21 marzo 2017

Primavera. Gli ultimi fiori del ciliegio.



In questa stanca, opaca e affaticata giornata in cui sto tentando di recuperare per il delicato pranzo con la stampa di domani a Milano per Ruffino, ho avuto modo di osservare una nuova fioritura, nel primo giorno di primavera: anche il ciliegio, uno dei due superstiti dei tanti che ingentilivano di colori e profumi i campi attorno Bisarno (da ragazzini andavamo a mangiare le ciliegie di questi alberi e un contadino indispettito sparava sempre colpi in area per dissuaderci), ha svelato timido i suoi primi fiori bianchi.
Saranno gli ultimi fiori del suo lungo ciclo vitale: la pianta è malata e tutti mi dicono che dovrà essere abbattuta. Ne aspetteremo il suo ubertoso canto del cigno questa estate, le dolcissime ciliegie, per la gioia degli uccelli e di chi avrà l'abilità di coglierle. Poi saluteremo la pianta, assicurandoci però che l'eredità di questa coltura così ben integrata in questi suoli venga mantenuta con delle nuove pianticelle che in qualche anno regaleranno di nuovo ombra, profumi e colori e che garantiranno continuità storica con la tradizione arboricola.



20 marzo 2017

Almeno gli intonaci.

È trascorsa una settimana dall'inizio degli intonaci e la casa è ormai intonacata. Adesso pausa di un'altra settimana circa per far asciugare al meglio e per darci modo di finire alcune murature interne e poi la squadra di lavoro preposta tornerà per porre il "velo", lo strato finale dell'opera che precederà (ma per quelle c'è tempo, seppur non moltissimo) le imbiancature. 
Questi lavori hanno accompagnato una settimana non gradevole e complicata dal punto di vista personale. Giovedì scorso mi sono svegliato strano, dopo qualche giorno di tosse e asma più fastidiosa del solito: in poco tempo mi è salita una febbrata clamorosa, con punte a 40 che mai avevo superato e un senso di nausea fastidiosissimo. Yes. L'ennesima influenza della stagione ("sei stressato, lo stress ti immunodeprime e di conseguenza sei soggetto a qualsiasi virus e batterio in zona", ormai è il mio nuovo om meditativo che mi ripeto ossessivamente). Questa nuova bronchite (vuoi che non si sia subito innestata la complicazione...) mi ha colto, non a caso, in giorni di acuiti nervosismi a Bisarno. 
Ho provato a non cedere al demone della vittimizzazione e a non buttarmi giù. Occorreva un recupero lampo: lunedì mattina avrei avuto un risveglio mattutino per prendere un aereo in direzione Düsseldorf. Quindi: antibiotici, vitamine e una complicatissima gestione mentale volta al positivo. 
Fatto è che dopo tre giorni di febbre molto alta arrivo a ieri, domenica, almeno sfebbrato, seppur un cencio e senza alcuna forza e afflato vitale. E prendere sonno la sera, con l'obbligo di dormire e riposare almeno un po', è stato un esercizio molto sofferto e travagliato perché mi si affastellavano nella testa conti, preoccupazioni, dubbi, pensieri. Un riflettere cupo e malinconico fra il sudore freddo degli antibiotici che ha ritardato il mio già non facile ingresso nel sonno. E questa mattina la sveglia all'alba: mi sono ritrovato già stanco, con dolori alle gambe, lo stomaco chiuso. Anche deglutire il latte mi è parsa un'impresa. 
Ho cercato allora di rendermi decente, di apparire almeno a me stesso non così impresentabile: ho scelto il miglior completo, la barba fatta e finanche una crema viso a tentare di coprire il pallore. 
Ero anche riuscito a mettermi in auto presto per anticipare il nevrotico traffico del mattino. 
Arrivo dunque a Peretola, con un minimo di ritrovato ottimismo: tutto sommato ero lì, mi pareva una impresa di cui gioire. Purtroppo subito svelatasi gioia effimera, vana: infatti non faccio neanche il check in perché nel terminale vedo che ritardano il volo. Mi seggo in attesa. Passano due ore e annunciano un ulteriore accumulo di ritardo. Meno di tre ore - io ormai cadaverico spalmato aderente alla poltroncina - e il volo viene cancellato. 
Tutto inutile. Gli antibiotici. La spossatezza. Il forzato recupero. La sveglia all'alba. 
Rientro mogio verso casa. Metto in auto "Fix You" dei Coldplay e provo a cantare, innervosendomi a sentirmi così fioco. 
A casa mi tolgo il completo, mi metto i miei soliti vestiti, un boccone inappetente dai miei e rientro in azienda: in ufficio ci sono delle cose da fare e ne approfitto per portare avanti il lavoro. Meglio non pensare a come mi sento. 
Almeno gli intonaci li abbiamo archiviati. 



