo e Kanu fanno 410 centimetri in due e sono loro a recitare l'ultimo soggetto di questo epico dramma che pare scritto da Ionescu. Tocca a Kanu l'ultima grande occasione per l'1-1, la palla, facile a dirla tutta, che avrebbe consegnato il pareggio alla gara, la qualificazione all'Arsenal e a noi viola un mesto ritorno alla normalità. Kanu calcia a colpo sicuro. Toldo d'istinto, a un metro dal calciante, riesce a pararla. Una esultanza come se fosse stato un gol, una delle parate più eccezionali della storia del calcio, quindici minuti dopo che Batigol, ragazzo di Santa Fe, argentino, novello Dertycia commentava un idiota juventino, 30 anni compiuti e da 10 a deliziare Firenze, aveva appena segnato un gol storico.



Storie nella storia. Quante emozioni in quella partita, come una poesia di Montale: la "Felicità raggiunta". Come Le Invasioni Barbariche, Tutto su mia madre e Barry Lindon. Come By this river di Brian Eno, Fade Out dei Radiohead, Nomadi di Battiato e Bad degli U2. L'arbitro fischia tre volte. Una santa melodica trinità! É finita. Siamo passati al turno successivo (che ci avrebbe visto ovviamente eliminati repente dal Valencia, peraltro con un gol bono annullato a Rui Costa). Ma non é quello il punto: se avessi goduto della Fiorentina per i successi da albo d'oro sarei malinconicamente vergine. Ma le gioie che la Fiorentina sa regalare nelle singole tappe, nelle battaglie, sono strasicuro che nessun altro tifoso le può capire e provare. Erano giornataccie per me, quelle della fine del '99. La prima cosa che ho fatto é prendere la macchina e andare a fare un carosello solitario per Pontassieve. In auto a squarciagola "A Tratti" dei CSI ("sono un povero stupido so solo che, chi é stato é stato e chi é stato non é / non fare di me un idolo lo brucerò") e clacson clacson clacson con qualche spontanea, insignificante, sentita lacrima. Per il calcio si. Senza vergogna e conscio della levità della materia. Perché il calcio mi tira fuori tanto. Perché la vita é fatta di pochissime Arsenal-Fiorentina e di molte partite perse e pareggiate con poche vittorie. Il segreto é sapersi tenere strette nel cuore quelle poche partite uniche, come quella giocata 17 anni fa e vinta grazie alll'ottimismo della volontà e al mio grande eroe col 9 che si oppose, per una volta, al pessimismo della realtà.


11 novembre 2016

Bisarno dove sei?

"Fratello dove sei" è il titolo di un film parzialmente riuscito - fra i tanti capolavori - dei fratelli Coen, interpretato dal Giorgione di'Clooney. È un film che rimanda alla recherche, alla ricerca, e all'attesa. L'attesa che può essere umoristica, atrabiliare perché vana, di un senso delle cose rivelato, come in un monologo di Moni Ovadia sull'ebraismo. O l'attesa di un nemico che giustifica, assegna un significato a una esistenza altrimenti vacua, come si legge ne "Il deserto dei tartari". O la ricerca di una memoria familiare che ci faccia sentire parte di un tutto, appartenenti e non sradicati, esperita anche semplicemente degustando una madeleine all'ora del tè, come nella proustiana "Ricerca del tempo perduto". Ricerca e attesa, i motori della classica "Odissea", di cui "Fratello dove sei" ne è una strana rilettura. L'"Odissea" è un classico e racconta la spinta contrastante che ognuno di noi coltiva nel proprio animo: l'anelito a un affettuoso ritorno a casa contro il demone dell'ulissismo che spinge a fare giri immensi, cercare la "canoscenza" per non "vivere come bruti". Cesare Pavese esprime questa bivalenza in una frase emblematica del suo odi et amo interiore: "un paese serve, se non altro per il piacere di andarsene". Nell'incommensurabilmente struggente "Nomadi", così canta Franco Battiato: "Camminatore che vai, cercando la pace al crepuscolo, la troverai".





