4 aprile 2017

Conan e Lana


Il mio cartone preferito di gran lunga é stato "Conan e Lana". Sin dalla sigla l'esperienza era lisergica: parole avvincenti, un caleidoscopio di immagini che raccontavano dell'amore fra due ragazzini, di un amico selvaggio e buono, un nonno, le diversità da accogliere, alcuni cattivi e come scenario un olocausto nucleare che aveva ridotto la terra a un paradiso perduto per pochi superstiti volti a ricostruire un mondo nuovo. Quattro minuti di assoluto panistico - a risentirla ancora oggi continua a emozionarmi. Conan peraltro aveva un bellissimo carattere: propositivo, solare, energico malgrado le continue avversità. Un cartone animato pazzesco, deflagrante per la testa di un bambino di 10, 12 anni. Conan ha avuto il merito di definirmi. Crearmi come persona. Certo ho molte più ombrosità e malinconie del protagonista - del resto non sono un cartone animato - ma osservo, sulla soglia dei miei primi quarant'anni (maledetti quarant'anni, arrivate...) che il mio daemon, il mio principio ispiratore, il mio super es che istintivamente mi porta a prendere decisioni, assolute, ferree e indipendenti, a innamorarmi di determinate sfide, debba davvero moltissimo a quel cartone. Così come il voler costruire sempre scenari, cercare solo progetti che si ammantino di follia, tempistiche lunghe di realizzazione e di una componente piuttosto alta di rischio in itinere, che mi emozionino sempre, è un aspetto molto palese del mio carattere, anche chiaroscurale perché ha determinato lati positivi ma altri purtroppo molto complicati per me stesso e per chi mi vuole bene. 
Certo é curioso che, per uno come me, che (inutile orgoglio da letterato a seguire) ha letto migliaia di libri e visto altrettanti film, alla fine elegga a sua matrice comportamentale un cartone animato che lo ha incantato nell'età più terribile e stimolata del circo della vita, l'adolescenza. 
E in questa sera di riflessioni sul divano mentre tutti dormono e io devo ancora sparecchiare la tovaglia, mi tengo stretto Conan e le sfide del mio oggi, gli scenari in fieri - tutti peraltro cercati e voluti da me (voluntas sempre, noluntas mai!) - che, anche se oggi mi fanno tribolare e mi recano non poche difficoltà, alla fine rappresentano il mio modo di stare al mondo, l'incarnazione più autentica di me stesso: lasciare in qualsiasi modo delle tracce, dei mattoni, degli scenari appunto,  per me, per chi mi vuole bene e per chi ci sarà dopo di me.