13 marzo 2017

Segunda feira.



"Che giorno d'incanto qui da noi, è lunedì soltanto": un grande Battiato a definire le atmosfere di malinconia e fatica associate alla segunda feria, il lunedì di un marzo che ci blandisce primaverile.
Oggi c'è stato di tutto: la presentazione dei piani per l'Europa in Ruffino, l'incontro chiarificatorio con gli intonachini, una visita dal carrozziere perché un simpatico sasso ha ben pensato di incrinarmi il vetro delle macchina. Arrivo a sera e ho la fortuna di imbattermi in un vino che sa rilassarmi, acquistato quest'estate in Provenza e aperto per caso stasera, con il chiaro intento apotropaico: un Vaucluse a base Grenache insolitamente fine ed elegante per essere un vino del Rodano. Ci stavano benissimo le noci che ho sgranocchiato pensando alla giornata in attesa della cena, con le paste alle melanzane e caciocavallo, il fine pasto con la crema di castagne sul pane e l'allegra famigliola intenta a provare passi di danza e a buttarsi pericolosamente dal divano.


Gran vino questo Vaucluse.


12 marzo 2017

La parete di mattoni del soppalco.

Nell'ambiente destinato a diventare il bagno grande del primo piano abbiamo ritrovato un vecchio soppalco al quale precedentemente si accedeva da uno sportellone in legno nel corridoio e, prima ancora, da una apertura poi tamponata all'altezza della scala di cipresso, quella che conduce alla piccionaia.
Avevamo infatti demolito mesi fa la parte apicale della parete del futuro bagno grande ed era affiorato un soppalco non abitabile, con una trave di colmo a determinare una altezza massima di circa un metro e mezzo. Ai lati delle due falde del tetto siamo a poco più di un metro. 
Ma quello che ci ha convinti a ripristinarlo pertinenziale al bagno è stata la suggestiva parete di vecchissimi mattoni che lo delimita nel fondo: mattoni con insertate delle pietre e la primissima apertura a scudo (quella della scala in cipresso) tamponata ormai da remotissimo tempo sempre in mattoni ma la cui forma a scudo è ancora visibile.
Una struttura particolarissima, quella parete, che peraltro si ripete nella sua peculiarità di mattoni con qualche pietra anche all'esterno nella torre in una facciata. 
Purtroppo questa parete era piuttosto malandata, come si può vedere dalla prima foto qua sotto, e ci siamo dedicati a ripristinarla per godercela a vista una volta restituita alla sua bellezza d'altri tempi. 
Quindi, via le vecchie stuccature con scalpello e martello, muratura ex nove di alcuni nuovi vecchi mattoni dove non ve ne erano più (e si era intervenuti con della normale calcina), robuste spazzolate per ripulire la superficie dei mattoni e infine anche tanta acqua data con una spugna per lavare. Un lavoro da miniatori. Adesso servirà un po' di acido per pulire ancora di più ma direi che il risultato non è per niente male!




Com era...si intravede bene la vecchia aperture tamponata a mattoni.


Si comincia a pulir via la vecchia stuccatura.


La biocalce per la nuova stuccatura.

Si procede con la stuccatura.

La nuova stuccatura dopo un primo lavaggio.


Dettaglio del muro a mattoni ripristinato.


Altro dettaglio del nuovo vecchio muro con la finestrella tamponata sullo sfondo.


11 marzo 2017

L'ubertosa fioritura dei susini.



Il susino selvatico in piena fioritura.
In un sabato primaverile per le profumate temperature e invernale per il gelido tramontano, con Bisarno ingentilito dalla ubertosa fioritura dei due susini, si sono concluse alcune finiture nelle murature esterne, versante aia, che erano rimaste in sospeso.



Altro dettaglio del susino.

Prima di tutto, l'arco della cucina è stato liberato dalle vecchie murature laterali ed è emerso in tutta la sua larga e alta bellezza: anche le mazzette, le colonne che lo sorreggono si distinguono per la loro composizione monolapidea in alberese.