Ricerca e attesa, culto della stasi, ferinità d'azione  sono anche le mie sensazioni. E Bisarno è al contempo l'amata Itaca e la voluttuosa Circe, la casa e la pulsione ad abbandonarla. Siamo nell'ennesima fase "matta e disperatissima" che dovrebbe concludersi in un mese circa con la realizzazione dei primi due moduli al piano terra: una stanza letto, un cucinotto e un bagnetto. Metà della facciata è pressoché completata ed è venuta davvero bene. Anche un po' di intonaci e i davanzali delle finestre nelle stanze ristrutturate, rifiniti con il cotto storico che avevamo nei pavimenti. 


Davanzale con cotto storico della casa.

Intonaco prima del velo.



Un dettaglio del tetto.

Tegole antiche mangiate dalla muffa. Splendide! 

4 novembre 2016

Montreal

Sono arrivato a Montreal con la febbre e la lascio con la febbre. Lavorare sul proprio carattere. Imparare a conoscersi e tentare di portare alla luce, se non redimere, alcuni aspetti della propria personalità che possono frenare la propria serenità, le relazioni, la vita in generale. Un esercizio complicato e molto faticoso, che si è reso necessario applicare in questi ultimi giorni sotto l'influenza. Tachipirina prima di addormentarmi per lenire la febbre alta, tachipirina al mattino dopo nottata da tregenda con febbre ancora più alta, doccia catarchica e poi sul marciapiedi di questa accogliente città. Montreal emana un afflato parigino, uno stile europeo e un brio da porto mediterraneo. Mi aspettava (e che calorosi benvenuti!) per eseguire una agenda ricca di iniziative, lezioni, degustazioni, cene, eventi. Scrivo mentre mi trovo all'aeroporto in attesa del volo di rientro, sto risentendo un po' di appetito dopo tre giorni di dieta liquida (speriamo sia un primo segno di guarigione!), che incoraggio con dei tacos e una insalata di gamberetti. E un robusto Cabernet della Central Coast in California. Avrò la boccaccia io ma il vino non aiuta. 
Ieri sera per festeggiare la fine delle mie due settimane di lavoro uno dei miei colleghi mi ha portato a vedere la partita di hockey, una epitome di canedesità, i Canadiens di Montreal contro Vancouver. L'altro grande orgoglio è un cocktail, il Caesar, un Bloody Mary con l'aggiunta di acqua della bollitura delle arselle. Buono malgrado l'ultimo ingrediente insospettisca, ma ne dà un tocco di esotismo e sapidità in più che non ci sta per niente male.
Anche in questo caso le mie condizioni di salute mi avrebbero portato a declinare l'invito ma non sarei stato in pace né con la mia coscienza (quando mi ricapita?) né per il gesto tanto generoso che mi era stato fatto. Non é così banale infatti assistere a una partita di hockey, malgrado le infinite partite della season che dovrebbero annoiare anche il più accanito tifoso. Eppure i palazzetti, da circa 25000 posti, sono sempre esauriti. I biglietti sono molto costosi. Non si va a vedere una partita, si va ad assistere a uno spettacolo in cui incidentalmente si svolge uno sport, sebbene i giocatori di hockey siano strapagati, ben più dei calciatori per fare un esempio nostrano. Sugli spalti, non ci sono improperi o cori contro ma sguardi felici e rilassati come quando io vidi Jurassic Park al cinema, il primo film di grande impatto scenografico grazie agli effetti speciali: divertiti più che tesi per il risultato. Del resto non vi sono nemmeno i tifosi avversari - sarebbe in questo caso una gita fuori porta da 7 ore di aereo e 3 di fuso (Vancouver - Montreal) ma il punto è che nessun tifoso di una squadra di hockey ha il concetto di seguire la squadra in trasferta. Peraltro il risultato conta e non conta, poi ci saranno i playoff. Ma é lo show dell'evento che é davvero esaltante per i grandi e per i tantissimi bambini presenti: le migliori musiche amplificate in un ampianto acustico da teatro greco, continui intervalli al gioco per interagire  con gli spettatori (e nel mentre chi assiste in TV subisce, anzi si diverte con la pubblicità), giochi nei giochi, concorsi a premi, sponsorizzazioni a un livello di entertaiment e di grafica animata mai vista. Per non parlare delle opportunità gastronomiche, altro che il pop corn e la Coca Cola, seppur presentissimi: io indisposto ho optato per una bottiglia di acqua vitaminizzata a gusto di limone. Ovviamente poi si possono fare compere: i dischi utilizzati nel pregara sono stati subito impacchettati, garantiti da un certificato di autenticità e messi subito in vendita negli interminabili intervalli.
La partita non sarebbe lunga, 3 tempi da 20 minuti, ma in sé l'esperienza prende almeno 4 ore. Ho fatto bene ad andarci, é stata una esperienza unica e diversa. Sarebbe stato esaltante portarci le bambine. Hanno vinto 3 a 0 i Canadiens, il terzo gol é stato dato per una certa infrazione che non ho colto, non é servito nemmeno buttare il disco dentro la porta. Mi chiamano al gate. Iniziano le lunghe operazioni di rientro in patria.  

