13 settembre 2017

C'era una volta una gatta

In queste ore abbiamo subito a Bisarno una strana avventura, non dissimile da quella del topo raccontata qualche settimana fa: una invasione felina che ci ha un po' complicato gli ultimi tre giorni. Allora, questa la cronaca. Lo scorso venerdì notte rientro in casa dopo l'inaugurazione di Cookstock e, schifato da un puzzo pestilenziale, trovo una deiezione, una cacca, molto grande, sulla base della scala di legno che porta alla piccionaia. Penso subito a un gatto ma la mia ricerca è vana. Chiamo subito il mio amico Micio (un soprannome che niente ha a che vedere coi gatti, peraltro, ma è, sarebbe, esperto gattaro) per farglielo stanare. Viene, controlla, cerca. “Nulla” – mi fa – “se c’era un gatto l’avrei visto – sarà stata la Mignola (la mia bambina più piccola e con la nomea della dispettosa ndr)”. 
Il giorno una nuova inconfutabile prova della presenza feline: una fetida pisciatina, sempre in zona torretta. Qualcosa c’è, penso. E cerco. Ma non lo trovo. Si arriva al sabato notte. Un terribile temporale di lampi e tuoni è accompagnato da inconfondibili miagolii provenire da giù (noi dormiamo al primo piano), ma decido di non alzarmi. Arriva la domenica mattina: ci alziamo di buona lena per stanare il gatto. Siamo in quattro a cercarlo. Nulla, sembra scomparso dopo i miagolii notturni. Desistiamo. Ci avviamo tutti fuori per cose nostre. Durante il pomeriggio di domenica fa sempre più freddo e decido allora di rientrare in casa per prendere un maglione. Non faccio in tempo ad arrivare che lo intravedo da fuori dal vetro del portale della cucina - io all’esterno il gatto in cucina che scappa via velocissimo appena intuisce il mio ingresso. Riesco a captare con la coda dell’occhio - grazie alla mia vista restituita dal laser! – dove si nasconde il felino: sotto il divano nella stanza del camino. Prendo una granata per stanarlo ma non c’è verso. È terrorizzato. Io mi sento più forte di lui, convinto di una atavica superiorità di genere, anche se conosco i comportamenti animali dalle edificanti favole di Esopo e Fedro e poco più. Sposto allora il divano e il gatto scappa via in cucina. Lo seguo. Ci troviamo vicini. C’è tensione adesso. Il gatto compie un diabolico salto da fermo impressionante che dal pavimento lo porta sul davanzale interno di una finestrella che si trova sotto il soffitto della cucina. “E’ fatta – è in trappola”, penso. Apro il grande portale che separa la cucina dall’aia e cerco di indirizzare il gatto verso l’uscita, tentandolo con la scopa, per mandarlo fuori. Colpo di scena. Il mio programma frana miseramente: appena la bestia sente la scopa sfiorarlo mi si getta addosso, a volo d’angelo. Terrorizzato, ho giusto un attimo per scansarmi (per altro battendo l’anca contro il tavolo di legno) e il gatto scappa, ignorando - ca va sans dire - l’uscita dal portale spalancato, e risalendo su ai piani. Sono io adesso terrorizzato, altro che il gatto. Richiamo il Micio indispettito: “Te e la tua bravura coi gatti, meno male un c’era e la cacca l’era della Mignola”. Esco di casa sconfitto, scosso e spaventato, e svolgo la mia giornata lavorativa in Ruffino. Domenica notte: verso le 23 vado a prendere di nuovo il Micio e rientriamo a Bisarno, mentre le bambine e la Laura già dormivano di gusto. “Questa volta lo cerchiamo noi finchè non lo trovi te”, esprimo con un mirabile anacoluto per sganciarmi dalle responsabilità. Questa volta però la caccia non è difficile. È tutto intristito e mogio nel soppalco della torretta. “E’ una gattina, anche bellina”, esclama il Micio, “ci penso io, te vai a prendermi dei guanti e un po’ di cibo, io nel frattempo ci parlo”. “…”. Ligio gli porto ciò che voleva. Appena le porge il cibo, la gatta fa un altro poderoso balzo e via, la riperdiamo. Un’altra volta. “Tranquillo” – mi fa – “ho lasciato le porte aperte, è sicuramente uscita”. Si, certo. Sicuramente uscita, come no. La domenica notte non sentiamo nulla, idem nel corso del lunedì ma la sera sento di nuovo l’odore. La cerco. Questa volta la trovo sotto il camino, di nuovo irremovibile. Provo a porgerle cibo, a rendermi affabile: due giorni fa mi ero presentato con una scopa e il risultato è, comprensibilmente, nullo. Scoraggiato, vado a letto. La notte del lunedì però la gatta si fa sentire clamorosamente: miagola praticamente sempre, fa cadere un vassoio, si affaccia in camera da letto nostra per poi andarsene velocemente. Aspettiamo il mattino e la troviamo di nuovo nascosta sotto il camino, dopo una notte di scorribande. Ci rivolgiamo al muratore. Lui sì davvero gattaro. Si fascia il braccio e riesce a prenderla. La trascina fuori da sotto il camino ma, sulla soglia, gli scappa anche a lui. Fortunatamente però la gatta esce dalla porta e abbandona, dopo 4 giorni e 3 notti, Bisarno. L’ho rivista oggi attorno la casa. Mi guardava furtiva, quasi ferita, forse delusa. La sensazione è che tenterà di nuovo di rientrare dentro. Noi continueremo a darle da mangiare. Fuori, in una ciotolina di plastica. Ci serve un gatto che si aggiri per l’aia. Era stato questo il ragionamento alla base del tentativo di addomesticamento di un gatto selvatico. Poi le cose non vanno sempre come si vuole, ma confidiamo che si possa tornare a quella distanza affettuosa che aveva funzionato per tutto agosto. Solo, non la chiameremo più Fulvio, ma Fulvia, e ce la sentiremo molto più di prima nostra: la sua paura, la sua astuzia, il suo carattere, la sua bellezza, l’hanno comunque resa simpatico, quasi una di noi, una di Bisarno. In fondo, a modo mio, mi ci sento anche un po’ affezionato.
Nascosto sotto il caminetto. Vano il mio tentativo di blandirlo col cibo.

Mi guarda apparentemente dolce dal soppalco.

Balzato dal pavimento alla finestra di cucina.

Rintanato sotto il divano.