Il nuovo vecchio arco ripristinato, senza le mazzette laterali ora in tutta la sua ampiezza!

L'arco da dentro con vista sulla porta del fienile.

Accanto al grande arco, sono stati conclusi anche gli occhi di Bisarno, i due finestroni della sala: a uno mancavano un architrave e un davanzale.
 

Si finiscono anche gli occhi di Bisarno, le finestrone sulla sala.


Ancora un po' più verso Montebonello, sempre nello stesso versante e nella stessa area muraria delle finestrone, sono state rifinite delle ultime murature accanto al barbacarne (uno sprone murario di sostegno) iniziato e poi interrotto più volte dallo scorso agosto. Adesso mancano le stuccature che uniranno e concluderanno il tutto.



E si conclude anche il barbacane!







10 marzo 2017

Il rabdomante e gli intonaci: si parte davvero.

Alle 8.10 squilla il telefono. Il capocantiere strepita: "Non riusciamo ad aprire l'acqua. Gli intonachini non possono lavorare. Chiama l'idraulico: io l'ho già chiamato e mi ha detto che non può venire adesso - come facciamo?". Nel mentre le bambine tossiscono senza smettere. Sono solo in casa perché la dolciastra mia metà è in direzione La Spezia a tonitruare in udienza. Già è così complicato fare il babbo da solo e oggi c'è anche da addentrarsi nei medicamenti a cui le bambine sono sottoposte. In più l'ennesima bega di cantiere. Chiamo il direttore dei lavori per avvertirlo dell'empasse - penso: ma perché non lo hanno chiamato direttamente loro? - e preparo le colazioni: l'una diversa dall'altra ed entrambe le bambine che la rifiutano una volta servita. Ingurgitato il mio latte e ustionatomi il palato per la celere deglutazione, telefono all'idraulico e in sincrono mi arrabbio per i ritmi blandi con le quali le piccole pesti smoccicanti si approcciano flemmatiche e indolenti al primo pasto del giorno mentre al telefono cerco di cucire una relazione propedeutica un salvifico e taumaturgico sopralluogo. Parlato con l'idraulico - l' auspicato rabdomante - e ottenuta una visita "forse nel pomeriggio, non prima", richiamo il capocantiere mentre tergo i miei e i denti altrui. Lapsus: non ricordo i colori degli spazzolini altrimenti identici delle piccole e le bambine ne approfittano per imbastire un ciarliero gioco: "Babbo indovina: quale è il mio?" - "E il mio?", echeggia l'altra con sintassi incerta ma tono adamantino e irriverente. Il telefono ha già perso il 55 per cento di carica. A Bisarno la soluzione per il ripristino idrico sembra non trovarsi più e si fanno ormai ipotesi delle più disparate, complottistiche e pindariche. Acqua che peraltro fino alla sera del giorno prima scorreva regolare. Anche stamani si va verso l'ennesimo rinvio dell'inizio delle intonacature, bofonchio fra il triste e lo scocciato intra me. Non mi va di arrendermi. Disperato mi aggrappo a ogni mezzo per cercare di risolvere la situazione acqua, fondamentale ovviamente per fare il premiscelato e spararlo nelle pareti. Quindi, nevrotico, continuo il mio giro di telefonate, il telefono adesso attaccato al caricabatterie che mi imprigiona come un cane la catena. Impreco. Concilio. Lavo. Minaccio. Vesto. Compio esercizi di respirazione. Poi, d'improvviso, vagliata e accolta dal "politburo di Bisarno" anche l'estrema suggestione di un tubo rotto a monte, di pertinenza della fattoria (quindi buonanotte...), arriva quasi dal cielo l'ennesima chiamata del capocantiere, adesso recata con voce flautata e quasi mistica: "Tutto ok FRANCO, non avevamo girato bene il rubinetto che era un po' duro". Prendo il mio pouff e inalo, molto profondamente e con studiata lentezza. Si! Finalmente siamo partiti con gli intonaci. Ma un pezzo di me se ne è andato, immolato alla causa.

8 marzo 2017

"NO intonachini".