Un caloroso benvenuto alla Scuola di Sommelierie

Questi ci copiano le installazioni da Pontassieve....



Afflati europei nelle architetture di Montreal.


Lo spettacolo della partita di hockey.


Un momento di gioco.

Rara fase di gioco.

3 novembre 2016

Inniskillin e Niagara


Le cascate del Niagara, il vapore acqueo e un gabbiano.


Niagara Falls, le celebri cascate del Niagara: le ho viste, e anche dal loro versante migliore, quello canadese, dopo la visita a una delle nostre aziende sorelle, Inniskillin, dove abbiamo assaggiato i deliziosi vini del ghiaccio, gli ice wine. In questi giorni ho avuto anche modo di assaggiare altri vini della classificazione Niagara Falls, la seconda e ultima doc di qualità dopo Okanagan, che crea una sorta di sentita disfida canadese vinicola fra west contro east. Nella doc Niagara Falls predominano i vini da vitigni nordici: il Riesling e alcune bolle le ho trovate varietali, piacevoli e sapidi, meno i Pinot Nero. Tutti però troppo cari per avere un loro mercato fuori dal Canada, fuori dall'Ontario direi, a parte appunto gli ice wine. A Inniskillin ho visto in vigna le pale elettriche per smuovere l'aria ed evitare ghiacciate (le avevo studiate al corso WSET ma non mi ci ero mai imbattuto) e le uve deputate a ghiacciare sono involucrate - la vendemmia avviene fra dicembre e gennaio - da delle reti per proteggere i dolcissimi chicchi dagli uccelli, raven sopratutto, cornacchie. Altra peculiarità: la pressatura viene fatta immediatamente in vigna, spesso sotto la neve fioccante, perché l'uva gelata non può permettersi di sciogliersi neanche un po' poiché diluirebbe il concentrato zuccherino che è l'anima del chicco congelato.  Di rientro, rapida (e, per la febbre di poi, deleteria) sosta alle cascate. Mi sono piaciute? Senz'altro con un "pero"! Sono indiscutibilmente uno spettacolo della natura unico e la passeggiata sul lato canadese arriva fino a lambire, risalendo contro flusso, davvero a un metro non di più, il precipizio della cascata più ampia. Il rumore è tonitruante e viscerale. Il clima gelido, di mille sfumature grigie e ventoso. La pioggia sferzante che punzecchia di bagnato insieme all'imperioso riverbero del vapore acqueo. Immagino cosa non abbia patito chi ha tentato di andare lì sotto col battello. Però tutta questa antropizzazione (ci sono un casinò, un hotel, innumerevoli negozi di souvenir) in un luogo cosi paesaggisticamente suggestivo guastano un po' il rapporto uomo - natura, e l'ho trovato evitabile ecco. Molto bello e caratteristico invece il villaggio Niagara on the Lakes. 




Dentro Inniskillin.


La carta delle birre in un pub a Niagara on the Lake


Prima delle cascate...






Le cascate del Niagara, sguardo d'insieme.




Io, le cascate e un gabbiano.

