30 marzo 2016

Ancora "Le Ore".


Visto che il post precedente ha mosso molto curiosità sul libro che avevo segnalato, ne approfitto per postare una recensione a riguardo, che avevo scritto giovincello nel 2002.
“The Hours” era il titolo provvisorio che Virginia Woolf assegnò ad uno dei libri più struggenti e colti che abbia mai letto, “Mrs Dalloway”, uscito nel 1925.
Mrs Dalloway è l’ombra che danza sulle anime delle tre inquiete protagoniste del romanzo di Michael Cunningham, chiamato non a caso “The Hours” (1999). Fin dal titolo è chiaro che  Cunningham (americano, classe 1952, Pulitzer per questo romanzo) si rifaccia all’eroina woolfiana e alla biografia stessa della scrittrice londinese Virginia Woolf.
“The Hours” è un romanzo complesso. Breve, ai limiti del sentenzioso. Lo leggi in una notte, in poche ore. Poi ti accorgi che ancora non è concluso. Che qualcosa dentro brucia. Ti accorgi di avere accanto le tre protagoniste, Laura, Clarissa e Virginia.
Chi sono queste tre donne ritratte così magicamente nel libro? Chi sono Virginia, Laura e Clarissa?
Virginia è Virginia Woolf, della quale tutti sappiamo molto. Virginia concluderà la sua esistenza nel 1941, suicidandosi nelle acque limacciose del Tamigi. Poche parole per il marito: “Se qualcuno avesse potuto salvarmi, tu avresti potuto”. Schizofrenica, già affermata scrittrice. Algida. Omosessuale. Micheal Cunningham la ritrae nel libro 18 anni prima della sua eutanasia, nell’autunno 1923. Ossessionata dalla gestazione della sua eroina di carta, la futura Clarissa Dalloway di “Mrs Dalloway”, Virginia conduce un’esistenza stanca ed annoiata nella residenza estiva di suo marito, il dimesso Leonard Bloom, che diverrà uno dei più importanti editori mondiali (sua l’Hoghart Press). Barlumi di luce nel grigiofumo della quotidianità di Virginia: le visite della sorella Vanessa (con la quale intrattiene fugaci e colpevoli rapporti omosessuali e che incarna quello che Virginia non ha potuto essere), le poche righe annotate sui suoi quaderni (il cliché dello scrivere per evadere, costruirsi un senso) e le fughe verso la stazione di Richmond a osservare i treni che sfilano per l’amata Londra. Senza mai salirci. Treni che vanno. Virginia che resta. E scrive.
Clarissa, invece, è una colta editor newyorkese dei nostri giorni. Omosessuale, di gusti raffinati, ogni mattina compra fiori per la sua casa. Cunningham la ritrae nel giorno della festa che Clarissa organizza per Richard, amico e amante bisessuale, gravemente malato di AIDS, onorificato, un attimo prima della morte,  da un insulso premio letterario.
Clarissa è una donna terribilmente fragile. Convive con un’altra donna ma le sue pulsioni (autolesioniste?) la spingono sempre al confronto con Richard, ormai morituro ma capace come nessuno altro mai di capirla, farla soffrire, umiliarla, celebrarla attraverso il potere icastico di una singola parola. 
Richard, dopo aver detto a Clarissa di amarla, osservandola negli occhi, poco prima della festa a lui dedicata, si ucciderà, gettandosi dal quinto piano.  La festa verrà annullata. Clarissa avrà modo così di incontrare così Laura, Laura Brown, la madre di Richard e terza protagonista del romanzo.
Laura Brown, prima della sua fugace apparizione nel romanzo come fredda ultraottantenne madre del suicida Richard, è descritta negli anni ‘50, quando, ancora giovane trentenne, è legata ad un insignificante matrimonio col buono, ma terribilmente noioso Dan, reduce di guerra. Da quest’uomo Laura ha avuto un figlio, Richard. Si, quel Richard. Il Richard di Clarissa. Quel Richard che, divenuto uomo, si suiciderà gettandosi nel vuoto. Ma prima ancora che un lucido omosessuale devastato dalla malattia e da un ferreo nichilismo, Richard era stato un bambino, il figlio di Laura, follemente innamorato della vita e, tragicamente non ricambiato, di sua mamma. In fondo Richard è il quarto protagonista del romanzo.
Laura, sua madre, è una donna schizofrenica. Nevrastenica. Non riesce ad amare quell’uomo che l’ha resa madre, l’ha inchiodata ad una famiglia, ad alzarsi ogni giorni subendo le stesse oppressive regole. Laura, soprattutto, non riesce ad essere madre, mamma, nei confronti di quel bambino che, al contrario, la adora, e che lei, continuamente, invece,  affida a mani altrui per cercare androni, fughe di serenità dove leggere il libro della sua vita, quel “Mrs Dalloway” scritto da Virginia Woolf, guarda caso. Continui rimandi tra le tre storie. Laura è talmente crisalidea, incompiuta, da non riuscire neanche a porre a termine i suoi propositi suicidi, più volte falliti. Laura fa sempre pesare sul piccolo Richard le frustrazioni, l’infelicità, il lesbismo represso di ogni giorno: “La madre perduta, la suicida mancata, la donna che se n’è andata” scrive Cunningham. E la torta, meticolosamente preparata da Laura nel giorno del compleanno del marito, malriuscita e quindi nervosamente gettata via, è metafora di quella quotidianità negata che condurrà Laura sul filo di un suicidio continuamente rimandato a scapito di una tacita disperazione vissuta (chi è che diceva che “la morte si sconta vivendo”?) che finirà per distruggere, prima che lei, il figlioletto Richard e suo marito stesso.
Ecco “Le Ore”, quindi. Le Ore di tre donne e tre generazioni. Gli anni Venti, il Dopoguerra e la nostra New York. Le ore di Virginia. Le ore di Laura. Le ore di Clarissa.
Un libro bellissimo. Fin dalla prima parola tutto è narrato con pacatezza, equilibrio, nitore. Cunningham scrive con un pensiero lucido, freddo ed elegante. Le sue eroine danzano sulle ferite delle loro stesse disperazioni senza mai debordare in patetismi e strazi (posso dire che si sente che la penna è maschile?). Tutto si muove in perfetta armonia. I fili della trama tessono i momenti della storia senza mai annodarsi. Fino alla conclusione. Che sancisce la fine della storia di Virginia, Laura e Clarissa senza che la vera unica, perpetua storia delle ore termini:
"Si, pensa Clarissa, è ora di mettere fine a questa giornata. Diamo le nostre feste; abbandoniamo le nostre famiglie per vivere da soli; combattiamo per scrivere libri che non cambiano il mondo, nonostante il nostro talento e i nostri sforzi senza riserve, le nostre speranze più stravaganti. Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa e poi dormiamo - è così semplice e ordinario. Pochi saltano dalle finestre o si annegano o prendono pillole; più persone muoiono per un incidente; e la maggior parte di noi, la grande maggioranza, muore divorata da qualche malattia o, se è molto fortunata, dal tempo stesso. C'è solo questo come consolazione, un'ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti, tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora".

Amen (dico io) e, se vi ho incuriosito, buona lettura.




Bello anche il film, bellissimo, ma il libro è altra cosa.