Si fa sera.
Niente da fare. Ennesimo rinvio sul giorno di inizio degli intonaci. Che palle. Oggi tornando da Milano gongolavo all'idea che finalmente, dopo due "si inizia" sistematicamente traditi, la terza promessa di inizio lavori avesse davvero lieto fine. Nulla: un "whatsappino" del neo-tecnologico babbo, laconicamente digitato durante il suo sopralluogo di cantiere mattutino su uno dei quattro gruppi destinati a Bisarno (il "Bisarno murature", gli altri sono "impianti", "burocrazie" e "progetti"), mi ha restituito all'arido vero della vita di cantiere: "No Intonachini". Neanche oggi. Dicono che sarà venerdì. La quarta promessa di inizio. Vediamo se questa sarà davvero la volta buona. 
Nel mentre, era stata dimenticata una traccia per il water nel bagno su piccolo. L'ho fatta tracciare prendendo al volo le misure dall'idraulico ricevendo chiamate allarmate. Domani l'elettricista passerà tutte le forassite anche al piano terra e verrà gettato il magrone. Ultime procedure murarie e di impianti in attesa dei novelli Godot di Bisarno: gli intonachini.

Le tracce per il bagno piccolo.



6 marzo 2017

Trainspotting e Francesco: 1997-2017.



La locandina del primo grande film



La compianta nonna Fedora asseriva sempre con convinzione quanto fossi venuto bene in questa foto qui sopra con gli amici. Quella foto altro non era che la locandina originale di Trainspotting, ancora oggi appesa nella mia camera da ragazzo dopo averla scovata nel 1997 al mercato dei dischi a Camden Town, durante il mio breve soggiorno londinese. Avevo vent'anni e la nonna mi aveva scambiato per uno dei protagonisti di quel capolavoro che mi si era tatuato addosso, almeno quanto "Ok Computer" dei Radiohead, uscito sempre quell'anno e vissuto sempre in quella febbrile Londra. "Spud, nonna, si chiama Spud ed è un attore. Non sono io". "Siè nanni, tu sei proprio bellino anche con gli occhiali". Il più brutto della gang, Spud. Non Ewan McGregor, non Sick Boy, ma Spud. In effetti una certa somiglianza c'era, c'è sempre stata. E non mi sono mai sentito offeso. Ogni personaggio di quel film, ogni canzone, mi ha accompagnato e segnato. Spud era peraltro l'unico, di quel gruppo di disperati eroinomani, ladri e sgangherati, che provavano a darsi un senso, a scegliersi una vita, in una Edimburgo dai sapori kenloachiani. L'unico, appunto, che mostrasse sensibilità quasi umanistiche. E questa umanizzazione di Spud viene ingigantita nel seguito del film, "Trainspotting 2" che ho visto sabato sera. Spud infatti annota in pizzini tutte le avventure, tragicomiche, vissute dai vari protagonisti, e verrà incentivato alla pubblicazione di queste storie da una nuova protagonista, una ragazza bulgara che fa la fidanzata di Sick Boy. In T2 "tutto deve cambiare affinché niente cambi", a parte la rugosa lancetta del tempo. Stesso regista, Danny Boyle - che nel mentre è diventato un regista di culto e ha fatto altri film ganzissimi, io cito "The Beach" e "28 giorni dopo" - e stesso cast, fra cui il mio alter ego Spud, Ewen Bremmer, ora quarantenne, qualcosa in più, e spero converrete, invecchiato un po' peggio di me.Stessa sapienza scenografica ricca di citazioni. Ritmo e mano quasi da videogame. Ennesima raffinata, accurata e lisergica colonna sonora. Medesimi personaggi, ora quarantenni  ma come allora complessi, chiaroscurali, non risolti a popolare una storia di amicizie tradite e negate in una Edimburgo ancora più ingrigita da una tecnocrazia globale e reificante di quella raccontata nel primo episodio. Sabato sera mi sono intanto goduto T2 e il ricordo del primo e del Francesco che ero e che per molti tratti sono ancora. E se come Renton alla fine sono sempre lì, a Edimburgo o a Pontassieve o a Itaca coi soliti amici e le solite velleità, le solite paure, le solite aspirazioni, i soliti grandi sogni, ancora tanti entusiasmi, beh, allora vuol dire che non siamo diventati tutta cenere dalle tante fiamme che ci ardevano. E se ancora poco abbiamo risolto di questo groviglio che ogni giorno ci affatichiamo a dipanare, cosi come niente risolvono i protagonisti rivolgendosi alle dipendenze, alla fuga o alle truffe (tutti, tranne Spud in T2, rimangono dei "vinti") per lo meno non abbiamo rinunciato alle nostre battaglie e abbiamo sempre continuato a "scegliere la vita" in un modo personale e unico.



