20 marzo 2017

Almeno gli intonaci.

È trascorsa una settimana dall'inizio degli intonaci e la casa è ormai intonacata. Adesso pausa di un'altra settimana circa per far asciugare al meglio e per darci modo di finire alcune murature interne e poi la squadra di lavoro preposta tornerà per porre il "velo", lo strato finale dell'opera che precederà (ma per quelle c'è tempo, seppur non moltissimo) le imbiancature. 
Questi lavori hanno accompagnato una settimana non gradevole e complicata dal punto di vista personale. Giovedì scorso mi sono svegliato strano, dopo qualche giorno di tosse e asma più fastidiosa del solito: in poco tempo mi è salita una febbrata clamorosa, con punte a 40 che mai avevo superato e un senso di nausea fastidiosissimo. Yes. L'ennesima influenza della stagione ("sei stressato, lo stress ti immunodeprime e di conseguenza sei soggetto a qualsiasi virus e batterio in zona", ormai è il mio nuovo om meditativo che mi ripeto ossessivamente). Questa nuova bronchite (vuoi che non si sia subito innestata la complicazione...) mi ha colto, non a caso, in giorni di acuiti nervosismi a Bisarno. 
Ho provato a non cedere al demone della vittimizzazione e a non buttarmi giù. Occorreva un recupero lampo: lunedì mattina avrei avuto un risveglio mattutino per prendere un aereo in direzione Düsseldorf. Quindi: antibiotici, vitamine e una complicatissima gestione mentale volta al positivo. 
Fatto è che dopo tre giorni di febbre molto alta arrivo a ieri, domenica, almeno sfebbrato, seppur un cencio e senza alcuna forza e afflato vitale. E prendere sonno la sera, con l'obbligo di dormire e riposare almeno un po', è stato un esercizio molto sofferto e travagliato perché mi si affastellavano nella testa conti, preoccupazioni, dubbi, pensieri. Un riflettere cupo e malinconico fra il sudore freddo degli antibiotici che ha ritardato il mio già non facile ingresso nel sonno. E questa mattina la sveglia all'alba: mi sono ritrovato già stanco, con dolori alle gambe, lo stomaco chiuso. Anche deglutire il latte mi è parsa un'impresa. 
Ho cercato allora di rendermi decente, di apparire almeno a me stesso non così impresentabile: ho scelto il miglior completo, la barba fatta e finanche una crema viso a tentare di coprire il pallore. 
Ero anche riuscito a mettermi in auto presto per anticipare il nevrotico traffico del mattino. 
Arrivo dunque a Peretola, con un minimo di ritrovato ottimismo: tutto sommato ero lì, mi pareva una impresa di cui gioire. Purtroppo subito svelatasi gioia effimera, vana: infatti non faccio neanche il check in perché nel terminale vedo che ritardano il volo. Mi seggo in attesa. Passano due ore e annunciano un ulteriore accumulo di ritardo. Meno di tre ore - io ormai cadaverico spalmato aderente alla poltroncina - e il volo viene cancellato. 
Tutto inutile. Gli antibiotici. La spossatezza. Il forzato recupero. La sveglia all'alba. 
Rientro mogio verso casa. Metto in auto "Fix You" dei Coldplay e provo a cantare, innervosendomi a sentirmi così fioco. 
A casa mi tolgo il completo, mi metto i miei soliti vestiti, un boccone inappetente dai miei e rientro in azienda: in ufficio ci sono delle cose da fare e ne approfitto per portare avanti il lavoro. Meglio non pensare a come mi sento. 
Almeno gli intonaci li abbiamo archiviati.