17 gennaio 2017

Una gustosa penna al sugo.

Oggi mi sono preso un giorno di ferie. Un giorno per me. Per parlare con un amico in una colazione lunga e appagante come facevamo vent'anni prima quando si affrontavano tematiche più lievi, come il fantacalciomercato, e riuscivamo a vederci con molta più facilità. Per passare del tempo con le mie bambine, una peraltro a casa malata. Per ritrovare un po' il sapore, coccolarne l'idea - in questi strani giorni di attesa, paura, ipocondrie, riflessioni sterili - di una imminente e desiderata ripartenza, fisica e psicofisifica. Per pensare, proteggermi, guardare fuori, fare quadrato e gestire le mie priorità. 
È stato un giorno che si è distinto dal solito routinante incedere settimanale che purtroppo tutti ci troviamo a vivere e che nell'arco di poche settimane si perderà in un confuso passato non memorabile. Invece oggi è stato tutto sommato un giorno vissuto e che riuscirò a rammentare per tanti anni, anche se niente di eclatante è stato fatto. Prevista è arrivata la neve: una neve ghiacciata, portata dal tagliente vento di grecale, che non si è neanche degnata di attaccare, di pennellare un ovattato paesaggio candido, ma mi ha soltanto infreddolito e costretto a bere fumanti bevande calde, a coprirmi di lana, di memorie e sapori forti e familiari (a cena una semplice gustosa penna al sugo) per quando sarà più caldo, sotto ogni profilo. È stato anche il giorno del funerale di una zia del Casentino, dolce protagonista, insieme alla nonna, delle mie spensierate stagioni estive in campagna. Delle partite a scala quaranta che facevamo ogni sera al paese prima di addormentarmi con nonna, la zia, altre zie e signore amiche delle zie, sono rimasto solo io. È la vita, del resto sono passati ormai quasi trent'anni. E non c'ho più mai neanche giocato a scala quaranta, ma ricordo ancora nitidamente quelle partite: una delle signore era sordomuta ed era divertentissimo farci squadra ammiccarci le carte. E fra i tanti pensieri di oggi, il ricordo della zia, del suo ciambellone che sempre teneva in casa da offrire, del suo sorriso pieno, di quegli anni, di quel Francesco così diverso, così bambino, mi ha stretto forte la pancia. Qualche mese fa - l'ultima volta che l'ho vista - era venuta con me anche Matilde: mi aveva fatto effetto vedere lei, la mia piccola me, cosi somigliante per indole ed estetica a quel Francesco, calcare le stesse stradine, muoversi nei miei luoghi, entrare e uscire dall'orto di casa, come se fossi io. 
Una giornata così insomma, fra il vento, la neve, l'amicizia, la nostalgia e la voglia, che si era un po' spenta negli ultimi mesi ma sento finalmente che si sta riaccendendo, seppur lentamente, di continuare a creare, ad avere idee, anche pazze, a costruire, malgrado queste continue piccole noie di salute. Una voglia, direi meglio una matura consapevolezza, della necessità di "ritrovarmi", di non sprecare tempo ma di cercare di vivere giorni come questo, che riusciranno davvero a staccarsi dalla matassa noiosa del tempo e che costituiranno una nuova suggestiva memoria da dare a me stesso, alle bambine, a chi mi è accanto e mi vuole bene, fra venti, trenta, quaranta anni. Attitudine caratteriale difficile, difficilissima, che una volta avevo naturale e che adesso - da uomo alle soglie dei quaranta - non posso permettermi di non avere più o, persino peggio, di sprecare, seccare, fra le paranoie, le ipocondrie e le malinconie.