Spud nel primo episodio.

Spud quarantenne nel secondo episodio.

Il manifesto del primo film.

4 marzo 2017

L'arco ritrovato.


Quando effettuavo i primi sopralluoghi a Bisarno, uno degli aspetti fruitivi che mi attraeva di più di quel suggestivo mondo antico che ispezionavo con timida cautela, era la possibilità di ricreare l'osmosi fra l'aia e la stalla attraverso il recupero della vecchia porta carraia. Intravedevo la possibilità di un ampio arcuato portale a vista che avrebbe costituito un unicum abitativo fra la cucina grondante di profumi e sapori e una colorata e ciarliera tavola imbandita sotto l'ombra di un frondoso pergolato di vite. Uno dei capitoli de "La Toscana di Ruffino" immagina proprio uno di questi momenti dello "stare insieme" con "gusto": il pranzo di Pasqua. Quel testo racconta un immaginario pranzo di Pasqua con gli amici che si svolge proprio sotto il pergolato di Bisarno, un lastricato fra l'arco della cucina e il liso e affascinante portale del fienile che si trova nell'altro lato dell'aia, anche quello elevato a protagonista de "La Toscana di Ruffino" nella copertina del libro. Sì, i sopralluoghi e l'acquisto di Bisarno coincidevano e si intersecavano - reciprocamente ispirandosi e nutrendosi per oltre un anno - con la realizzazione de "La Toscana di Ruffino". La genesi di questo arco, venendo al dunque e alla cronaca di questo sabato variabile e perturbato, ha visto inizialmente la demolizione della spalla, della base sopra cui vi era la finestra che era stata creata al posto della porta carraia. A quel punto l'apertura è arrivata fino a terra. Poi si è provveduto a installare con una centina, una forma di legno modellata su una prova in polistirolo per agevolare i muratori a mettere i nuovi vecchi mattoni con la giusta arcuatura e a ricreare con la corretta linea il pezzo mancante dell'arco, quello centrale. Infatti, dell'antica porta carraia rimanevano soltanto due mozziconi dell'arco a doppio mattone che la definiva, la parte iniziale e la fine. Un altro momento significativo e complicato era stata la collezione del materiale murario, di modo da arrivare a questo sabato con tutte le armi affilate: avevamo bisogno di mattoni vecchissimi e non troppo lontani per misure e cromie a quelli rimasti nei due mozziconi, che sarebbero stati mantenuti e avrebbero costituito il "la". Insomma, l'effetto toppa era un rischio presente. Fortunatamente da demolizioni fatte a Bisarno in altre zone avevamo accumulato un buon numero di mattoni simili, e certamente antichi e del luogo. Una volta ricostruito l'intero arco di è provveduto a demolire (e a ricostruire immediatamente una muratura in pietra e mattoni) l'architrave in pietra con sopra un altro pezzo di arco in mattoni che altro non erano che la struttura di sicurezza della finestra rimossa. Adesso tempo per far asciugare la nuova parte di arco e le nuove murature sovrastanti e poi verranno tolte le murature ancora presenti sotto l'arco e successivamente rifinite le mazzette, le spallette di sostegno. A quel punto anche l'arco della porta carraia di Bisarno sarà davvero restituito.

Primo step: demolire la spalla, la base della finestra. Si nota anche il colmo di un altro arco sopra l'architrave della finestra che dovremo eliminare e rimurarci sopra.
Ed ecco l'installazione della centina.

Dettaglio dei vecchi mattoni trovati e che serviranno per fare l'arco originale.
I primi mattoni messi.
Si procede: uno sguardo dall'interno.
Ancora più avanti.
Sempre più avanti.
Completato!
Labor limae!














2 marzo 2017

S'io fossi resina, ar(re)derei Bisarno.

La fioritura prosegue.