31 ottobre 2016

Toronto

Mentre le scosse di terremoto continuano a funestare il centro Italia, per lo meno senza mietere vittime - ma se crolla la propria casa si muore un po' comunque - io vivo egoistiche inquietudini e paure, come la scocciante febbrata di freddo e stanchezza che maledetta è affiorata in queste ore e che sto cercando di tamponare con la mia farmacia da viaggio. Al solito mi ci vorrebbe medicine per la psiche, visto che la gestione più complessa è riuscire a viverla bene: non semplice in viaggio lontano, coi giorni di Montreal davanti a me carichi di impegni e le nostalgie per le bambine che si stanno facendo forti. La piccola sala di attesa, quasi spettrale, dell'aeroporto cittadino Billy Bishop non mi aiuta: a breve volerò per Montreal, sperando di lasciare a terra gli umori neri di questa giornata. Toronto ho avuto la fortuna di vederla senza la pioggia di Vancouver, senza la gelida assolata fretta di Calgary, e con il piacere chiaroscurale, malinconico e profondo del muovermi da solo. Sono arrivato qui a Toronto nella east coast giovedì sera e sono stato accolto da una italocanadede dal rassicurante nome Laura, deputata alla concierge in uno degli alberghi più sontuosi, classici ed eleganti in cui abbia mai sostato, il Fairmont Royal King. La mia prima cena è stata in un pub a guardare coi locals la partita di hockey. Poi ho trascorso un giorno, il venerdì, "sul marciapiede", a rappresentare al massimo del mio impegno Ruffino, fra Waterloo e Cambridge, due cittadine non distanti da Toronto. "Italians do it better": qui tutti sembrano stravedere per noi. Non è così frequente essere benvoluti viaggiando per il mondo. In Nord America lo siamo e ogni volta che ci troviamo di fronte a persone che ascoltano le nostre storie abbiamo la gratificante sensazione di piacere, di rappresentare un paese straordinario (frase retorica, vero) e che qualcosa, non solo in un passato ancestrale di banchetti etruschi, simposi romani e galatei rinascimentali, ma anche nel presente della crisi e delle difficoltà siamo noi a insegnare il gusto del buono e del bello, quell'italian lifestyle che ormai sta sostituendo l'abusato made in Italy. E io ne sono proprio orgoglioso, della mia fiorentinità e della mia nazione. Eppure da certi posti noi italiani avremmo tanto da imparare: ho avuto modo di passeggiare, quasi venti chilometri, per le ampie vie di Toronto, in un sabato di mal di pancia che mi accompagna ormai fisso, e una strana tensione che di solito non mi appartiene. Toronto accanto ai maestosi grattacieli in vetro, all'elegante waterfront, alla storia del treni a vapore, ha anche molto di uno stile particolare, il vittoriano industriale. La zona che più lo incarna è il Distillery District, un po' i meatpacking della grande mela un po' i dock di Amburgo: due distillerie del primo novecento ora convertite in botteghe di artigiani, artisti e stilisti. Bello anche il mercato di St Andrews, dove ho assaggiato le mele del Niagara e le polpette di granchio.


Grattacieli da cui svetta la CN Tower.

Un negozio di prodotti fetish.

Verso il Distillery District. 

Il Distillery District.

Dettagli del Distillery District, con mezzi d'epoca ormai solo ornamentali.

Me.

Passeggiata in centro.

Piazza del Town Hall vecchio e nuovo.

Geometrie al tramonto.


27 ottobre 2016

Calgary

Sono atterrato a Calgary dopo l'ennesima notte funestata da continui risvegli e l'ansia di non sentire la sveglia: succede sempre nei voli mattutini. La città mi ha accolto con tre gradi sottozero e una sferzata di luce fresca a darmi il benvenuto. La giornata si è svolta bene, sebbene la stanchezza abbia strisciato anche in questa strana, non bella ma profondamente affascinante città, dal sapore di cercatori d'oro, cacciatori di alci e bisonti, petrolieri, freak con barbe lunghe e fare bighellonante. La downtown é un concentrato di dolci e armoniose contraddizioni: grattacieli di vetro in una atmosfera di paesotto di periferia, installazioni artistiche con ricordi olimpici, una vastissima piatta periferia di cottage in un altipiano ricco di fiumi e laghi. Sullo sfondo, imperiose, montagne innevate. Si ha la sensazione di essere in provincia rispetto alla grandeur di un certo Canada, quello delle grandi metropoli sia western che eastern, eppure anche questa città che sembra piccola ma è grande più di Vancouver mi ha stregato. Avevo voglia di freddo che ti entra addosso e bagni di luce. Le persone qui hanno un loro orgoglio e il solito entusiasmo semplice e accogliente. La degustazione in cui rappresentavo Ruffino si è svolta in un teatro di fine Ottocento. La sera si è svolta una cena in un private club con piscina, per persone facoltose che si sono trovate per una (ottima) cena italiana, che mi ha anche rimesso a posto il pancino: a fine serata ho conosciuto il cuoco napoletano. Dopo, finalmente, la prima vera notte di buon sonno - mi sono svegliato solo per alzarmi alle 6! -, un breve meeting allo Hyatt, ho passeggiato nel freddo della laboriosa Calgary downtown: la piazza olimpica, i grattacieli sobri, la familiarità da villaggio, le numerose installazioni artistiche che dialogano con la città, i baci di luce che mi entravano addosso malgrado sciarpa, cappello e guanti mi hanno dolcemente accompagnato poi all'aeroporto per la terza tappa di questo tour, Toronto. 