Avevo una voglia che mi era rimasta fin dal 2008, anno di restauro della mia casa di San Francesco: la resina. Al solito, ho dovuto combattere con le infinite reticenze di chi vede nel mio restauro, inclusa questa scelta, uno stupro irrispettoso. Eppure la continuità contemporanea all'abitare della casa di campagna rappresenta una volontà di rispettoso e facondo dialogo col passato. Non mi piacciono le pedisseque riproposizioni museali un po' facili che spesso si vedono. L'idea di dotarmi di un "non materiale" come la resina vuole proprio sottolineare, andandone in rispettoso sottofondo, le tante vestigia delle architetture contadine che saranno ben presenti e cardinali nel recupero di Bisarno. Penso ai lisi soffitti a travi in legno e tabelle in cotto. O alle vecchissime porte in legno, che il mio suocero sta "restituendo a nuova vita" e che continueranno il loro ciclo di vita intersecandolo con il mio, e poi superandolo fino a rappresentare un po' di me quando non sarò più in questo pianeta: un aspetto che mi affascina molto quando rifletto sulle strutture portanti di Bisarno. O ad alcune architravi in legno. O alle vecchie aperture. O al forno del pane e ai suoi significati aggregativi. O alle mensolature col cotto storico a davanzale interno di molte finestre - cotto storico che peraltro continuerà a vivere nella piccionaia e nel soppalco del bagno. O alle cementine degli anni Venti che adesso sono le piastrelle del bagno ospiti al piano terra, una delle stanze già rimesse. Insomma, la resina volerà leggera e immateriale su queste strutture antiche e atemporali. Altri impiantiti, a mio modestissimo parere, avrebbero significato poco (penso al gres, sebbene se ne vedano di meravigliosi), o avrebbero introdotto una discrepanza di significati (penso al parquet, sebbene in assoluto costituisca la finitura più bella) o rappresentato una riproposizione un po' troppo scolastica (qui penso al cotto toscano, splendido peraltro, una vera pagina di artigianalità toscana e che ho mantenuto comunque in alcuni ambienti). 
Quindi, carico di queste ponderate considerazioni mi sono approcciato al mondo resina. Scoprendo al solito una infinità di complicazioni nella semplice decisione okvogliolaresina che rendono questo materiale tanto sintetico quanto naturale - un pieno ossimoro materico - ancora più affascinante e complesso. Sì, perché la resina non deve essere una alternativa fra le tante altre da scegliersi come dal gelataio si opta per i vari gusti, ma si deve avere certezza di volere andare con la resina e affidarsi a un decoratore che ne possa far emergere, come in una tabula rasa (una tela da pittore) delle partiture molto originali e che saranno uniche, proprietarie e sinestetiche degli ambienti in cui sarà posata. Quasi fosse un'opera d'arte in-site specific. Per adesso penso di aver trovato la persona giusta con la quale abbiamo iniziato una discussione tecnico - estetica sulle varie opzioni di resinatura. Se son rose fioriranno...

1 marzo 2017

L'ultimo miglio prima degli intonaci.

Sono su un treno direzione Roma. Poi nel breve di pochi giorni tornerò ancora a Roma, poi due giorni a Milano. Un su e giù sempre con Firenze nel mezzo. Viaggiare mi piace ma non ho mai troppo gradito il mezzo di locomozione treno: negli ultimi anni poi soffro anche il mal di treno. Eh si, i viaggi più lunghi mi danno quasi sempre la nausea. Strano, non soffrendo particolarmente di mal di macchina: forse l'iPad che mi costringe a stare sempre chino, come adesso. A ogni modo riesco comunque - come accade nei viaggi più lunghi in aereo o macchina - durante questo sferragliante e chiaccheroso movimento a quasi trecento chilometri orari - a sublimarmi in pensieri meno passionali e riflessioni meno impulsive. Penso a questi giorni a Bisarno e quelli passati, che stanno recando numerose arrabbiature, trangugiano tempo e disintegrano energie, senza che poi siano palesi i progressi, gli avanzamenti, gli abbellimenti. Sono i giorni che precedono l'inizio degli intonaci (oh, ci siamo davvero! Se tutto verrà fatto a modo da lunedì 6 marzo si intonaca!): ciò ci obbliga ad avere tutte le parti murarie, idrauliche ed elettriche pronte ad accogliere il vestito buono dell'intonaco. Un "ultimo miglio" da correre al massimo e che invece appare azzoppato dai tanti aspetti in atto e affrontati: una trabordanza di decisioni da prendere, problemi che sorgono, rimpalli di responsabilità, tentativi di coordinare le tante e diverse forze in campo in perenne incomprensione fra di loro. 
"C'è il tubo dell'acqua da spostare ma non ho la chiave del lucchetto". "Questi muri da pareggiare sennò ti ci va troppo intonaco". "Voglio le schede tecniche dei sanitari". "Se fosse casa mia". "Dimmi dove sarà il televisore per la traccia corretta". "Il percorso della canna fumaria va deciso". "Il disegno al centimetro della cucina certo farebbe comodo". "Il tubo della condensa del condizionatore l'hai fatto tracciare?". "La pompa di calore? sicuro? - morirete dal freddo". "Lo sfiato del bagno piccolo non è stato previsto". E infinite altre amenità che non si proiettano su progressi visibili dell'edificio (i quali almeno mi titillerebbero l'ego) ma sono tutte incombenti, importanti, stancanti. E mi vengono vomitate addosso sempre con un fare fra lo scetticismo e il dubbio, fra la noia di Moravia e la nausea di Sartre, senza mai far mancare indifferenza e saccenteria. Vabbè. Spalluccie atarassiche e testa avanti e godere di tutto: domenica per esempio ho ricevuto la visita a Bisarno di amici che da qualche mese non erano più tornati a vedere i lavori. Mi hanno dato una enorme soddisfazione ed entusiasmi da "giocarmi" in queste concitate diatribe di cantiere.

La nuova porta del bagno grande.

La torretta, con l'accesso al sottotetto.
La zona bagni, prima delle pareti in cartongesso che la definirà.
L'ingresso alla zona delle bambine.
La stanza giochi col finestrone.
Gli occhioni di Bisarno. La sala da dentro.

25 febbraio 2017

I lombrichi.

Stamane, un sabato sereno ma prepotentemente rabido di vento freddo, una strana invasione a Bisarno: lombrichi. Lombrichi a centinaia. Non conosco le usanze e le caratteristiche di questo...a che categoria zoologica appartiene? Qualcosa che finisce in -pode? Fatto é che ieri é violentemente piovuto tutto il giorno, impregnando la terra. Stamani col ritrovato sole, i lombrichi sembravano pascolare, giocando a entrare e uscire dalla terra smossa e umida. Magari é indice di terreno fertile e in previsione di future colture la presenza di così tanti lombrichi é forse un buon segno. Mi ricordo quando ero piccolo del lombrico come la più efficace esca per la pesca: in negozio costavano molti soldini e io che mi indaffaravo in spesse vane ricerche fra i terricci delle campagne vicino casa. Trovarli era una festa perché significava poter pescare e divertirsi poi dopo. Per questo oggi toccare questi vermi non mi ha fatto schifo: incarnano un ben ricordo e buona fortuna. Le bambine non li hanno invece troppo graditi: ho mostrato loro uno di questi vermi, che fra le mie dita come suo solito si é allungato a dismisura. Schifate e inorridite si sono chiuse a chiave in macchina. Chissà se fra qualche mese nella loro nuova vita di campagna scopriranno un po' di panismo, un po' di approccio bucolico alla vita agreste che Bisarno ci imporrá: inevitabilmente dovranno confrontarsi con bestiole, animaletti, semine, raccolte, annaffiature, mani sporche...



Lombrico sporco.

Lombrico in elongatica fuga.


24 febbraio 2017

Gli occhi di Bisarno.

Laddove vi erano la stalla con le mangiatoie andremo a realizzare una grande e accogliente sala.
Uno spazio interno dove organizzare grueliche tavolate di amici e i parenti. Godersi un bel film tutti assieme. Qualche vittoria della Fiorentina (ma quando mai?). Imbastire delle lunghe chiaccherate piacevoli, magari coi bicchieri sempre pieni.
Questa sala, destinata alla convivialità più gustosa, avrà una caratteristica molto particolare: due occhioni spalancati e aperti verso l'esterno, due finestrone alte due metri e larghe poco meno di uno.
I lavori in questa stanza sono stati e saranno imponenti: nel post "Le mangiatoie scavate" raccontavo di quanto abbiamo dovuto scavare per rifondare i pavimenti. Le stesse finestre beneficeranno di imponenti modifiche: una delle due per un certo periodo è stata una porta di ingresso, ma originariamente, come comprovato da cicatrici emerse una volta tolti gli intonaci, costituiva la gemella dell'altra. Le tipiche porte carraie - quelle ampie con gli archi attraversate dai carri - si trovavano a sinistra e a destra di queste due finestrone: quella a destra era già stata tamponata al momento dell'addizione di un nuovo modulo murario e della scala di salita al primo piano; quella a sinistra, che si trova nella stanza che diverrà la cucina, verrà invece ripristinata con l'obiettivo di esaltare una forte osmosi con l'aia.
Il restauro di queste due finestre procede piuttosto bene: ci vuole pazienza, il lavoro è delicato e necessita molta cura e labor limae, ma l'impatto estetico è e sarà di grande suggestione!