Le montagne rocciose: in arrivo a Calgary dall'aereo. 


Calgary dall'aereo.


Serata svolta. Passeggio fra le tante installazioni presenti a Calgary.


Prima di ripartire, monumento alle donne in Olympic Places.


Sempre Olympic Place.


Altra installazione equina.


Prospettive un po' attorcigliate ma che guardano verso l'alto. Mi ci rivedo.

Wanderer in Canada: Vancouver in British Columbia.

Sono arrivato dopo un volo lungo ma gestito con una certa perizia. Aprire gli occhi in quelle che sarebbero state in Italia le due del mattino e qui in Far West invece le tre del pomeriggio è stato un po' traumatico: la sensazione di sfasamento é stata molto netta e mi ha accompagnato fino alla mia partenza da Calgary: le prime 3 notti sono state di non sonno, risvegli improvvisi e un continuo mal di pancia quotidiano a sottolineare come l'organismo non fosse ancora per niente settato. E dire che prendo melatonina ormai da qualche giorno prima della partenza. 
A Vancouver ho avuto l'onore di sostare al Pan Pacific, hotel magniloquente, enorme, affacciato sulla baia. I canadesi sono affettuosi e molto orgogliosi di questa città che per il poco che ho visto è davvero splendida. Ha un ampio frastagliato waterfront da cui si ergono aitanti grattacieli. Attorno le montagne innevate e grandi parchi verdi. Una popolazione asiatica dominante (mi hanno detto il 75% ma mi pare uno sproposito) con una eccellente cucina asiatica: ho mangiato un welcome sushi all'arrivo sontuoso, in un sushi bar chiamato Kome.  Certo, anche il loro salmone é stato mondiale e mi hanno rivendicato la supremazia di questo salmone rispetto a quello eastern del Quebec e dell'Ontario. Ho anche assaggiato un po' delle loro birre - la città sta fermentando di brewery artigianali -. E anche i loro vini, della ragione Okanagan, di cui sono molto orgogliosi, non mi sono parsi per niente male: vini di impatto moderno da vitigni internazionali ma con finezze mediterranee, anche per questioni climatiche. 
Vancouver mi ha ricordato San Francisco, una cera atmosfera giovane e nerd, di esteti attenti al vestiario, senza rifuggire le stesse tendenze yippie della città californiana, ma molto ha anche di proprio, di orgoglio canadese, da westerner, come ribadito da più parti. La sera abbiamo fatto dei passi lungo oceano, nella zona dell'harbour e dell'attracco degli idrovolanti, dove più maestosi svettano  i grattacieli di vetro di Vancouver, attorno al "coudron", il monumento per le recenti olimpiadi. La downtown, attorno al famoso orologio a vapore, con gli aceri rossi nei viali, case basse di mattoni, un'atmosfera green, giovane, con tanti locali e uffici, mi é proprio piaciuta. Peccato per il tempo, piovoso e ventoso, ma quando per un breve lasso di tempo, il sole ha spazzato via le grigie malinconie celesti, la città ha subito preso un aspetto diverso. Poi le persone, la voglia di Ruffino e di abbracciarci nella nostra italianità, l'entusiasmo che mostrano, sono davvero uniche. La sede di Constellation é bellissima e fatta da persone molto giovani. Ho incontrato lavorando colleghi e professionisti che hanno saputo temperare il piacere di stare insieme con proficue occasioni di lavoro, degustazioni, incontri, strizzandomi, come hanno detto, tutta la mia toscanitá a loro beneficio. Chissà se mi capiterà di tornarci, certamente Vancouver é uno di quei posti da vedere, di una bellezza giovane e costruttiva e di una apertura affascinante e cosmopolita.
  

Il miglior sushi mai mangiato fuori dal Giappone.


Io e il mio collega Beppe negli uffici di Constellation a Vancouver.


Vancouver by night.


Vancouver all'alba.


Una foglia di acero caduta a terra.