La spalla muraria che chiude l'apertura dell'ex ingresso.

Lo sguardo dal dentro sulle finestre durante il recupero.


Dettaglio su una mazzetta portante.


22 febbraio 2017

Un fiorito incanto bianco.


Il clip qua sopra mi ha sempre stregato: è una delle scene di un film splendido, "American Beauty", una riflessione non banale sulle bellezza delle cose.
Questa sera in arrivo al sopralluogo serale di Bisarno, dove ancora una fioca luce quasi primaverile resisteva all'incipiente vespero, ho avuto il piacere di osservare la prima fioritura dell'albero di susino che dall'aia ci osserva ormai da qualche stagione indaffararci nella ristrutturazione. 
Un fiorito incanto bianco incastonato fra un caduco spiraglio di luce e le architetture del tempo.  
Infatti il fiore, sparuto fra i rami ancora spogli e tante gemme pronte a schiudersi - alle sue spalle le severe murature di Bisarno e sullo sfondo il cielo quasi blu del tramonto ormai in arrivo - mi ha regalato un senso di bellezza fragile e malinconica. 
Inseguire il bello è una delle mie ossessioni e intravederlo in questo saluto della natura mi restituisce un agognato senso di pace e serenità, seppur spesso effimero. Come una fioritura appunto. 
Ed é come se tutta la pars denstruens, i lavori di demolizione, i problemi burocratici, il lungo inverno e il freddo umido, la poche luce e i colori grigi, fino a questo strano tramonto fiorito dominanti e incombenti, fossero davvero al loro crepuscolo e si intravedesse in lontananza, speranzosa, baluginosa, vera, succosa di piacere, l'alba della pars construens. Il viaggio ha davvero superato la sua metà.


Il fiorito incanto bianco: il primo fiore del susino.

18 febbraio 2017

In quiete



"Acquietami i pensieri e le voglie, in questa veglia pacificami il cuore". Vi siete goduti questo capolavoro di poesia di Giovanni Lindo Ferretti, qui elevato dalle musiche balcaniche di Bregovic? Io l'ho appena fatto e mi ha fatto bene. Un po' di quiete, sotto forma di atarassia, né pensieri né voglie (ci conviene?). Quiete che è mancata stanotte e quiete che trovo stamani in questo silente e solitario sopralluogo del sabato a Bisarno: una settimana produttiva in cui si è lavorato senza sosta. Stamani questo acquiescente sole invernale di cui godo accovacciato sui gradoni in cotto dell'ingresso mi mostra con la sua diafana luce bianca tutti i progressi, come il sole dipinge il paesaggio finita una nevicata: forassite e tubi passati in tutti i piani, al piano terra messi i cupolex, un massetto fatto nella camera delle bambine, tutte le finestre concluse, tranne l'opera maxima fra le aperture da recuperare, il ripristino dell'arco fra l'aia e la cucina (ex porta carraia fra la stalla e l'aia), a cui dedicheremo credo i più lucenti giorni della primavera. In efffetti, si è fatto. Il solito vento di questa zona mi batte addosso fastidioso. Mi chiudo il giubbotto fino alla gola. L'ipnotico rumore della betoniera divora un primo cinguettio dei passeri. Treno in lontananza (a proposito: a breve uscirà Trainspotting2). Mi gratto la barba, spuntata stamani. Mi soffio il naso - rumoroso leit motiv di tutto questo inverno - e aspetto. Ispiro-respiro. Ispiro-respiro. Lo scorso anno, questo stesso giorno, avevo scritto un post per salutare la fioritura dei susini. Quest'anno la stagione è in ritardo: è stato un inverno molto freddo, ma si concluderà, se non prima, poi. 



L'ingresso col sole!




La finestra della cucina sul lato nord


Camera delle bambine col magrone!

Camera, in realtà bagno, con vista! Sotto ci mettiamo la vasca!